Acque di Valtellina

Marco Vitale

ACQUE DI VALTELLINA, RIVISITATE

Chiare, fresche e dolci acque.
Francesco Petrarca

Qualche anno fa mi è capitato di studiare, con una certa profondità, il sistema delle acque di Valtellina, soprattutto dal punto di vista delle implicazioni economiche dell’utilizzo idroelettrico di tali acque.
Quest’anno, approfittando di un non breve soggiorno in Valtellina ho sentito l’esigenza di rivisitarne il tema e riassumo qui il risultato di tale rivisitazione.

(a) Le origini del Far West
La Valtellina è ricchissima di corsi d’acqua di ogni tipo. Il principale corpo idrico della Provincia di Sondrio è il fiume Adda che con i suoi 313 Km di corso è il più lungo affluente d’acque del Po, con una portata media alla confluenza inferiore solo a quella del Ticino. Questa ricchezza d’acqua fu benefica ma anche malefica, perché numerosissime furono le piene e le inondazioni che colpirono la Valle. A metà dell’800 Venosta scrisse che in Valtellina gli uomini e le acque si disputano il territorio. Fu quindi logico che le società elettriche sviluppassero forti impianti idroelettrici in Valtellina, più o meno a partire dagli anni ’30 del secolo scorso. Anche questo con tanti effetti positivi e qualche effetto negativo. Ma se vogliamo sintetizzare in una immagine la gestione delle acque in Valtellina, nel corso di tutto il ‘900 l’espressione più appropriata è : Far West. Questa espressione che mi è venuta spontanea osservando i comportamenti nel lungo periodo dei “padroni” delle acque valtellinesi è, per straordinaria coincidenza, uguale a quella usata da Vandana Shiva, la scienziata indiana che più si è battuta per i diritti idrici, che parla di economia dei cowboy e che ha detto: “la creazione di un mercato non gestito della collettività ci riporta al Far West; la democrazia si fonda su questo bene comune”. In Valtellina i concessionari ricchi, potenti, competenti, organizzati, hanno sempre fatto quello che volevano con amministrazioni pubbliche, deboli, ignoranti, succubi e, talora, corrotte. Come nel Far West dove i grandi e forti allevatori facevano quello che volevano, costruivano ma depredavano, creavano ma spogliavano chi non stava con loro, e sterminarono gli indiani. E se qualcuno si metteva per traverso lo ammazzavano o lo facevano ammazzare dallo sceriffo corrotto. Intendiamoci: l’epopea della creazione dell’industria idroelettrica in Valtellina (che di vera e propria epopea si tratta) è, nell’insieme, un’epopea con bilancio positivo . Le imprese idroelettriche hanno investito, hanno creato, negli anni dei cantieri, molti posti di lavoro, hanno contribuito a imbrigliare le selvagge acque che precipitando dai monti creavano, con grande frequenza, rovinose inondazioni. Hanno contribuito alla modernizzazione della Valle. Ma si sono anche portate via un ritorno incredibile che continua e che, con il passare degli anni, diventa sempre più alto. E non hanno avuto riguardo per niente e per nessuno, che non fosse il loro massimo profitto, sacrificando ambiente, ecologia, portata dei fiumi, rispetto degli altri utilizzatori della preziosa risorsa idrica.
(b) Le più recenti tendenze mondiali
Nei decenni più recenti, in tutto il mondo, è cresciuta una nuova cultura dell’acqua basata sulla consapevolezza dei molteplici obiettivi ed interessi che devono essere integrati in una gestione responsabile del sistema idrico. Nasce il concetto di “integrated water management”. Uno dei primi esempi di legge avanzata fu la legge federale svizzera 24 gennaio 1991 che, all’art.1, assegna ad una gestione integrata e responsabile del sistema idrico i seguenti obiettivi:
a) preservare la salute dell’uomo, degli animali e delle piante;
b) garantire l’approvvigionamento e promuovere un uso parsimonioso dell’acqua potabile e industriale;
c) conservare i biotipi naturali per la fauna e la flora indigeni;
d) conservare le acque ittiche;
e) salvaguardare le acque come elementi del paesaggio;
f) garantire l’irrigazione agricola;
g) permettere l’uso delle acque a scopi di svago e ristoro;
h) garantire la funzione naturale del ciclo idrologico.
