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Visite guidate ed eventi al Villaggio Morelli: stagione estiva 2013

locandina 18-06-13 def.

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Per il ritorno al territorio, bene comune La società dei territorialisti e delle territorialiste ai candidati delle elezioni del 24 febbraio 2013: un appello

 

Per il ritorno al  territorio, bene comune

La società dei territorialisti e delle territorialiste ai candidati delle  elezioni del 24 febbraio 2013: un appello

 

  • La Società dei territorialisti e delle territorialiste, tra i cui promotori figurano studiosi di varie discipline, dalla storia all’archeologia e  all’economia, dall’urbanistica alla sociologia, dalle scienze agrarie alla geografia, dalla geologia al diritto e alla filosofia (www.societadeiterritorialisti.it), denuncia come la cultura politica dominante nella  attuale competizione elettorale consideri ancora il territorio come mero supporto fisico delle attività produttive e dell’urbanizzazione, anziché assumerne i significati di risorsa, di identità e di opportunità, vale a dire di patrimonio, come base su cui fondare nuove politiche anticrisi. Il ritorno al territorio, quale ricostruzione delle basi materiali di nuove forme di produzione della ricchezza è stato alla base del New Deal keynesiano dopo la crisi del  ’29, di cui il progetto rooseveltiano della ricostruzione delle condizioni ambientali, produttive, agricole, energetiche, sociali della  Tennessee Valley (TVA), è stato l’esempio paradigmatico. A partire dalla  crisi del 2008, crescita, crescita, crescita, senza aggettivi, continua invece ad essere il ritornello del dibattito politico e elettorale, mentre i Governi nazionali sostengono banche e multinazionali, le stesse responsabili della crisi finanziaria globale. Dalla crisi non si può uscire adottando gli stessi paradigmi che l’hanno generata.
  • Anche le recenti politiche messe in atto in Italia per fronteggiare la crisi hanno marcato questa esclusione del territorio, del paesaggio e dell’ambiente, con la conseguenza di un territorio più vulnerabile, più fragile, spesso ferito e offeso. Riteniamo essenziale una ricomposizione dei saperi verso una nuova attenzione alla cultura dei luoghi,  al territorio come bene comune, su cui le nostre civiltà hanno fondato il proprio benessere, la propria riproduzione, il proprio sviluppo. La rottura di questa coevoluzione fra insediamento umano e ambiente nel mito della sovradeterminazione della crescita economica è concausa del progressivo distacco, nei processi di globalizzazione, tra la crescita stessa e il benessere sociale; dell’abnorme consumo di suolo che accompagna l’espansione smisurata delle urbanizzazioni e della scarsità di cibo; dell’incalzante crisi dell’ambiente e della sicurezza del territorio amplificata dai cambiamenti climatici; dell’allontanamento progressivo dei centri decisionali  dalla capacità di controllo e governo delle comunità locali e dei loro ambienti di vita.
  • Per invertire gli esiti catastrofici di questo processo deve e può essere recuperata una capacità di una visione strategica incardinata sulla   ricostruzione di una cultura e un pensiero del territorio, ai quali facciano seguito politiche di buongoverno territoriale. Per l’Italia in particolare, la cultura del territorio si fonda storicamente su una grande varietà di identità regionali e locali e sulla presenza diffusa di un ricco patrimonio culturale e ambientale: la molteplicità dei paesaggi rurali, la stratificazione millenaria delle città storiche, il policentrismo delle reti insediative e infrastrutturali. Un buon governo che sappia valorizzare questo ricco patrimonio territoriale, integrando politiche culturali, ambientali, economiche e sociali, rappresenta oggi la sfida essenziale per l’innovazione delle politiche pubbliche.

 

  • In questa direzione  e in controtendenza alle politiche istituzionali, la centralità del patrimonio territoriale è presente in modo capillare e diffuso nelle sempre più numerose esperienze di cittadinanza attiva (comitati, movimenti, pratiche dell’abitare e del produrre di tipo comunitario e solidale, enti pubblici territoriali virtuosi). Questa centralità assegnata al territorio, ai suoi saperi e sapienze, induce comportamenti di cura, manutenzione e valorizzazione, verso una conversione ecologica e territorialista dell’economia, basata sulle peculiarità dei territori, sulla “coralità produttiva dei luoghi” e su nuove forme di coscienza civica. Queste esperienze diffuse sollecitano una visione politica in cui la cura dei mondi di vita vissuta in comune riacquista centralità, riconoscendo l’abitante competente e la pratica della partecipazione come basi di una rinascita della democrazia, capace di svincolare la nostra società dai meccanismi spesso rovinosi dell’economia globale.
  • La sfida del ritorno al territorio come bene comune che la Società dei territorialisti e delle territorialiste propone al dibattito pubblico si articola nelle seguenti quattro proposte:

 

  1. 1.      Il ritorno alla terra

Un intero ciclo di sviluppo fordista si è basato, dal secondo dopoguerra, sull’esodo dalle campagne, dai molti ‘Sud’ alpini e appenninici verso le aree metropolitane di pianura e le coste. Un primo punto programmatico è l’attivazione di politiche e progetti per un controesodo che realizzi un nuovo popolamento rurale.

