Acqua, paesaggio, governance del territorio

Luisa Bonesio

L’IMPATTO PAESAGGISTICO DEL PRELIEVO DELLE ACQUE IN PROVINCIA DI SONDRIO


1. Posizione metodologica della questione

1.1 Per affrontare il problema del prelievo delle acque nella Provincia di Sondrio e valutare opportunità o inopportunità di ulteriori concessioni, è necessario delineare preliminarmente un quadro di riferimenti concettuali, oggi largamente condivisi a livello mondiale, in cui contestualizzare la questione Anche il caso specifico in oggetto, infatti, non è che una fattispecie di una questione globale, la cui urgenza ineludibile impone di non fare ricorso solo ad analisi – peraltro indispensabili – condotte in termini quantitativi e astratti da contesti di riferimento più ampi, ma di rendersi consapevoli dell’inserimento di questa problematica in un orizzonte più ampio, tanto a livello dei nessi oggettivi e sistemici che rimandano a una complessa pluralità di elementi, quanto a livello dei significati culturali, identitari e immateriali, e da ultimo a livello delle ricadute in una serie di altri ambiti, di rilevanza economica, comunitaria e comunicativa (turismo).

L’acquisizione di consapevolezza più drammaticamente significativa dell’ultimo scorcio di secolo è stata certamente quella relativa alla finitezza delle risorse naturali. Seppur tardivamente e con discontinue ricadute sui comportamenti sociali e soprattutto a livello delle politiche economiche, “i limiti dello sviluppo”, già individuati nel dossier del Club di Roma nel 1972[1], sono diventati l’orizzonte oggettivo di ogni scelta economica e di stili di vita: la natura non può più essere ritenuta un inesauribile deposito di risorse e di occasioni, liberamente e arbitrariamente sfruttabili, consumabili e manipolabili, se la stessa sopravvivenza della specie umana non vuole essere messa a rischio. L’acquisizione di questo orizzonte di limiti oggettivi ha indotto (certamente ancora insufficienti) volte a contenere la dilapidazione delle risorse, a privilegiare la rinnovabilità e la rigenerabilità, a perseguire la riduzione dell’impronta ecologica e degli impatti ambientali, anche a fronte delle pesantissime ricadute sulla salute pubblica e sul benessere dei cittadini. Tuttavia la combinazione esponenziale di fattori congiunti (crescita dei consumi mondiali, stili di vita consumistici, rarefazione delle risorse, cambiamenti climatici indotti dal dissennato impiego di sostanze inquinanti e climalteranti, ecc.) e di collasso dei quadri di riferimento culturali, ideologici ed etici tradizionali, che si manifesta in ogni dove del mondo globalizzato, ha fatto sì che si acuisse anche l’urgenza di porre riparo, in modi efficaci e lungimiranti, a molti dei guasti prodotti all’ambiente, elemento globale senza del quale nessuna vita sarebbe possibile, e alle sue specifiche configurazioni – storiche, culturali, geografiche e identitarie –, i luoghi nella propria irripetibile singolarità di paesaggio.

Ne sono scaturiti importanti fenomeni di messa in pratica di consapevolezza territoriale e ambientale, espressi attraverso 1) orientamenti progettuali, urbanistici, economici – la “Scuola Territorialista” in ambito architettonico-urbanistico (Magnaghi, Poli, Paba, Giusti, Ferraresi, Tarozzi, Gambino, ecc.); 2) i movimenti di decrescita e convivialità in ambito economico e sociale (Latouche, Pallante, Illich, Shiva, ecc.); 3) la c.d. “economia della natura” (Immler, Bevilacqua), la “razionalità ecologica” ecc. –, che in forme associative volte ad agire in vari ambiti di questo orizzonte (consumi equi e solidali, gruppi di acquisto, accorciamento delle filiere, valorizzazione dei patrimoni locali e monumentali, gruppi ecologici, volontariato, associazione per la difesa dei beni comuni, osservatori del paesaggio, ecomusei e musei del territorio, ecc.) realizzate in modo ampio e capillare con iniziative “dal basso”, in grado di diventare interlocutrici attive e importanti di enti, istituzioni, amministrazioni. Non è possibile sottovalutare l’importanza di questa messa in opera di consapevolezza, anche perché è sempre più in grado di far sentire la propria voce anche nell’ambito della condivisione delle decisioni – che concernono i luoghi dell’abitare, le politiche di tutela e i progetti locali, la difesa delle specificità locali, l’affermazione del diritto-responsabilità alla qualità ambientale, sanitaria, estetica del territorio, alla sua coerenza identitaria e paesaggistica, la fruizione e la qualificazione dei servizi e dell’offerta culturale – soprattutto in ordine alle questioni, che ci concernono più direttamente, dell’uso dei beni comuni (come l’acqua e le risorse naturali) e del diritto al paesaggio.