Poi, di fondamentale importanza, venne la Direttiva generale sulla gestione delle acque dell’Unione Europea 2000/60 che, tra l’altro,stabilisce il corretto principio che bisogna tenere conto dei costi ambientali e dei costi delle risorse consumate per determinare il contributo dei vari utilizzi delle acque al recupero dei costi idrici. Sulla Direttiva europea si innesta il grande lavoro in materia di management integrato delle acque alpine sviluppato dalla Convenzione Europea delle Alpi. Di notevole valore anche il parere del CNEL del 5 giugno 2008, formulato dopo numerose audizioni dove, tra l’altro, si fa proprio il concetto fondamentale che “L’acqua non è un prodotto commerciale al pari degli altri, bensì un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale. L’acqua è un bene troppo prezioso per non essere tutelato dalla collettività. Possiamo vivere senza petrolio, ma non senza acqua”.
Questo grande movimento mondiale, alimentato anche dal fatto che in tante parti del mondo l’acqua è già un bene scarso, ha raggiunto un nuovo traguardo quando, pochi giorni fa (il 28 luglio), l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (con 122 voti a favore e l’astensione degli USA) ha approvato una risoluzione, attesa da molti anni e sempre ostacolata dalle grandi società del settore, che riconosce l’accesso all’acqua come diritto fondamentale di ogni persona: “L’acqua è una risorsa limitata e un bene pubblico fondamentale per la vita e la salute. Il diritto a disporre di acqua è indispensabile per condurre una vita dignitosa. E’ un prerequisito per la realizzazione di altri diritti dell’uomo”. L’acqua dunque come bene comune e non come bene commerciale: il grande salto concettuale è compiuto. E’ la stessa richiesta che sta alla base delle firme di 1.450.000 italiani che hanno depositato le loro firme per chiedere il referendum abrogativo delle nostre norme controcorrente, che privatizzano i servizi idrici. Nessuna precedente richiesta di referendum aveva raccolto tante firme.
( c) Il tentativo di passare dal Far West ad un regime civile in Valtellina
Nel contesto mondiale che ho illustrato nel paragrafo precedente, il Far West idrico non poteva sopravvivere, come tale, neppure in Valtellina. Grazie a movimenti civici, in difesa di fiumi e torrenti, dall’attività informativa e culturale di persone competenti, oneste e di valore (come il geometra Songini della Val Masino), che ha fornito la più documentata e convincente accusa contro i soprusi degli uomini del Far West, all’azione di alcuni amministratori pubblici per bene, ha preso corpo anche in Valtellina un importante tentativo di passare dal Far West ad un regime civile, economicamente sensato ed equilibrato di gestione delle acque. La grande occasione era rappresentata dalla scadenza, dal 2010 al 2016, della maggior parte delle concessioni per le grandi derivazioni. Alla scadenza della concessione la proprietà degli impianti diventa di proprietà dell’ente pubblico concedente. Quindi questi li può dare in nuova concessione attraverso una gara ad evidenza pubblica, secondo la UE e secondo la nostra Corte Costituzionale. Quello della scadenza era il momento giusto per riportare alla ragione i grandi allevatori del Far West. Gli enti pubblici si trovavano, infatti, in una posizione di grande vantaggio negoziale. Nel frattempo anche in vista di questo appuntamento storico erano stati compiuti dei positivi passi importanti:
– La Provincia di Sondrio, sospinta dai movimenti civici, aveva concordato ed ottenuto una moratoria per nuove concessioni, sia di minore portata che per le grosse derivazioni. Fu un grande risultato che, almeno per un certo periodo, autorizzava la Provincia a negare le concessioni alle decine di operatori che le chiedevano (come le chiedono) sospinti da una legge statale agevolativa, sciagurata e distruttiva, domande che, se accolte, avrebbero definitivamente alterato l’ambiente della montagna valtellinese.
– La Provincia di Sondrio, sia pure con un grande ritardo e con i buoi ampiamente scappati dalla stalla, aveva, faticosamente, varato il 5 settembre 2005 il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) che, a mio giudizio, è un ottimo piano che, tra l’altro, individua come strategica la tutela dei corpi idrici per la tutela del paesaggio e dell’ambiente della Provincia di Sondrio, e fissa principi, criteri e decisioni importanti per ampie zone del territorio. E’ vero che si è anche in attesa di un piano d’area per l’Alta Valle della Regione che dovrebbe essere sovraordinato al PTCP provinciale. Ma, come tutte le persone dotate di senno, sono terrorizzato all’idea di questo piano che, concepito per rimediare ad alcune sciagurate decisioni legate ai Mondiali di sci invernali rischia di portare nuovi danni e complicazioni.