Questo popolamento deve perseguire obiettivi su due fronti:

a) l’elevamento della qualità della vita urbana: nutrire le città con cinture agricole peri-urbane produttrici di  cibo sano a km zero (orti, frutteti, giardini, fattorie didattiche, mercati locali) e estesi parchi agricoli multifunzionali; elevare la qualità abitativa delle periferie (standard di verde agricolo “fuori porta” fruibile); riqualificare i margini urbani (qui finisce la città, là comincia la campagna); salvaguardare le città dalle conseguenze sempre più catastrofiche del dissesto idrogeologico;

b) l’elevamento della qualità della vita e della produzione del  mondo rurale: fermare i processi di deruralizzazione; ridare dignità alle attività primarie e al modo di produzione contadino, denso di saperi riparativi dei disastri ambientali e sociali dell’agroindustria, attraverso i suoi intrinseci caratteri multifunzionali; ridurre  l’impronta ecologica con la chiusura locale dei cicli dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia, dell’alimentazione; elevare la qualità ambientale (salvaguardia idrogeologica, qualità dell’aria, dell’acqua, delle reti ecologiche e del paesaggio).

I percorsi delineati del ritorno alla terra restituiscono un ruolo centrale  ai paesaggi rurali storici con le loro sapienti regole ambientali, idrogeologiche, ecologiche, produttive, in grado di dare indicazioni per la multifunzionalità dell’agricoltura, per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico e garantire una sostanziale sovranità alimentare alle comunità locali e al nostro Paese nel suo complesso.

 

  1. 2.      Il ritorno alla montagna

Il 78% del territorio nazionale è collinare e montano: il ritorno alla terra assume perciò questa centralità ambientale e culturale.

Veniamo da una civilizzazione industriale matura (fordismo) che ha fatto delle pianure, dei fondovalle, delle coste il proprio campo di battaglia, seppellendone il territorio, l’ambiente, il paesaggio sotto i propri capannoni prefabbricati e le «fabbriche verdi» dell’agroindustria, desertificando il territorio montano e, in parte, quello collinare con il dilagare di  seconde case, impianti sportivi, alberghi, riforestazione spontanea e disastri idrogeologici. Il ritorno alla montagna, ad abitare le valli alpine e appenniniche e gli entroterra costieri, è un ‘controesodo’ culturale verso una società agro-terziaria avanzata che sappia riconoscere il valore di “retroinnovazione” del proprio patrimonio ambientale e culturale.

Le politiche pubbliche integrate da attivare per favorire questo controesodo nelle aree interne  riguardano: una nuova visione della mobilità,  delle infrastrutture e dei  servizi di rete per i piccoli centri, i borghi, le case rurali; l’accesso ai servizi urbani; politiche per le abitazioni e le reti culturali per i giovani agricoltori; per lo sviluppo di  tecnologie, filiere produttive appropriate e dei mercati locali.

 

3.   Il ritorno alla città

L’urbanizzazione contemporanea nelle sue molteplici declinazioni di città diffusa, sprawl urbano, ville éparpillee, ville éclatee, città infinita, rururbanizzazione e cosi via, ha distrutto il valore antropologico riconosciuto all’ars aedificandi dalla civilizzazione urbana occidentale, dalla polis, al municipium, al libero comune, alla città moderna. Questa dissoluzione del concetto di città, che ha il suo acme nella megacity, interpretata in molti rapporti ufficiali come il futuro innovativo per 7 miliardi di abitanti, rappresenta per noi al contrario una tendenza catastrofica di mort de la ville, insieme all’erosione progressiva dei suoli fertili. Rispetto a questa tendenza  proponiamo la ricerca di  forme nuove, alternative di organizzazione del territorio che restituiscano agli abitanti l’urbanità, lo spazio di relazione, la qualità della vita urbana e ai milieu urbani la capacità di innovazione. La ricostruzione di reti di città policentriche in cui rinascano spazi e funzioni pubbliche, relazioni di prossimità, qualità ambientale, relazione sinergiche con il proprio territorio rurale,  sulle ceneri delle sconfinate conurbazioni periferiche.

 

4.  La crescita di sistemi socioeconomici locali

La riflessione sulle prime tre declinazioni del ritorno al territorio richiede di focalizzare la sfida su nuove forme di produzione della ricchezza, che sappiano trarre dalla ricostruzione dei beni patrimoniali locali le basi materiali della produzione di valore aggiunto territoriale. Nuove forme di intrapresa economica, adatte a promuovere  i sistemi locali territoriali e forme di scambio solidali, a mettere in valore e a gestire beni comuni territoriali, ambientali e paesaggistici,  richiedono ruoli nuovi del governo del territorio nella ricerca di diversi sistemi socioeconomici, nella consapevolezza che investire in territorio, ambiente e paesaggio può produrre nuova ricchezza durevole, ovvero nuove forme di reddito, di attività produttive, di servizi ecosistemici e sociali. Alla base di questi sistemi produttivi sta la sovranità energetica: una nuova forma di produzione che deriva da peculiari mix energetici locali fondati sulla valorizzazione integrata delle risorse naturali e territoriali in coerenza con la valorizzazione ambientale e del paesaggio. Non basta, per la conversione alla  green economy, passare dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili (che anzi determinano con i grandi impianti nuovi degradi ambientali e paesaggistici): occorre che queste risorse siano gestite in forme diffuse con la partecipazione consapevole delle popolazioni e dei governi locali, e che tutto ciò contribuisca a costruire le condizioni dell’autogoverno delle comunità territoriali.