1.2. Alla base dei fenomeni sommariamente richiamati sta un fondamentale mutamento di paradigma, risultato dalla convergenza di approcci di pensiero anche diversi, oltre che da evidenze allarmanti. Non si tratta solo di considerare in modo più accorto e assennato le risorse naturali, mantenendo la presunzione di poterle usare in una logica esclusivamente e autoreferenzialmente economicistica, senza comprenderne la logica profonda, da cui scaturiscono tutti quegli effetti negativi e le controfinalità che oggi possiamo solo cominciare a misurare in tutta la loro devastante strapotenza. “Tutti i problemi ecologici delle società industriali sono i risultati del nostro comportamento economico. Il consumo delle risorse naturali, la grande quantità di rifiuti, la trasformazione e lo sconvolgimento degli ecosistemi, la determinazione dei processi ambientali globali quali il mutamento del clima, la desertificazione del suolo o la diminuzione delle specie e infine il possibile rischio della scomparsa del genere umano sulla terra sono tutti fenomeni da imputare a due sfere economiche presenti nel comportamento degli uomini: la produzione e il consumo di beni e qualità. […] Fino a questo momento la natura è stata più o meno assoggettata all’economia e a questa abbandonata. Adesso invece è necessario dedurre il comportamento economico dall’ordine della natura. […] Dobbiamo piuttosto chiederci quale economia occorre alla natura. Solo in quel momento essa ci offrirà durevolmente i propri prodotti”[2]. A questa citazione se ne potrebbero aggiungere innumerevoli altre, di autori diversi, appartenenti a vari ambiti disciplinari, ma riteniamo che sia, al giorno d’oggi, scientificamente superfluo.

Quello che appare rilevante, dal nostro punto di vista, è l’inquadramento metodologico che questo tipo di approccio fornisce alla questione delle acque in Provincia di Sondrio: non è in alcun modo plausibile, desiderabile e perfino possibile che una risorsa così vitale come l’acqua subisca ulteriori captazioni, aggravando ulteriormente la situazione esistente, una volta che si sia tornati ad essere consapevoli che la campagna di saccheggio condotta da più di un secolo non è rivolta contro una terra straniera o una natura astratta e lontana, ma contro i presupposti stessi della nostra vita: conduciamo una guerra estremamente efficace contro la nostra stessa natura – i nostri contesti di vita, gli spazi in cui vivono altre creature, i paesaggi naturali  –, contro la nostra casa – l’oikos, lo spazio dell’abitare che sarà tramandato alle generazioni future – e contro noi stessi. Occorre insomma pensare e investire nella conservazione, riproduzione e incremento delle risorse residue anziché del loro consumo; occorre posizionarsi sull’idea che l’acqua, come l’intero mondo fisico, non sia semplice materia prima, capitale morto acquistabile sul mercato, una res nullius, ma un bene che diventa sempre più scarso e prezioso, un bene che consegna agli abitanti e a tutti gli uomini e le donne una titolarità di diritti che non erano più consapevoli di possedere.