– La Provincia di Sondrio emana, poi, nel Novembre 2009, in applicazione del PTCP, un Bilancio Idrico della Provincia, che si prefigge, tra l’altro l’obiettivo di adempiere alle raccomandazioni della Direttiva europea 2000/60. Nonostante la lamentata mancanza di serie storiche di dati fondamentali, mancanza da imputare alle grandi concessionarie che hanno sempre seguito la politica dell’oscurità, della mancanza di dati trasparenti, di sottrazione da ogni possibile monitoraggio, il Bilancio Idrico, con relativa relazione tecnica, è un ottimo studio, una base solida per una gestione integrata e responsabile del sistema idrico della Valle.

Punti chiave ai fini del nostro discorso sono i seguenti:
– Viene ribadito che nella grande maggioranza dei corsi d’acqua e per ampie zone della Valle (aree di interesse naturalistico e paesistico, zone di protezione speciale, siti d’importanza comunitaria, parchi regionali, nazionali, SIPA) non sono consentite nuove concessioni per nuovi prelievi idroelettrici o per l’incremento di quelle in atto;
– Per le concessioni in atto sarà avviata una particolare verifica della computabilità dei prelievi già concessi con la tutela della qualità dell’ambiente;
– Viene riconosciuta l’essenzialità dell’adeguamento delle derivazioni concesse al rilascio del Deflusso Minimo Vitale (con coordinamento alla direttiva regionale ed al PTUA (programma di tutela e uso delle acque) adottato dalla Regione nel 2006;
– Si analizzano gli indici di criticità quantitativa della risorsa idrica superficiale prendendo atto che “l’utilizzazione idrica globale è molto spinta in Provincia di Sondrio e determina situazioni di carenza idrica assai pronunciate”;
– Si prende atto della scadente organizzazione del catasto Regionale Utenze Idriche. Ad esempio: “nel settore Frodolfo la portata di concessione per le grandi derivazioni idroelettriche risulta pari a zero, mentre è noto che esistono diverse opere di presa in tale bacino”;
– Si prende atto che la qualità attuale dell’acqua potabile della Provincia è tra buona e ottima ma che bisogna impegnarsi molto per mantenere questo livello;
– Si specificano le necessità di tutela degli ecosistemi ed alto valore naturalistico e degli ecosistemi fragili in ambito montano (non basta la protezione della dinamiche idrauliche e della qualità dell’acqua; è necessario tutelare l’ecosistema nel suo complesso):
– Si analizza il precario stato della funzionalità fluviale dell’Adda, che è sempre più canalizzato, disseccato, piegato ad esigenze idroelettriche (“a Grosotto si incontra l’impianto dell’AEM che altera profondamente le caratteristiche strutturali del fiume per un tratto di 200 mt.). La presenza di questo impianto si ripercuote anche sulle caratteristiche funzionali della successiva sezione, che presenta un’esigua portata, la completa artificializzazione delle sponde ed una scarsa presenza di vegetazione di greto all’interno delle sponde artificiali”. In relazione alle opere di cementificazione e canalizzazione la Relazione sottolinea: “Oltre all’evidente impatto paesaggistico, non deve essere dimenticato l’impatto biologico di questi interventi; l’uniformità morfologica delle sponde si comporta come una “barriera biologica” che ostacola il passaggio delle comunità animali da monte verso valle e viceversa”. Molto di quello che si dice per l’Adda vale pari pari per il suo importante affluente Frodolfo che scende dalla Valfurva.
– “rinnovi di concessioni esistenti potrebbero essere valutati in funzione del rischio oggi presente e richiedendo che un’analisi specifica dei diversi aspetti di criticità che contraddistinguono il reticolo situato a valle della derivazione conduca alla messa a punto di riduzione delle suddette criticità, di significazione dell’ambiente fluviale, e di miglioramento del Deflusso Minimo Vitale”.