Gennaio 2013

Per il Comitato scientifico della Società dei Territorialisti

 

Alberto Magnaghi       (urbanista, Emerito, Università di Firenze)

Giacomo Becattini       (economista, Emerito, Università di Firenze) 

Piero Bevilacqua          (storico, ordinario Università La Sapienza, Roma)

 Stefano Bocchi,           (agronomo, ordinario Università degli Studi di Milano)

Mariolina Besio,           (urbanista, ordinario Università di Genova)   

Luisa Bonesio,              (filosofa del paesaggio, associata, Università di Pavia)

Paola Bonora,               (geografa, ordinario, Università di Bologna)

Lucia Carle                   (storica e antropologa, Università di Firenze e EHESS, Parigi)

Pier Luigi Cervellati    (architetto, già ordinario IUAV Venezia)

Mauro Chessa               (geologo, presidente della Fondazione dei Geologi della Toscana)

Sergio De La Pierre,     (sociologo delle comunità territoriali.)

Giorgio Ferraresi          (urbanista, già ordinario, Politecnico di Milano

Angelo Marino              (geografo, presidente Società di Ecofilosofia, Treviso

Ottavio Marzocca         (filosofo, Associato Università di Bari)

Luca Mercalli                (climatologo, Presidente Società Meteorologica Italiana)

Giorgio Nebbia              (emerito, Università di Bari)

Aimaro Oreglia d’Isola (architetto, Emerito del Politecnico di Torino)        

Giancarlo Paba              (urbanista, Ordinario, Università di Firenze)

Rossano Pazzagli           (storico, Associato Università del Molise)

Pier Paolo Poggio,         (direttore della Fondazione Luigi Micheletti, Brescia)

Daniela Poli                   (urbanista, associata Università di Firenze)

Massimo Quaini            (geografo, Ordinario Università di Genova)

Saverio Russo                (direttore del Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Foggia)

Enzo Scandurra            (urbanista, Ordinario Università La Sapienza, Roma)

Gianni Scudo                 (tecnologo, Ordinario Politecnico di Milano)

Giuliano Volpe              (archeologo, Rettore Università di Foggia)

 

 

Pubblicato 27 gennaio 2013 da geofilosofia in Senza categoria

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L’industria nelle Alpi, tra memoria e fenomeni di patrimonializzazione, dall’Otto al Novecento L’industrie dans les Alpes, entre mémoire et phénomènes de patrimonialisation, XIXe-XXe siècles

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L’industria nelle Alpi, tra memoria e fenomeni di patrimonializzazione, dall’Otto al Novecento
Giornate di studio, Mendrisio-Losanna 2011-2013