In particolare, l’acqua consumata nell’industria e nella produzione di energia elettrica, anche garantiti i deflussi minimi vitali, provoca danni molto gravi all’ecosfera da cui dipendiamo in modo primario per la nostra vitalità biologica o comunque la semplice funzionalità della natura viene intaccata proprio là dove si manifesta in ambienti sensibili, difficili, fino a danneggiare eccessivamente i loro cicli di vita e la ricchezza della biodiversità che ne dipende. Un comportamento palesemente incauto e irrazionale che contrasta con la logica razionale dei calcoli dell’economia industriale: “Appare incomprensibile che per le apparecchiature e gli strumenti che si appropriano delle ricchezze naturali ci siano esatti calcoli economici, mentre le qualità che sono state prese di mira da queste attrezzature sono abbandonate a un intervento cieco ed eccessivo”[3]. Nel campo del prelievo idrico il limite è già stato da tempo raggiunto e ogni appropriazione ulteriore non comporterebbe che una perdita e un danno; l’abuso – ossia il consumo di grandi quantità di materiali e risorse messo in atto dalla società industriale basata sulla crescita senza limiti non ha tenuto sufficientemente conto delle sostanze e delle risorse impiegate, comportandosi di fatto come distruttore delle possibilità di vita – deve al più presto diventare uso responsabile, accorto e previdente, rivolto alla produzione di un ambiente che possa ancora garantire una vita biologica soddisfacente per tutti gli esseri che vi vivono, e in particolare un’esistenza ricca di significato e di bellezza per gli abitanti e i fruitori umani. Se a nessun essere umano dotato di ragione, verrebbe in mente di distruggere o compromettere l’abitazione in cui vive, tanto più se è l’unica di cui dispone, allo scopo di conseguire maggiori guadagni, così come appare del tutto ovvio che la qualità della vita di un organismo umano dipende da una sistemazione buona, bella e salutare, va considerato come per ciascuno e per le comunità cali drasticamente l’utile della natura privatizzata se cala la qualità della natura comune: è vano anche a medio termine volere preservare attraverso misure particolari di protezione piccole oasi private, o persino aree protette pubbliche, se l’insieme della natura di un territorio o sue parti molto rilevanti sono alterate o compromesse.

2 Acqua, territorio, etica dei beni comuni

2.1 Anche in questo caso specifico è necessario adottare il punto di vista dell’etica e della precauzione, anche a partire dall’esperienza globale che le società che hanno danneggiato gli equilibri naturali si trovano ad affrontare problemi di difficile soluzione e la crescita esponenziale di danni esistenziali, ambientali, biologici, economici e culturali di immani proporzioni, dal momento che l’intervento dilapidatorio sulla natura non provoca solo fenomeni di penuria, ma più sostanzialmente il mutamento stesso degli ecosistemi, che finiscono con il diventare sempre più ostili alla vita umana. Inoltre, il prelievo distruttore o compromettente delle risorse non può assicurare durevolezza alle imprese, né credibilità etica agli obiettivi, né consenso civile e politico: solo un sistema economico che lavora e pensa insieme alla natura, e non contro, ha la possibilità di sopravvivere. Natura come nostra unica casa, oikos cui coapparteniamo, e dunque economia come custodia responsabile delle fonti produttive, del patrimonio comune e degli ecosistemi terrestri – i quali peraltro si danno al nostro governo anche sempre nella forma specificamente localizzata, geograficamente determinata e culturalmente significativa, dunque come paesaggi territorializzati.

Inoltre occorre tenere in considerazione l’interconnessione sistemica che rende possibile il funzionamento e la riproduzione armoniosa di un contesto ambientale, senza presumere invece che un intervento limitato a una zona, anche non particolarmente estesa e di non valutabile pregio ambientale (secondo le classificazioni in uso), non si ripercuota a tutto l’insieme dell’ambito naturale: il territorio non è una dimensione morta e astratta, come quella rappresentata nelle cartografie, ma una realtà vivente e in divenire, che richiede di tenere attentamente presenti le sue caratteristiche reali e molteplici, di flora, fauna, geologia, clima non meno che quelle relative alle tradizioni, e agli usi storici. Oggi queste semplici assunzioni, in realtà disattese frequentemente nelle scelte e nelle decisioni, trovano riconoscimento formale in molte “carte del territorio”: si tratta di riconoscere che i luoghi in cui si vive sono fatti di geografia e di storia, parlano un linguaggio sofisticato e stratificato, in assenza della cui comprensione sarà sempre più difficile realizzare un rapporto soddisfacente con l’ambiente naturale e favorire buone pratiche civili, culturali, etiche, sociali ed economiche e impedire che, nel giro di pochi chilometri, possano convivere logiche cementificatrici, dissipatrici e deculturanti con relittuali brani di natura precariamente sopravvivente, paesaggi culturali irripetibili e scelte virtuose.