Tutto era quindi pronto per un discorso serio e costruttivo con i grandi allevatori del Far West. Ci mancava solo uno sceriffo federale buono. Ma considerando gli antichi vizi dei grandi allevatori del Far West, le cattive abitudini alle quali erano, da sempre,abituati, la loro grande abbondanza di denaro, di potere e di arroganza, doveva trattarsi non solo di uno sceriffo buono, ma anche forte. Doveva arrivare un John Wayne. Ma nessun sceriffo è arrivato e tanto meno John Wayne. Perciò il tentativo di passare dal Far West a un ordinamento civile è per ora semi fallito ed è rinviato a medio-lungo termine.
(d) Che cosa è successo realmente?
1. Le grandi concessioni in scadenza sono state, in forza di legge, prorogate di 5 anni, a prescindere. Cioè senza nessuna discussione, senza quelle verifiche dell’impatto ambientale richieste dal Bilancio idrico provinciale, senza imporre di colmare quelle lacune informative sulle quali tanto hanno puntato, vincendo, i signori del Far West, senza dar vita a nessun serio sistema di monitoraggio. Niente di niente. Tanti studi, tante fatiche, tanti dibattiti, per portare a casa quasi niente. Analoga disposizione di proroga incondizionata contenuta nella legge finanziaria 2006 è stata dichiarata incostituzionale con pronuncia della Corte Costituzionale 18 gennaio 2008 N. 1. Data l’inerzia della Regione nel preparare le gare per le nuove concessioni (gare nelle quali il concessionario uscente, per una serie di ragioni intuitive parte sempre in una posizione di vantaggio), la proroga era inevitabile. Ma essa andava negoziata, barattata con una serie di regole comportamentali ed organizzative che avrebbero potuto rappresentare, comunque, una svolta. Così è stata un regalo, una resa senza condizioni. Ed è interessante che il termine “regalo”sia stato utilizzato anche da un giornale imprenditoriale come Il Sole 24 Ore (mercoledì 4 agosto 2010, inserto Lombardia) nell’articolo dal titolo. “Lega in aiuto di A2A. Concessioni lunghe per l’idroelettrica”.
2. Nessuna svolta dunque,ma solo un piatto di lenticchie. Il rinnovo automatico per cinque anni è costato alle imprese un aumento dei sovracanoni per i comuni e i consorzi dei bacini imbriferi montani. Essi vengono portati rispettivamente da 21,8 e 4,50 euro per ogni kw di potenza nominale a 28,00 e 7,00 euro. Sembra un aumento importante e come tale è stato sbandierato e si sono formulate cifre in libertà. Invece si tratta di un piatto di lenticchie. In totale i sovracanoni passano da 26 a 31 milioni di euro. Un aumento di 5 milioni di euro da suddividere tra 78 comuni e cinque comunità montane. Un piccolo aumento su una base di partenza che era miserrima e umiliante. In altra sede avevo confrontato gli introiti in lire nel 2000 della Provincia di Sondrio (27 miliardi) a quelli del Trentino Alto Adige (63 miliardi) e del Comune e Cantone di Poschiavo (105 miliardi), come risultavano da un documento allegato alla delibera della Provincia di Sondrio del 22 dicembre 2000.