Nelle Alpi, la creazione di un immaginario centrato sulle categorie del pittoresco e sublime ha alimentato, fin dal XVIII secolo, una diffusa sensibilità verso il loro patrimonio paesaggistico e naturalistico.
Altri aspetti della realtà storica alpina sembrano invece essere rimasti in ombra. Così, ancorché ne abbiano punteggiato assai densamente il territorio e ne abbiano segnato in modo significativo il paesaggio sociale – basti ricordare le diffuse esperienze della seconda rivoluzione industriale che nelle Alpi hanno dato luogo a un modello operaio in bilico tra vita contadina e vita di fabbrica – le svariate attività industriali (e i gruppi sociali che le animano) sembrano in larga misura escluse dalle rappresentazioni del territorio alpino, né tantomeno sembrano aver contribuito alla loro costruzione identitaria. Le molteplici esperienze (proto)industriali che sono cresciute nelle Alpi fin dal XVIII secolo sono perlopiù apparse come forme a loro estranee, se non addirittura in contrasto con la realtà contadina e rurale della montagna e della sua cultura, sia essa materiale o “immateriale”. Ciò sembra spiegare un prolungato atteggiamento di indifferenza verso le tracce industriali nelle Alpi e il loro ruolo nella definizione di una coscienza territoriale in cui la memoria non sia affidata solo alle persone ma anche ai luoghi.
Più recentemente, la riscoperta del passato industriale delle Alpi si è talvolta tradotta in un processo di “patrimonializzazione”. Si tratta di un processo selettivo poiché se in alcuni casi le tracce industriali sono state oggetto di protezione, salvaguardia e di valorizzazione (sovente con intenti turistici), in altri casi – soprattutto quelli che hanno avuto ricadute più pesanti sul territorio – tali esperienze sono state rimosse dalla “memoria ufficiale” e dalle rappresentazioni collettive una volta che le loro funzioni produttive si sono esaurite.
Alla luce di questi aspetti, le giornate di studio proposte dall’Università di Losanna e dal Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera italiana si prefiggono di analizzare le forme della memoria e i fenomeni di
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patrimonializzazione dell’industria nel mondo alpino e di verificare in quale misura e attraverso quali forme le attività industriali hanno rappresentato delle occasioni di elaborazione e rappresentazione culturale a livello locale e a scala nazionale.
La proposta si sviluppa su due piani di riflessione. Con il primo ci si prefigge di indagare le articolazioni tra forme di memoria e di patrimonializzazione e le riflessioni su una possibile identità alpina. Con il secondo, che includa la storia industriale delle Alpi negli ultimi due secoli, si intende verificare l’evoluzione delle forme di memoria e di patrimonializzazione e se esiste un legame diretto tra le prime e le seconde.
Alla base di questo approccio vi è la volontà di verificare come e in quale misura la formazione di un atteggiamento favorevole alla patrimonializzazione del fenomeno industriale derivi da un’assimilazione dell’industria in quanto risorsa e veicolo di valori economici, sociali e culturali condivisi da un territorio.
In ultima istanza, questa iniziativa si propone di promuovere una piattaforma di incontro con la quale analizzare attraverso quali forme e modalità le rappresentazioni identitarie (interne o esterne) delle società alpine hanno integrato il loro passato industriale.
Organizzazione
L’iniziativa si muove attorno a una prospettiva pluridisciplinare e intende valorizzare una lettura comparativa che inglobi la dimensione geografica e quella settoriale del mondo industriale. Essa si struttura in quattro giornate di studio ognuna delle quali sarà dedicata a un aspetto specifico della costruzione delle patrimonializzazioni dell’industria alpina. Esse saranno precedute da un incontro introduttivo volto a illustrare e dibattere i presupposti teorici e contenutistici dell’iniziativa.
• Giornata introduttiva (Mendrisio, 21 ottobre 2011)
La giornata introduttiva, articolata attorno a una serie di conferenze e una tavola rotonda, si prefigge di illustrare e concettualizzare le nozioni di patrimonio e di patrimonializzazione in modo da coglierne la loro storicità, come pure i molteplici significati e i diversi usi da parte di varie discipline delle scienze umane, dalla storia alla geografia, dalla filosofia all’antropologia.
Con questa giornata introduttiva si intendono precisare i vari angoli di lettura attraverso i quali cogliere il senso e il significato dei fenomeni di patrimonializzazione di una realtà – quella industriale – che nel contesto alpino è stata a lungo percepita come “estranea” o quanto meno lontana dalle sensibilità e dall’immaginario contemporanei. Quali strumenti offrono le diverse discipline per affrontare l’analisi della costruzione del fatto patrimoniale e l’articolazione tra memoria e patrimonio? Quali sono i fattori della costruzione identitaria da considerare in tale analisi?
• Seminario I. Pratiche di integrazione territoriale (Primavera 2012)
In questo seminario si intendono analizzare i molteplici processi di natura sociale, politica e culturale attraverso i quali le industrie si sono integrate nel tessuto territoriale alpino, evidenziando nel contempo le reazioni a questi processi sia sul piano individuale che su quello collettivo. Oggetto delle analisi sono, ad esempio, le pratiche di stabilizzazione e di “fidelizzazione” della manodopera messe in atto dalle imprese industriali (siano esse private o promosse da enti pubblici), come pure le strategie del paternalismo imprenditoriale, ma anche le iniziative volte a creare immagini di identificazione reciproca tra la realtà locale e regionale e l’impresa industriale attraverso forme di auto-rappresentazione (ad esempio la pubblicità o pubblicazioni commemorative).
• Seminario II. La memoria del lavoro: lo sguardo dall’interno (Autunno 2012)
Al centro dell’attenzione di questo seminario vi sono le dinamiche della trasmissione della memoria e della storia del lavoro industriale. In particolare, si intende verificare e discutere in quale modo e in quale misura i mutamenti economici, tecnologici e sociali succedutisi nel corso del XX secolo, abbiano influenzato tali dinamiche. Un’attenzione particolare verrà data ai processi di deindustrializzazione nelle sue varie forme (ristrutturazione delle filiere produttive, destrutturazione del tessuto socio-economico locale, terziarizzazione dell’economia, fenomeni di delocalizzazione, …) e al loro impatto sulla memoria industriale. Essi offrono lo spunto per l’analisi e la discussione di diversi quesiti: cosa resta nel ricordo dei lavoratori e della popolazione del passato industriale? Quali gli elementi di una realtà industriale valorizzati in senso identitario? Quali le correlazioni tra la memoria e il territorio (luoghi di memoria)?
• Seminario III. La memoria del lavoro: lo sguardo dall’esterno (Primavera 2013)
Il terzo seminario affronta la memoria del lavoro e le sue molteplici rappresentazioni attraverso gli sguardi esterni. In particolare, esso intende analizzare quale immagine dell’industria nelle Alpi è stata promossa e veicolata dai vari attori che indirettamente contribuiscono alla costruzione di una memoria collettiva di un territorio. Un’attenzione particolare verrà data ai media (stampa, radio, TV, …), al loro ruolo nell’elaborazione di una memoria industriale specifica, (senza città o senza una classe operaia organizzata), come pure ai tratti e ai contenuti che la caratterizzano (memoria condivisa, integrativa, conflittuale, …). Inoltre, ci si soffermerà sulla posizione del mondo delle istituzioni (discorso politico, politica culturale), così come della scuola (ad es. strumenti didattici e scrittura scolastica) e più in generale della cultura (produzioni letterarie, fotografiche e cinematografiche, forme di impegno delle donne e degli uomini di cultura). Questi molteplici aspetti dovrebbero permettere di interrogarsi sull’esistenza di forme di patrimonializzazione, di costruzione della memoria del fatto industriale e del suo inserimento nella dialettica del “ritardo” e del “progresso” nelle Alpi. Inoltre, essi chiamano in gioco il ruolo dell’industria (in particolare quella pesante) quale simbolo della forza della nazione.
• Seminario IV. Le forme della patrimonializzazione (Autunno 2013)
L’ultimo seminario è dedicato ai fenomeni di patrimonializzazione industriale e alle strategie di conservazione e di valorizzazione, con particolare attenzione ai cambiamenti avvenuti nella seconda parte del XX secolo. Durante i lavori verranno messi in evidenza e analizzati il ruolo dei vari attori promotori della patrimonializzazione industriale: dai musei etnografici agli istituti culturali, pubblici e privati, dai media audiovisivi agli enti responsabili dell’economia turistica, alle industrie stesse. Come si sviluppa la dinamica dei meccanismi di inclusione e di esclusione? Come sono accolte dalla popolazione le varie forme di patrimonializzazione? Come sono integrate o come utilizzano una memoria locale? Quale il carattere innovativo-inventivo di queste produzioni culturali? Infine, in quale modo le forme di patrimonializzazione superano la materialità dei luoghi per raggiungere le azioni dei soggetti e la riflessione sugli effetti, positivi e negativi dell’industria sul territorio?