Così, a livello di opinione degli esperti e degli studiosi, come a quello dell’opinione pubblica maggiormente consapevole, va  affermandosi l’idea che lo sviluppo non coincida tanto con il semplice aumento del PIL, ma con la produzione di benessere inteso come “ben vivere”, con la produzione di “qualità ambientale”, di “buoni luoghi”. Queste ragioni non sono più identificabili sul metro dell’ecologismo del passato, di fronte a rischi ed esigenze sociali diverse, che insorgono dalla speranza di poter vivere in un rapporto nuovo e collaborativo con la natura e il mondo che ci circondano e cui apparteniamo. Si tratta di un complesso di attese, richieste, diritti, responsabilità che può influire significativamente nel ripensamento dei concetti e delle pratiche della tutela e conservazione ambientale e patrimoniale, a partire dalla metamorfosi che il concetto di conservazione sta conoscendo nei nostri anni: non come pratica limitata e riservata a brani o oggetti eccezionali, ma principio di orientamento all’azione esteso all’insieme del territorio e alla sua qualità complessiva. La conservazione lungimirante non è più da intendersi come vincolo e alternativa al progetto, ma come luogo elettivo dell’innovazione, mentre l’attenzione si focalizza non tanto su elementi singoli, bensì sulle relazioni, sui sistemi, sulle reti, sui paesaggi e sui paesi, in cui la posta in gioco non è più “salvare il salvabile”, la sopravvivenza di qualche brano di paesaggio, di porzioni di patrimonio culturale (Parchi, Sic, zps, riserve, vincoli, ecc.), bensì la qualità complessiva del territorio. La qualità complessiva del territorio si trova espressa  nella sua identità paesaggistica, che, alla luce della Convenzione Europea del paesaggio, deve essere riconosciuta giuridicamente nella sua inscindibile totalità, indipendentemente dal valore che le viene attribuito (eccezionalità, ordinarietà, non-interesse, ecc.).

2.2 Nel caso specifico dell’acqua e del paesaggio, essi rientrano nel novero dei beni-sistema, più che dei beni singoli: ognuno di essi è condizione dell’esistenza degli altri, e il valore ultimo è quello della totalità integrata del tutto; il che significa che non è possibile compiere astrazioni funzionalistiche e meramente calcolatorie quando si decide di usare un bene naturale, come se fosse possibile non estendere a rete le ricadute conseguenti a quell’azione. Non è più possibile astrarre un singolo bene e renderlo oggetto di calcoli immediatamente economici (costi, benefici, compensazioni, ecc.), e la indivisibilità della natura apre l’ambito, che oggi comincia a essere elaborato, dei diritti relativi all’interesse generale; così come, d’altra parte, la scoperta della finitezza delle risorse naturali – soprattutto di quelle primarie, aria e acqua – muta l’orientamento delle nostre azioni di appropriazione: “L’idea della deperibilità irreversibile dei beni naturali sempre più apertamente confligge con il loro uso privatistico. Se una risorsa si esaurisce, o un bene scompare dalla faccia della terra, il diritto dei singoli a consumarli si pone sempre più apertamente in contrasto non solo con i diritti collettivi, ma con gli stessi diritti dell’esistenza collettiva. Sempre meno si può essere proprietari esclusivi di qualcosa che la scarsità e la finitezza rendono sempre più acutamente patrimonio generale”[4].

La responsabilità nell’uso delle risorse e di beni limitati o a rischio (per esempio a causa di possibili mutamenti climatici) è indubbiamente un obbligo che non si era configurato in passato, ma che oggi è urgente e ineludibile, e sta prefigurando la nascita di nuovi diritti e di nuove responsabilità nei confronti della dimensione del bene comune.