3. E’ stata enfatizzata un’altra presunta novità, in relazione alla quale sono state sbandierate cifre al vento in modo irresponsabile. La novità consiste nel fatto che in prossimità della scadenza del quinquennio di proroga il concessionario (cioè colui che è prossimo a perdere la proprietà degli impianti!) ha facoltà di rinnovare la durata della concessione di altre sette anni (cioè 5+7=12 anni). Ciò avviene se il concedente condivide la concessione con una società mista pubblico privata che partecipi al capitale della concessionaria nella misura minima del 30% e massima del 40%. Tale società farà capo alle province o a società dalle stesse controllata, a sua volta, con partecipazione di eventuali soci privati. Con questa disposizione si introduce il principio di partecipazione delle province ai risultati delle grandi concessioni. Qui siamo di fronte ad un cambio importante, lungamente richiesto da molte parti ed al quale dare un caldo benvenuto. Ma siamo lungi dal considerare la questione risolta, dal gioire senza condizioni e addirittura da azzardare cifre poco o nulla affidabile sui presunti utili futuri. Infatti, come è tipico del costume legislativo italiano, si butta sul tavolo un principio ma non lo si regola. Come verrà organizzata la partecipazione, con che valori, con che metodi, con che governance, con che debiti?Niente di tutto questo è regolato. L’unica cosa che la legge dice è che la partecipazione delle province nelle società concessionarie non può comportare maggiori oneri per la finanza pubblica. L’interpretazione di questa norma è aperta, con gioia degli avvocati. Quindi un passo avanti ( o se si vuole una piccola ritirata tattica dei grandi allevatori del Far West) ma anche una cambiale in bianco. Il vero potere resta in mano ai grandi allevatori, che potranno organizzare la nuova società e gestirla come fa comodo a loro. Una esperienza non brillante esiste già in valle ed è quella della società mista Valdisotto Servizi. E’ logico pensare che il disegno dei grandi allevatori del Far West e soprattutto di A2A sia quello di replicare per tutte le concessioni e per tutta la valle una roba simile. E suona verosimile se non vera l’affermazione di un importane allevatore del Far West che, alla diga di Cancano, avrebbe detto, pochi giorni fa, che la norma in questione, l’ormai famoso art. 15, l’avrebbe scritta lui.
4. Un’altra questione di grande importanza e la necessità di chiarezza, oggettività, omogeneità, verificabilità dei criteri applicati dalla Regione per la rideterminazione dei termini di concessione degli impianti. Si tratta di parametri di concessione che hanno enormi conseguenze pratiche: economiche, operative, ambientali, relative alla determinazione del Deflusso Minimo Vitale. Ma hanno anche effetti giuridico-istituzionali-politici e morali se non vengono applicati a tutti con gli stessi criteri e le stesse misure. Nei decreti di rideterminazione dei termini di concessione sinora emessi dalla Regione esistono vistose differenze. La questione è talmente evidente che, dopo documentate mozioni presentate dal consigliere provinciale Martina Simonini, il Consiglio provinciale all’unanimità ha approvato, in data 12.07.2010, una delibera che impegna il presidente a chiedere alla Regione Lombardia i necessari chiarimenti tecnico-amministrativi, in merito alla modalità di rideterminazione dei parametri applicati per i vari impianti. Dietro questa questione apparentemente tecniche si celano temi essenziali che chiamano impropriamente politici. Basterà citare dal verbale di quella seduta del Consiglio Provinciale quanto affermato dal consigliere Alessandro Sozzani: “E’ assolutamente corretto pretendere dalla Regione Lombardia una rideterminazione dei termini di concessione che rispetti regole precise e da non applicarsi in casi diversi a seconda delle occasioni ritenute più opportune… è altrettanto indiscutibile che dette misurazioni dovrebbero avvenire in modo controllabile o controllato da parte dei concedenti, non essendo accettabile, come avviene ora, che tali misurazioni siano dipendenti dalla buona volontà dei concessionari…. Gli strumenti per tali misurazioni devono essere tecnologicamente adeguati con una incontrovertibile lettura in continuo per evitare pressapochistiche stime e valutazioni sempre sbagliate al ribasso… spesso si è in balia dei concessionari dei quali non vi è da attendersi leale collaborazione, per ovvio conflitto di interessi e ciò è dimostrato anche dal fatto che gli sporadici controlli effettuati su segnalazioni e/o denunce hanno portato all’applicazione di sanzioni, ma si tratta di casi isolati… un rigoroso controllo del deflusso minimo vitale consentirebbe di accertare la quasi sistematica violazione oggi quasi impunita”.Il povero geometra Songini per aver detto cose simili ed avere cercato sagaciamente di dimostrarle nel suo pregevolissimo libro, Acque Misteriose, è stato ingiustamente trascinato in tribunale e fu persino richiesto che il suo libro venisse ritirato dal commercio e tutte le copie distrutte, presumibilmente bruciandole, come ai tempi delle streghe. Credo che questa discussione nel Consiglio Provinciale di Sondrio e le dichiarazioni del consigliere Sozzani siano la migliore esemplificazione del concetto che il tentativo di uscire dal Far West è, almeno per ora, ed in parte, fallito.