Valorizzazione
I risultati degli incontri saranno valorizzati attraverso una doppia iniziativa.
La prima consisterà nella pubblicazione degli atti dei seminari. La seconda prevede la realizzazione di una mostra che ripercorre i vari temi degli incontri attraverso un percorso che abbracci le molteplici esperienze dell’arco alpino.
Coordinazione scientifica: Nelly Valsangiacomo (Università di Losanna) e Luigi Lorenzetti (LabiSAlp, Università della Svizzera italiana)

Visite guidate da esperti alla scoperta dell’ex Villaggio Sanatoriale “Morelli” di Sondalo (Sondrio)

locandina visite guidate “Morelli”

Acque di Valtellina

Marco Vitale

ACQUE DI VALTELLINA, RIVISITATE

Chiare, fresche e dolci acque.
Francesco Petrarca

Qualche anno fa mi è capitato di studiare, con una certa profondità, il sistema delle acque di Valtellina, soprattutto dal punto di vista delle implicazioni economiche dell’utilizzo idroelettrico di tali acque.
Quest’anno, approfittando di un non breve soggiorno in Valtellina ho sentito l’esigenza di rivisitarne il tema e riassumo qui il risultato di tale rivisitazione.

(a) Le origini del Far West
La Valtellina è ricchissima di corsi d’acqua di ogni tipo. Il principale corpo idrico della Provincia di Sondrio è il fiume Adda che con i suoi 313 Km di corso è il più lungo affluente d’acque del Po, con una portata media alla confluenza inferiore solo a quella del Ticino. Questa ricchezza d’acqua fu benefica ma anche malefica, perché numerosissime furono le piene e le inondazioni che colpirono la Valle. A metà dell’800 Venosta scrisse che in Valtellina gli uomini e le acque si disputano il territorio. Fu quindi logico che le società elettriche sviluppassero forti impianti idroelettrici in Valtellina, più o meno a partire dagli anni ’30 del secolo scorso. Anche questo con tanti effetti positivi e qualche effetto negativo. Ma se vogliamo sintetizzare in una immagine la gestione delle acque in Valtellina, nel corso di tutto il ‘900 l’espressione più appropriata è : Far West. Questa espressione che mi è venuta spontanea osservando i comportamenti nel lungo periodo dei “padroni” delle acque valtellinesi è, per straordinaria coincidenza, uguale a quella usata da Vandana Shiva, la scienziata indiana che più si è battuta per i diritti idrici, che parla di economia dei cowboy e che ha detto: “la creazione di un mercato non gestito della collettività ci riporta al Far West; la democrazia si fonda su questo bene comune”. In Valtellina i concessionari ricchi, potenti, competenti, organizzati, hanno sempre fatto quello che volevano con amministrazioni pubbliche, deboli, ignoranti, succubi e, talora, corrotte. Come nel Far West dove i grandi e forti allevatori facevano quello che volevano, costruivano ma depredavano, creavano ma spogliavano chi non stava con loro, e sterminarono gli indiani. E se qualcuno si metteva per traverso lo ammazzavano o lo facevano ammazzare dallo sceriffo corrotto. Intendiamoci: l’epopea della creazione dell’industria idroelettrica in Valtellina (che di vera e propria epopea si tratta) è, nell’insieme, un’epopea con bilancio positivo . Le imprese idroelettriche hanno investito, hanno creato, negli anni dei cantieri, molti posti di lavoro, hanno contribuito a imbrigliare le selvagge acque che precipitando dai monti creavano, con grande frequenza, rovinose inondazioni. Hanno contribuito alla modernizzazione della Valle. Ma si sono anche portate via un ritorno incredibile che continua e che, con il passare degli anni, diventa sempre più alto. E non hanno avuto riguardo per niente e per nessuno, che non fosse il loro massimo profitto, sacrificando ambiente, ecologia, portata dei fiumi, rispetto degli altri utilizzatori della preziosa risorsa idrica. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato 30 settembre 2010 da geofilosofia in Acqua

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Acqua, paesaggio, governance del territorio

Luisa Bonesio

L’IMPATTO PAESAGGISTICO DEL PRELIEVO DELLE ACQUE IN PROVINCIA DI SONDRIO


1. Posizione metodologica della questione

1.1 Per affrontare il problema del prelievo delle acque nella Provincia di Sondrio e valutare opportunità o inopportunità di ulteriori concessioni, è necessario delineare preliminarmente un quadro di riferimenti concettuali, oggi largamente condivisi a livello mondiale, in cui contestualizzare la questione Anche il caso specifico in oggetto, infatti, non è che una fattispecie di una questione globale, la cui urgenza ineludibile impone di non fare ricorso solo ad analisi – peraltro indispensabili – condotte in termini quantitativi e astratti da contesti di riferimento più ampi, ma di rendersi consapevoli dell’inserimento di questa problematica in un orizzonte più ampio, tanto a livello dei nessi oggettivi e sistemici che rimandano a una complessa pluralità di elementi, quanto a livello dei significati culturali, identitari e immateriali, e da ultimo a livello delle ricadute in una serie di altri ambiti, di rilevanza economica, comunitaria e comunicativa (turismo). Leggi il seguito di questo post »

L’acqua, un esercizio di lettura epocale

Luisa Bonesio

SPARTIACQUE


“La cosa più molle al mondo si precipita contro la cosa più dura al mondo. Niente al mondo è più molle e debole dell’acqua; ma nell’avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla. Senza sostanza, essa penetra in ciò che non ha interstizi. La cosa diventa facile per essa grazie a ciò che non esiste.
Così io so che il Non-agire ha il sopravvento”
.