L’acqua (come insieme dei corpi idrici partecipanti al ciclo dell’acqua) è forse il più emblematico e universalmente riconosciuto bene comune, in virtù dell’essenzialità ed insostituibilità per la vita, individuale e collettiva, indipendentemente dalla variabilità dei sistemi sociali, nel tempo e nello spazio, e risponde a necessità e diritti che riguardano le condizioni di vita di tutti gli esseri, dunque l’avvenire dell’umanità e del pianeta, anche se, in prima istanza, la sua disponibilità e integrità concerne l’ambito locale. Per questi motivi basilari, il Manifesto dell’acqua, a cura del Comitato internazionale per il contratto Mondiale sull’Acqua, sostiene: “In quanto fonte di vita insostituibile per l’ecosistema, l’acqua è un bene vitale che appartiene a tutti gli abitanti della Terra in comune. A nessuno, individualmente o come gruppo, è concesso il diritto di appropriarsene a titolo di proprietà privata. L’acqua è patrimonio dell’umanità […]. È compito delle generazioni attuali usare, valorizzare, proteggere e conservare le risorse d’acqua in modo tale che le generazioni future possano godere della stessa libertà di azione e di scelta che per noi stessi oggi auspichiamo […]. I cittadini devono essere al centro del processo decisionale. La gestione dell’acqua integrata e sostenibile appartiene alla sfera della democrazia. Non è affare delle competenze e del know-how dei tecnici, degli ingegneri, dei banchieri. Gli utenti possono e devono giocare un ruolo chiave mediante scelte e modi di vita più ragionevoli, equi e responsabili necessari per assicurare la sostenibilità ambientale, economica e sociale. […] Questo è il motivo per cui crediamo che sia urgente ed essenziale (ri)valorizzare le pratiche tradizionali locali di gestione dell’acqua. Un’importante eredità di conoscenze, competenze e pratiche della comunità, molto efficienti e sostenibili, è stata dilapidata e persa. C’è il rischio che venga ulteriormente distrutta negli anni futuri”[5].

Se l’acqua è il rappresentante emblematico dei beni comuni e delle problematiche giuridiche e politiche ad essi connessi, portati avanti da un elevato e rappresentativo numero di associazioni locali e internazionali, le considerazioni di principio riportate a proposito dell’acqua oggi sono estese anche alla dimensione concreta e sociale in cui si configura, in modalità ogni volta specifiche e singolari: il territorio. Riferirsi al tema dei beni comuni comporta riconoscere alle popolazioni locali il diritto di definire le proprie forme d’uso dei corsi d’acqua, di decidere consapevolmente delle proprie risorse, di considerare il luogo dell’abitare non solo uno spazio dove sono allocati servizi, merci e persone, ma come luogo insostituibile e unico, da difendere come il proprio inalienabile bene: dunque si mette l’accento sul ruolo degli abitanti in quanto principali garanti della sostenibilità delle scelte e protagonisti del modello comunitario del luogo. Questo percorso di riappropriazione, da parte degli abitanti, dei propri territori passa, per esempio,  per la riscoperta dei giacimenti patrimoniali, ambientali, paesistici e culturali abbandonati o lesi dall’industrializzazione, sviluppando uno sguardo di nuova consapevolezza sulle risorse e i valori dei luoghi e delle loro identità (per esempio, sono rilevanti, per le nostre considerazioni, i percorsi di crescita della coscienza ambientale relativi ai corsi d’acqua come beni comuni di cui riappropriarsi: si pensi ai “contratti di fiume” in Italia, o ai contrats de rivière in Francia e Belgio, ma soprattutto all’importante mobilitazione collettiva prodotta dalle azioni di sensibilizzazione e discussione dello IAPS – Intergruppo Acque in Provincia di Sondrio, relativamente al prelievo idrico).