5. Un altro punto critico è legato all’accordo di moratoria. Questo provvidenziale accordo ha temporaneamente (in attesa dei piani strutturali) bloccato le grandi derivazioni e rallentato le piccole. Uso il termine rallentato e non bloccato in relazione alle piccole derivazioni, perché con vari argomenti, numerose nuove piccole derivazioni sono state concesse (il popolo dice: quelle degli amici e dei più influenti) dando luogo ad un senso di incertezza, precarietà, discriminazione. L’accordo deve consolidarsi nel Bilancio idrico che, come si è detto, è stato completato ed è un eccellente documento. I vari enti che sono parte dell’accordo di moratoria (Provincia, Ministero Ambiente, Autorità bacino del Po) hanno dato il loro assenso, con l’eccezione della Regione Lombardia. Il ritardo della Regione nel firmare l’adesione al Bilancio idrico è non solo tecnicamente inspiegabile ma è politicamente disastroso e poco responsabile. Sembra a molti che la Regione voglia tenere in mano una specie di arma di ricatto nei confronti della Provincia. Tutto ciò crea precarietà, insoddisfazioni, senso di arbitrarietà e offre agli interessati la base per attaccare e chiedere l’annullamento del Bilancio Idrico. Già 20 ricorsi sono stati presentati chiedendo l’annullamento del Bilancio Idrico, del PTCP, dell’accordo di moratoria. Se questi ricorsi venissero accettati dal Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche (la cui indipendenza ed oggettività solleva in molti dei seri dubbi), il ritorno al Far West pieno sarebbe conclamato e intorno al villaggio verrebbe elevato un muraccio (del tipo di quello con il quale Bormio ha fatto sparire alla vista il Frodolfo), inespugnabile anche da John Wayne.
6. Vi è poi una ultima e decisiva questione o, se si vuole, una ultima battaglia di federalismo vero e non parolaio e propagandistico da combattere. Quella della titolarità del demanio idrico. La legge 350/2003 (finanziaria) dava la possibilità alle Regioni di trasferire le competenze del demanio idrico alle province composta per il 95% da comuni montani. Le province di Belluno e del Verbano – Cuso – Ossola hanno ottenuto il trasferimento delle competenze. Sondrio, che produce oltre l’11% dell’energia idroelettrica nazionale ed oltre il 45% di quella lombarda, che produce 11,93% kwabitante contro i 3,11 di Bolzano non ha ottenuto questo trasferimento e non credo che l’abbia richiesto con la necessaria energia. Eppure è un passaggio ineludibile, un nodo politico essenziale. Non possiamo illuderci che sia sufficiente il passaggio dei poteri alle province perché le cose vadano bene da sole; né che gli amministratori provinciali, miracolosamente, vengano travolti dall’amore per il loro territorio e per il bene comune. Ma con questo passaggio non solo si elimineranno duplicazioni e ritardi ma le decisioni verranno portate al livello dove ci sono i problemi (che è l’essenza del federalismo vero), e le cose appariranno meno oscure alla gente comune e, forse, si riuscirà a scuoterne l’apatia ed a suscitare l’interesse per il tema, che resta il tema centrale e più importante della valle (più importante di quello della mobilità). La problematica dei prossimi anni sarà sempre più la disponibilità di acqua per i vari usi, di cui quello energetico non potrà essere il prevalente (si rilegga l’art. 1 della legge federale svizzera sull’acqua). Nella gestione del territorio il tema acqua sarà centrale e strategico e dunque la conoscenza aggiornata e la gestione in continuo del bilancio idrico dei vari bacini sarà essenziale (nella Provincia di Bolzano,dal 2001, il bilancio idrico è disponibile continuativamente in tempo reale e fornisce, a tutti gli interessati, i dati dell’acqua prodotta e dell’acqua utilizzata; in Valtellina un Comune che chiede i dati UTIF si sente rispondere che non sono disponibili in quanto coperti da qualche segreto di Stato. “Acque misteriose” appunto come ben titolò il Songini) “Management integrato delle acque (concetto che deriva dalla Direttiva comunitaria e dal lavoro elaborativo svolto dalla Convenzione europea delle Alpi) vuol dire gestione dei bacini tenendo conto dei bisogni potabili, irrigui, ambientali, ecologici, industriali, dei rilasci minimi, dei periodi di siccità, gestendo nell’interesse comune e non solo in quello dei grandi allevatori del Far West, l’acqua che è la più preziosa delle risorse della Valtellina. Per questo la gestione diretta da parte della Provincia, sia pure nell’ambito dei quadri di riferimento generali della Regione, è essenziale.