Lao-Tzu, Tao-tê-ching, XLIII.

Sentieri interrotti dalla furia dei torrenti e ponti rimasti senza fiume

Alla natura pietrosa e immota della montagna sembra fare da complemento, ma anche da antitesi simbolica, quella scorrente e fluida delle acque: in realtà, nel destino storico delle regioni di montagna, fra intelaiatura rocciosa e scorrere di acque si è mostrata una coappartenenza che va aldilà dell’ovvio dato geomorfologico. Intanto: per indicare una frontiera, l’immagine dello spartiacque è molto più che una metafora. Le acque con il loro defluire, tracciano confini e individuano regioni: basta pensare alla formazione stessa di una valle, e a come questa coappartenenza profonda di luogo e di acque si trovi ancor oggi in moltissimi toponimi, particolarmente nelle aree di montagna. Dopo l’alluvione del 1987 in Valtellina, probabilmente, la prima connotazione simbolica delle acque montane che balza alla mente è quella della distruttività: pioggia, infiltrazioni nel terreno instabile, frane, creazione improvvisa di nuovi tracciati di fiumi, di laghi e acquitrini. Eppure basterebbe osservare il paesaggio di una valle, con i suoi innumerevoli conoidi e rovinacci, per comprendere che, ad allearsi distruttivamente con la furia delle acque, e a renderla possibile, spesso è proprio un aspetto della montagna che inconsciamente rimuoviamo, appunto in quanto apparentemente non omogenea al simbolismo roccioso: la instabilità della roccia. Le montagne possono fendersi e divallare, scendere “come” le acque. Le generazioni andate ne possedevano una precisa consapevolezza, che si può leggere nella disposizione dei paesi e delle antiche vie di comunicazione. Oggi, perduta in gran parte questa consapevolezza, sembra che l’acqua rappresenti solo una minaccia potenziale, da cui occorre difendersi, con opere cementizie che stanno arrecando gravi danni al paesaggio. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato 18 settembre 2010 da geofilosofia in Acqua

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Il paesaggio come dimensione educativa


Angelo Marino

EDUCARE AL PAESAGGIO E ATTRAVERSO IL PAESAGGIO


1  Premessa

Questo titolo fa riferimento ai contributi di alcuni autori al libro Ritrovare i segni, rinnovare i significati. In particolare fa riferimento al saggio monografico di Benedetta Castiglioni Educare al paesaggio[1]. «Oltre che educare al paesaggio, scrive la Castiglioni, risulta particolarmente interessante e ricco di potenzialità anche educare attraverso il paesaggio: l’osservazione e lo studio dei paesaggi possono aiutare a sviluppare abilità e competenze in ambiti diversi, possono favorire l’acquisizione di contenuti interdisciplinari e di metodologie di studio, possono far emergere componenti importanti nella formazione dell’individuo, coniugando la dimensione della razionalità con quella della sensibilità […]» (p. 18).

Devo anche premettere che, sviluppando e approfondendo questo tema, che ritengo cruciale per l’Educazione alla cittadinanza dei minori come degli adulti – e per restare nello spirito e nella lettera della Convenzione europea del paesaggio, che è il punto di riferimento costante della Castiglioni e di chi scrive –, ho avvertito l’esigenza di andare ben oltre gli spunti iniziali forniti dalla Castiglioni nel citato testo Educare al paesaggio e credo di avere focalizzato altri “attraversamenti epistemologici” e percorsi di riflessione finalizzati ad una autentica e concreta Educazione al paesaggio e attraverso il paesaggio[2].

2 Dalla polisemia delle rappresentazioni all’unisemia dei significati

Occorre innanzitutto fare chiarezza su un punto essenziale: la molteplicità di significati e definizioni che comunemente vengono attribuiti al paesaggio. Franco Zagari in un significativo volumetto[3] ne ha raccolto ben 48! Ritengo che bisogna (e che sia possibile) uscire da questo labirinto – assolutamente paralizzante per chi vuol fare Educazione geografica, per indicare praticabili vie d’uscita alle emergenze attuali e per fare della geografia «una forma dell’azione sociale» capace di innescare «cambiamenti concreti»[4] –, e che l’unico modo per farlo sia quello di partire dallo strato più superficiale, quello visibile e inconfondibile, del paesaggio locale, a grande scala, e da qui procedere ai vari gradi ed estensioni di non immediata visibilità, di ordine naturale, culturale, storico e simbolico[5]. Sul piano didattico – è ciò che qui interessa – ritengo sia questa la strada maestra e più lineare per passare dalla polisemia delle rappresentazioni all’unisemia dei significati e raggiungere la totalità espressiva del paesaggio stesso.

Il processo di rielaborazione concettuale della geografia comincia proprio dal suo essere “scienza dei luoghi”. «La geografia come scienza del paesaggio, scriveva Gambi già nel 1956, è là che mostra la sua vitalità e la sua ricchezza, precisamente per il fatto che si adegua in pieno alla cultura dei nostri tempi»[6]. Ed è grazie a questa sua inequivocabile concretezza – al suo essere “là” – che il locale vive al riparo dalla aleatorietà e dispersività del globale e assurge al rango di documento primario del geografo.