3. Il punto di vista del territorio: la valorizzazione e salvaguardia integrata del patrimonio territoriale nel paesaggio

3.1. In realtà oggi qualsiasi considerazione sul territorio non può che passare attraverso una preventiva riacquisizione della coscienza di “luogo”, la cui più rilevante identificazione consiste nella cura prestata al territorio da parte degli abitanti: per utilizzare una definizione efficace, “la coscienza di luogo si può in sintesi definire come la consapevolezza, acquisita attraverso un percorso di trasformazione culturale degli abitanti, del valore patrimoniale dei beni comuni territoriali (materiali e relazionali), in quanto elementi essenziali per la riproduzione della vita individuale e collettiva, biologica e culturale”, che si muove verso un modello di sostenibilità delle società insediate. In questa prospettiva, “il territorio, assunto come soggetto patrimoniale rispetto al quale si sviluppa la coscienza di luogo nella relazione di cura fra società insediata e il proprio ambiente di vita, richiede l’attivazione di beni relazionali e di forme comunitarie di gestione per le quali non è più sufficiente considerare il territorio stesso come un bene pubblico (che lo stato, le regioni e gli enti locali possono vendere per far cassa, come sta avvenendo per molti beni demaniali); occorre che sia considerato come un bene comune, che non può essere venduto né usucapito”[6], rispetto al quale le attività di ogni attore sono conformi allo scopo comune della conservazione e della valorizzazione del patrimonio, alla tutela e valorizzazione ambientale, economica, paesaggistica in forme durevoli e sostenibili. È quanto si sta verificando nella Provincia di Sondrio (come in molte altre parti d’Italia) nella mobilitazione civica a favore della salvaguardia del patrimonio idrico, inteso come condizione basilare per la salvaguardia e valorizzazione di ogni altra espressione ambientale e paesaggistica, superando l’angustia e il riduttivismo di visioni economicistiche o privatistiche, e mettendo al centro di una governance del territorio fattori relativi alla qualità territoriale, ambientale, identitaria dei luoghi, percepiti e affermati non come contenitori inerti di risorse prelevabili e consumabili in un’ottica esclusivamente produttivistica o consumistica, ma in quanto luoghi di significato, identificazione, appartenenza delle comunità, che devono essere pensati e trattati nella loro ineludibile e caratteristica complessività di aspetti, soprattutto in virtù di quella loro natura, riconosciuta alla tipologia territoriale alpina dalla Convenzione delle Alpi, di paesaggi unici.

Passare alla considerazione della dimensione e della configurazione specificamente territoriale della questione dell’uso delle acque (come di ogni altro bene o patrimonio naturale) appare dunque fondamentale, anche per “incarnare” in luoghi geograficamente determinati e in problematiche storicamente specifiche una questione che altrimenti potrebbe rischiare l’astratta nobiltà di principi indiscutibilmente universali, oltre che per delineare un orizzonte di riflessione e di governance che oggi ha assunto un peso inedito e strategico nelle politiche territoriali: il paesaggio.

Per compiere questi passi, occorre rifarsi alle nuove concettualizzazioni di “territorio”, che costituiscono il terreno comune delle riflessioni e delle pratiche urbanistiche, progettuali e di governance, anche in Italia. Innanzitutto il territorio è inteso come l’insieme di fattori ambientali, di culture locali, sociali, di pratiche, saperi, economie, simbolicità, usi, che definiscono l’identità di un luogo e dei suoi giacimenti patrimoniali: dunque non come mera estensione spaziale o dimensione amministrativo-pianificatoria, oggetto di consumazione e di supporto inerte alle attività economiche, bensì “come soggetto complesso che costituisce la base primaria della produzione di ricchezza durevole, grazie alla messa in valore delle peculiarità identitarie e delle risorse patrimoniali che caratterizzano un luogo”. È a partire da questa definizione che diventa possibile dichiarare il territorio “bene comune” essenziale al benessere delle comunità ivi insediate: “Territorio non è dunque soltanto il suolo o la società ivi insediata, ma il patrimonio (fisico, sociale, culturale) costruito nel lungo periodo, valore aggiunto collettivo che troppo spesso viene distrutto in nome di un astratto e assai di frequente illusorio sviluppo economico di breve periodo. Mettere al centro il bene comune “territorio” consente di perseguire la dimensione qualitativa, non soltanto quantitativa, dei singoli beni che lo sostanziano: acqua, suolo, città, infrastrutture, paesaggi, campagna, foreste, spazi pubblici e così via. L’insieme di questi beni comuni, con la loro specifica identità, dovrebbe costituire il nucleo fondativo, collettivamente riconosciuto, dello ‘statuto’ di ciascun luogo e del diritto dei cittadini rispetto ai beni che lo costituiscono”[7].