Guardiamo pure al bicchiere mezzo pieno, come è proprio delle persone iscritte al partito degli uomini di buona volontà, ma senza farci prendere in giro. Perciò:
– L’aumento dei sovracanoni è una cosa buona, ma sia chiaro che, tenendo conto degli interessi in gioco, rimane nelle categorie delle piccole elemosine. Perciò bisogna continuare a battersi per aumentarli, senza farsi imbrogliare dalla futura, eventuale, incerta partecipazione, che è un’altra faccenda. Quando in una società per azioni un socio fornisce dei servizi speciali o subisce un danno particolare, si fa retribuire per i servizi speciali o reintegrare per il danno subito, a prescindere dal fatto che, partecipi anche al capitale ed abbia titolo all’eventuale dividendo. I canoni e sovracanoni non possono essere barattati con la partecipazione (per di più futura, aleatoria e di incerta determinazione), perché sono un ristoro per la pervasività ambientale con la quale l’industria idroelettrica grava sul territorio e lo impoverisce.
– L’introduzione del principio di possibile partecipazione delle Province è una cosa buona e rappresenta un indiscutibile passo in avanti. Ma come organizzarlo, come riempirlo, come fare in modo che sia una vera partecipazione e non una presa in giro, è una partita tutta ancora da giocare.
– L’accordo di moratoria è stato una cosa ottima e il PTCP e connesso Bilancio idrico della Provincia di Sondrio, sono strumenti preziosi. Ma le ragioni per cui la regione si rifiuta di consolidare questo sviluppo con la sua firma resta incomprensibile ed inaccettabile. E quindi bisogna impegnarsi al massimo per superare questo enigmatico ed ambiguo ostacolo.
– La battaglia per l’adozione di criteri di misurazione dei vari parametri critici, della loro corretta misurazione, del loro indipendente monitoraggio, è una battaglia tutta da fare. Ed allora le persone di buona volontà e consapevoli della sua importanza decisiva facciano questa battaglia. E’ questa la trincea difesa ad oltranza dai grandi allevatori del Far West.
– La battaglia perché la proprietà del demanio idrico passi alla Provincia che ha la, di gran lunga, più alta produzione idrica d’Italia e della Lombardia, e che ha il più elevato coefficiente di sfruttamento idroelettrico di tutto l’arco alpino (oltre 90%), è la madre di tutte le battaglie e tutta la Valtellina responsabile, al di là di appartenenze politiche, dovrebbe ricompattarsi dietro a questa bandiera.
(e) Collegamenti tra regime delle acque e popolazione
Io mi guarderei bene dal sparare critiche o giudizi su una popolazione in generale, oltre tutto di una zona che mi ospita da oltre quarant’anni e che mi ha dato tante gioie e soddisfazione e qualche amicizia. Io sono un osservatore di fatti, un analista economico ed uno specialista dello sviluppo locale. E dunque parlo criticamente di fatti. Anni fa dissi che i soldi dei mondiali erano stati troppi e spesi “orribilmente”. Fui criticato, offeso ed anche, velatamente ma non troppo, minacciato per questa dichiarazione. Adesso anche i ciechi vedono che quell’analisi, basata su una valutazione impersonale ed oggettiva dei fatti e su uno studio accurato delle carte era corretta. L’irreversibile ferita alle qualità paesaggistiche ed ambientali proprie di Santa Caterina, uno dei più orrendi omicidi o suicidi delle Alpi (nonostante i meritevoli sforzi oggi in atto di tamponare la ferita) nasce da lì. Persino questo orrendo muraccio con il quale Bormio ha nascosto e canalizzato il Frodolfo nasce da lì; la cementificazione selvaggia di Valdisotto, Bormio. Valdidentro nasce da lì. Ma soprattutto da lì e dagli altri denari facili della legge Valtellina nasce la sensazione dominante che chi amministra veramente sono quattro o cinque costruttori e alcuni ristoratori, che la legge non esiste più con l’eccezione della legge della giungla. Si sono andate così perdendo e disperdendo le qualità più preziose della popolazione, della sua storia, della sua antica civiltà. Ma la mia speranza è che esse non siano perse ma si siano solo inabissate come un fiume carsico e che, prima o poi, ritorneranno in superficie.