Il paesaggio come palinsesto temporale e volto visibile dell’interazione di cultura e natura richiede dunque un’attenta lettura storico-filologica che sappia cogliere, al di là dell’immagine che si mostra immediatamente, la sua vera forma che non sempre traspare con altrettanta immediatezza. «Se il paesaggio è pensabile come espressività e volto, scrive Luisa Bonesio, esso sarà forma, più che immagine; impronta o conio, più che superficie senza spessore dell’impressione soggettiva, e richiede un approccio morfologico»[7]. Per poter cogliere l’oggettività del paesaggio, la sua totalità espressiva – «tutta la sua densità epistemologica e ontologica» –, non bisogna quindi abbandonare il piano della percezione visiva, ciò che il paesaggio visualmente mostra di sé; bisogna situarsi su questo piano e da qui procedere ai «vari gradi e estensioni di non immediata visibilità (o non immediata visibilità), di ordine naturale, culturale, storico e simbolico» (Bonesio). Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato 17 settembre 2010 da geofilosofia in Paesaggio

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La bellezza ci salverà. La forza risanatrice del bello in un’architettura straordinaria

Domenicale art. Morelli

Padiglione servizi, Villaggio Morelli. Copyright Caterina Resta 1992

Fai il pieno di cultura – Programma Alta Valtellina 24-25-25 settembre 2010

Fai il pieno di cultura Alta Valle 2010

Con “Fai il pieno di cultura” attività e incontri per conoscere e apprezzare il nostro territorio

Una tre giorni di eventi per avvicinarsi all’arte, alla natura, alla storia locale e ancora per acquisire elementi per far crescere in un ambiente stimolante i nostri figli. Il significato poliedrico del termine cultura sarà ben illustrato nell’ultimo week-end di settembre in occasione della manifestazione “Fai il pieno di cultura”, promossa dalla Regione Lombardia. Giunta ormai alla sua terza edizione, la manifestazione prevede oltre 300 eventi realizzati nelle 12 province lombarde.

Particolarmente denso il calendario degli appuntamenti in Alta Valtellina: mostre, spettacoli, visite guidate di carattere sia storico sia naturalistico, laboratori per bambini e famiglie. Un’offerta molto eterogenea, resa possibile dall’attiva cooperazione degli enti e delle associazioni presenti sul territorio. Numerosi eventi in programma riguarderanno i giovanissimi e il loro rapporto con la lettura, naturalmente mediato dalle figure genitoriali.

Venerdì 24 settembre alle ore 14.30, presso la scuola dell’infanzia di S. Rocco a Livigno, e sabato 25 settembre alle ore 14.00, al palazzo comunale di Sondalo, Rita Valentino Merletti e Paola Bertolina illustreranno il progetto “Nati per leggere”; la prima in qualità di madrina di questa campagna in Italia, la seconda quale bibliotecaria membro del gruppo di lavoro provinciale. Il progetto Nati per leggere, che ha preso avvio nel 1999, ha l’obiettivo di promuovere la lettura ad alta voce ai bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. Molteplici i vantaggi derivanti dalla semplice abitudine di prendere in braccio i propri figli per leggere loro un libro, sia sul piano cognitivo sia della relazione.

E dopo una presentazione più prettamente teorica, i genitori avranno modo di sperimentare da subito la pratica. Presso il Mulino Salacrist a Bormio sarà allestita una mostra con le risorse bibliografiche scelte dal gruppo di lavoro provinciale che rientrano nel progetto “Nati per leggere” e disponibili al prestito in tutte le biblioteche dell’Alta Valtellina. Libri morbidi e cartonati, con inserti da toccare, per avvicinare i piccoli al libro come a un gioco; o ancora volumi con filastrocche o brevi storie per trasmettere ai piccoli la musicalità della lingua. La mostra resterà aperta al pubblico venerdì 24 dalle ore 16.30 alle 18.30 e nella giornata di sabato 25 dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.30.

Il programma prevede anche un momento di attività rivolta proprio ai bambini dai 3 ai 6 anni, accompagnati dai genitori. Sempre al mulino Salacrist, dalle ore 14.30 alle 16.00 di venerdì 24 si terrà un laboratorio con Emanuela Bussolati, vincitrice del premio Andersen 2010 con il suo libro “Tararì tararera”. Dopo la lettura delle avventure di Piripù bibi, protagonista del libro, i piccoli saranno coinvolti in un’attività manuale; il tutto studiato a loro misura per garantire un pomeriggio divertente e arricchente per bambini, mamme e papà.

In parallelo alla mostra di Nati per leggere, Sondalo ripropone “Per grazia ricevuta: gli ex voto delle chiese di Sondalo”. L’esposizione, curata da Manuela Gasperi, Dario Cossi e Gisella Schena del Centro Studi Storici Alta Valtellina, darà l’occasione di apprezzare le preziose tavolette degli ex-voto, testimonianze di fede ed esempi di arte popolare.

La mostra, allestita presso l’oratorio dei disciplini adiacente alla chiesa di S. Maria Maggiore a Sondalo, sarà visitabile il 24, il 25 e il 26 settembre dalle 15.00 alle 18.00 e dalle 20.30 alle 22.00.

Sondalo ospiterà anche due inusuali quanto interessanti visite guidate all’ospedale Morelli. Considerato negli anni ’30 del secolo scorso il più grande sanatorio d’Europa, esso fa trasparire in ogni suo aspetto l’attento disegno terapeutico che ne ha guidato la costruzione. Sabato 25 settembre alle ore 9.15, Luisa Bonesio dell’Università di Pavia condurrà la visita “L’architettura e il paesaggio dell’ospedale Morelli”;

sempre sabato, alle 14.15, Francesco Cossi, dott. in Scienze Forestali, ne illustrerà l’aspetto più prettamente vegetazionale nella visita intitolata “Il parco dell’ospedale Morelli”.