È quanto si può leggere anche nel recentissimo Statuto comunitario per la “Valtellina”, in cui si sottolinea l’imprescindibilità di una considerazione unitaria e integrata che miri all’equilibrio “fra gli ambiti sommitali delle montagne, i versanti segnati dai terrazzamenti, i fondivalle alluvionali ed il cospicuo, qualificato e diffuso patrimonio di beni culturali civili e religiosi”, dove questa considerazione è immediatamente e oltremodo significativamente legata al tema dell’acqua e dei suoi usi, in relazione alle condizioni oggettive di mantenimento della stabilità del territorio, in cui una montagna ulteriormente disseccata delle sue risorse idriche sarebbe una montagna ancora più a rischio, instabile ed esposta a vari rischi: “La Comunità ritiene che la gestione integrata ad uso multiplo dell’acqua sia prioritaria […]. I territori della Comunità sono storicamente soggetti ad instabilità idrogeologica e la percezione del rischio territoriale è elevata. La Comunità ritiene che attività che aumentino tali rischi debbano essere limitate per evitare costi collettivi, mentre debbano crescere le iniziative di messa in sicurezza e prevenzione, anche sostenendo attività private, ad esempio agro-silvo-pastorali, che contribuiscono oggettivamente a tale scopo. I ghiacciai e la criosfera, da tempo in arretramento, devono assumere priorità nelle strategie di gestione del territorio”[8].

3.2 L’ottica quantitativa – i cui dati sono noti e commentati dagli altri autori di questo rapporto – si rivela insufficiente e metodologicamente inadeguata alla trattazione della questione del prelievo idrico, nella misura in cui essa non tiene conto, all’interno della propria specificità settoriale, di altre e rilevanti dimensioni che danno senso e intelligibilità al problema. In altri termini, l’ottica esclusiva del calcolo economico, anche nel caso in cui siano previste compensazioni al danno o al sacrificio ambientale, non è sufficiente a restituire l’effettiva profondità della questione, bensì costituisce una nociva astrazione dell’unico punto di vista della produzione-consumo di energia.

Se si guardano, a titolo di esempio significativo per la tipologia di territorio cui si riferiscono, i documenti e i protocolli di attuazione della CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi), troviamo tra gli obiettivi “generali”, ossia quelli che le parti contraenti si impegnano ad attuare, l’“armonizzazione [del]l’uso del territorio con le esigenze e gli obiettivi ecologici” e la “gestione delle risorse in modo misurato e compatibile con l’ambiente”, insieme a “misure volte alla protezione della natura e del paesaggio”, così come, nel Protocollo Protezione Natura e Tutela Paesaggio, tra gli impegni fondamentali che le Parti si impegnano a rispettare, “cooperare al fine dell’interconnessione a rete dei biotipi, della definizione di modelli, programmi e/o piani paesaggistici, la prevenzione ed il riequilibrio di compromissioni della natura e del paesaggio”[9]. A questo punto fa eco l’Obiettivo generale del Protocollo, Difesa del suolo: “Primo obiettivo del trattato è quello di garantire e mantenere nel lungo periodo, in senso quantitativo e qualitativo, le funzioni ecologiche del suolo come parte essenziale dell’equilibrio naturale e promuovere il ripristino dei suoli compromessi”[10]; ed ancor più significativamente l’Obiettivo del Protocollo attuativo Energia (1998): “Obiettivo del Protocollo è quello di creare condizioni quadro e di assumere concrete misure in materia di risparmio energetico, produzione, trasporto, distribuzione ed utilizzo dell’energia nell’ambito territoriale di applicazione della Convenzione atte a realizzare una situazione energetica di sviluppo sostenibile, compatibile con i limiti specifici di tolleranza del territorio alpino, al fine di contribuire alla protezione della popolazione e dell’ambiente, alla salvaguardia delle risorse e del clima”. Tra le relative “Misure specifiche” troviamo: “Assicurare, per quanto riguarda l’energia idroelettrica, la funzionalità ecologica dei corsi d’acqua e l’integrità paesaggistica”; e “perseguire la razionalizzazione e l’ottimizzazione di tutte le infrastrutture esistenti in relazione ai trasporti e alla distribuzione di energia”.