Oggi il PTCP e il Bilancio idrico della Provincia di Sondrio hanno recepito in pieno il fatto che ì valori paesaggistici, ambientali, ecologici non sono un accessorio ma sono un fattore principale del nuovo tipo di sviluppo sociale ed economico, come hanno capito Courmayeur, Lech e tante altre località austriache e tanti luoghi del Trentino Alto Adige. Il PTCP della Provincia di Sondrio è in linea con le principali e migliori tendenze e rappresenta una intelligente applicazione dell’art. 9 della Costituzione Repubblicana: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ma questi valori non sembrano entrati nella testa e nel cuore della maggioranza della popolazione valtellinese. O forse sono fuoriusciti, perché una volta erano presenti. Basta vedere l’eleganza di certe frazioni di montagna, la meraviglia di certe chiesette rustiche affrescate (come la chiesetta della SS Trinità di Teregua), la sapienza costruttiva ed estetica di certe baite di montagna; basta leggere certe disposizioni degli antichi statuti, per rendersene conto. Basta confrontare tutto ciò con l’orripilante muraccio tirato su a Bormio per nascondere il Frodolfo, con l’obiettivo non dichiarato di far diventare abitabili golene naturali del fiume . Sono sicuro che gli amministratori del Comune che hanno realizzato questo scempio, anche idraulicamente insensato come mi ha illustrato un ingegnere idraulico, conoscitore della zona da me consultato, potranno dimostrare che tutta la pratica è perfettamente a posto con le necessarie autorizzazioni e si trincereranno dietro i pareri tecnici. Anche a Como è successa la stessa cosa. Il muraccio che nascondeva il lago a chi passeggiava sul lungo lago aveva tutti i pareri tecnici necessari e serviva a contenere le acque del lago (che poi sono le stesse del Frodolfo, dello Zebrù, dell’Uzza, dell’Adda). Ma la popolazione si è ribellata e lo ha fatto giustamente abbattere, perché mentre i tecnici devono pensare solo agli aspetti tecnici, un sindaco e una giunta devono pensare anche a tanti altri aspetti, compresi quelli ambientali e paesaggistici come recita il PCTP provinciale: “Ci deve essere una diversa soluzione, trovatela”, hanno detto i cittadini di Como ai loro amministratori. Le due situazioni sono identiche. L’unica differenza è che a Como la popolazione ha reagito in difesa del suo lago, mentre la popolazione di Bormio non ha reagito per il suo fiume. Forse è così mal ridotto che non lo sente più neppure come suo. Allora io ho una proposta definitiva e risolutiva da proporre. Si abbia il coraggio di fare quello che i milanesi fecero negli anni venti del secolo scorso con i Navigli. Li coprirono. Coprite il Frodolfo e se farete la copertura con l’applicazione delle migliori tecniche ingegneristiche potrete costruirci su un paio di condomini all’inizio ed alla fine del tratto coperto e tra i due metterci una bella pista di Kokart. Almeno avremo la soddisfazione di vedere rimosso quel ponte orripilante adatto alla periferia di San Francisco. Questo muraccio è una vergogna indelebile per Bormio e lo declassa definitivamente tra le città di montagna di categoria bassa. E l’alibi delle regioni tecniche è semplicemente risibile. Ecco se dovessi sintetizzare il mio sentimento verso i comportamenti di tanti valtellinesi, direi che tre sono i mali principali: non amano il loro territorio; sono rassegnati con un atteggiamento che ho visto così dominante solo in certe zone del Mezzogiorno; sono succubi degli interessi della rendita immobiliare e dei costruttori.
Ricominciare dai temi dell’acqua può essere un buon inizio. Ma dubito, almeno per l’Alta Valtellina, che si riesca a riprendere un sentiero di serio e sostenibile sviluppo, senza un intervento forte della magistratura che qui, come in tante parti d’Italia, è l’ultima speranza. La grande sfida è rientrare, in qualche modo, nella legalità propria di uno stato di diritto. E questo non può avvenire né con le prediche, né con le analisi, ma solo con la magistratura che è stata così a lungo colpevolmente assente nella Valle. Almeno sino a poco tempo fa.

Bormio, 20 agosto 2010

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Pubblicato 30 settembre 2010 da geofilosofia in Acqua

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