Esempio di sensibilità e di attenzione degli enti locali nei confronti di strutture ed edifici storici  è anche l’inaugurazione, che fa seguito a un intervento conservativo, delle antiche ferriere di Premadio, in programma per sabato 25 settembre alle ore 17.00. La storia e le modalità di funzionamento di questo complesso siderurgico, che ancora oggi testimonia la significativa attività di estrazione e lavorazione del ferro condotta in Valdidentro sin dal Medioevo, saranno illustrati nel corso di una conferenza in loco da Lorenza Fumagalli e Stefano Zazzi.

Ma la storia e la cultura locale non può prescindere dall’aspetto naturalistico del nostro territorio che ha condizionato e contribuito a forgiare abitudini, attività e mentalità delle popolazioni locali. Da qui una serie di appuntamenti che vedono l’ambiente naturale come protagonista.

Sabato 25 settembre alle ore 21.00 nella sc’tua granda di palazzo de Simoni a Bormio, Giacomo Occhi appassionerà i presenti con le letture tratte da “Cose della montagna e della caccia” di Attilio Peloni, regalando uno spaccato di vita dell’Alta Valtellina nella prima metà del secolo scorso.

Nello stesso edificio, precisamente nei locali adibiti a Museo civico, venerdì 24 alle ore 17.00 avrà luogo il gioco didattico “A caccia di animali”, destinato ai bambini dai 7 agli 11 anni. Un itinerario attraverso le opere d’arte conservate nel museo alla ricerca degli animali in  esse rappresentati.

Destinato a famiglie anche con bambini piccoli sono invece le attività laboratoriali proposte al Centro visite del Parco Nazionale dello Stelvio a S. Antonio Valfurva e presso la Riserva Naturale del Paluaccio di Oga.

Il Parco Nazionale dello Stelvio, propone, nella sala multimediale del nuovo centro visite, due laboratori per famiglie, curati dalla biologa Anna Pisapia. Venerdì 24 settembre alle 16.30 sarà la volta di “Giochiamo con i suoni”, un percorso attraverso i rumori della natura. Sabato alle ore 10.00, invece, con il  laboratorio “Il cugino d’America” sarà trattata in modo ludico la tematica sempre più attuale dell’immissione di specie, intenzionale o accidentale, in territori diversi da quelli di origine.

Nella tre giorni di cultura sarà dato spazio anche ad una piccola riserva del nostro territorio. Sabina Colturi, biologa, sabato 25 alle ore 14.30 accompagnerà i visitatori nel cuore della riserva naturale del Paluaccio di Oga. Area umida dalla storia millenaria nasconde tra la sua vegetazione specie di origine sub-artica e boreale, piante carnivore e particolari muschi che, con il passare dei secoli, hanno dato origine all’imponente accumulo di torba.

Particolarmente suggestiva la proposta del Museo Vallivo “Mario Testorelli” e della Biblioteca comunale di Valfurva. Sabato 21 settembre alle ore 21.00 il museo aprirà le porte per dare vita a “Bianca e nera, una notte al museo!”, serata di letture animate, giochi di ombre e filastrocche di un tempo. Momenti dal sapore antico che culmineranno nella assegnazione del titolo di Superlettori ai bambini che hanno aderito ad una gara di lettura promossa dalle biblioteche dell’Alta Valtellina. A tutti i bambini di Valfurva sarà data l’opportunità di trascorrere l’intera nottata al museo (avranno precedenza i partecipanti al concorso SuperElle).

“Fai il pieno di cultura” si traduce quindi in tante attività e altrettanti spunti di approfondimento; e il tutto gratuito e a portata di mano… aspetto che assume particolare rilievo nel nostro territorio, spesso considerato marginale in termini di offerta culturale. Tuttavia, è doveroso sottolineare il forte impegno nella promozione di attività di interesse culturale messo in atto dagli enti locali negli ultimi anni. Se da un lato, tali proposte ampliano l’offerta turistica del comprensorio, dall’altro vanno a vantaggio delle popolazioni locali e delle nuove generazioni, che hanno sempre più opportunità per conoscere e apprezzare le proprie radici culturali. “Fai il pieno di cultura” si propone quindi quale “estratto” dell’offerta culturale locale. L’invito di Regione Lombardia, enti e associazioni locali, è dunque quello di  approfittare di questa iniziativa, scegliendo il menù culturale che più soddisfa interessi, curiosità e passioni dei singoli.

In concomitanza a “Fai il pieno di cultura”, il Consiglio d’Europa propone Le giornate europee del patrimonio culturale, iniziativa che vede 49 Paesi festeggiare all’unisono le bellezze artistiche, architettoniche e paesaggistiche del continente. Anche in questo contesto, molto più amplificato, si intende favorire la maturazione di una consapevolezza di appartenenza culturale, pur declinata nelle diverse entità.
In Italia, il Ministero dei beni culturali e ambientali, con lo slogan “Italia, tesoro d’Europa”, attraverso manifestazioni, aperture straordinarie di musei e biblioteche, itinerari naturalistici, storici e eno-gastronomici, cercherà di enfatizzare l’importanza della cultura nazionale nel contesto continentale.

In provincia di Sondrio il Parco delle incisioni rupestri di Grosio, le città di Sondrio e Morbegno oltre a Teglio e Talamona aderiranno con convegni e mostre a entrambe le iniziative.

Comunicato stampa Ufficio Cultura Comunità Montana Alta Valtellina