Quello che risalta dai testi dei Protocolli della CIPRA, oltre che dal Programma di lavoro pluriennale della Conferenza delle Alpi 2005-2010, è l’adozione di un “approccio integrato includente la dimensione ecologica, economica e sociale”, sulla base del riconoscimento dell’“interdipendenza delle differenti dimensioni di sviluppo […] particolarmente evidente in territori che, come le Alpi, sono fortemente influenzati dall’attività umana (‘paesaggi culturali’)”. Dunque “la Convenzione delle Alpi richiede un approccio innovativo e costruttivo onde garantire condizioni di vita e opportunità di sviluppo ottimali, in grado di conservare attivamente quanto è degno di essere conservato al variare delle condizioni generali[11].

In tutti questi documenti, il focus è costituito dall’assunzione che un indicatore fondamentale per la sostenibilità dello sviluppo non sia costituito prioritariamente da un incremento di valore esprimibile in termini monetari o sulla base di indicatori quantitativi, quanto piuttosto dalla produzione di qualità territoriale, a partire da un’affermazione del locale sempre più forte, a seguito dell’insorgenza mondiale della dimensione identitaria, dell’esplosione della questione ambientale e dell’affermarsi di economie territorializzate. Va posta attenzione alla differenza di questo approccio, sia rispetto al tradizionale approccio ecologista, che rispetto alle definizioni tecnicistico-quantitative della sostenibilità: qui si manifesta la necessità di uno sguardo più complesso, che verifica gli indicatori ambientali rispetto alla sostenibilità sociale, culturale, geografica, economica, comunitaria.

Dunque, denunciare il degrado ambientale provocato dall’insufficiente volume e qualità delle acque nei fiumi e nei torrenti, significa riconoscerlo come portato di un sistematico processo di deterritorializzazione, di destrutturazione delle identità e degli usi locali assoggettati a logiche esogene ed estranee, di rottura con i contesti locali, con i loro modelli di gestione di lunga durata e i loro saperi consolidati (con la conseguente distruzione di memoria culturale e di saperi locali), di espropriazione, attraverso la costruzione di una natura ridotta e artificializzata, funzionale a interessi industriali o privati che lacerano le relazioni virtuose tra comunità insediata e contesto ambientale di vita, e dunque, in ultima analisi, distruggono il senso e l’identità delle comunità e dei luoghi sedimentati nei secoli. In altri termini, se il valore d’uso di una determinata risorsa territoriale (in questo caso l’acqua) non tiene conto del valore di esistenza del patrimonio territoriale che la genera (il contesto geografico, le sue attualizzazioni-significazioni storiche, le potenzialità di incremento che esso racchiude) e non ne aumenta il valore complessivo, curandone l’esistenza e la buona qualità, si provoca la tendenziale distruzione e compromissione del patrimonio territoriale, e dunque del valore paesaggistico dei luoghi in quanto patrimonio di lunga durata, ma anche come realtà dinamica, oggetto di nuove domande sociali (benessere individuale, turismo, ricreazione, conoscenza, ecc.).

Inoltre, l’altra assunzione centrale dell’approccio territorialista consiste nel riconoscere che non tutto può essere oggetto di appropriazione, consumo o trasformazione, ma che le strutture e i caratteri che definiscono l’identità di lungo periodo di un territorio o la sua espressione culturalmente più rilevante devono essere mantenuti, salvaguardati e incrementati; che ciò che può essere oggetto di processi di trasformazione sia regolato da criteri che non intaccano, ma producono un incremento di territorialità; che la trasformazione avvenga a partire da regole condivise di trasformazione nella prospettiva della tutela e valorizzazione del patrimonio comune, prevedendo la partecipazione attiva e propositiva di cittadini e associazioni interessate.

4. Il diritto al paesaggio come qualità integrata del territorio: la Convenzione Europea del Paesaggio (CEP)

4.1. Tuttavia il riconoscimento più importante e definitivo del diritto al territorio sotto l’aspetto della sua fruizione in quanto paesaggio si trova nel dettato della Convenzione Europea del Paesaggio, adottata nel 2000 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e sottoscritta e ratificata da tutti gli Stati, eccetto la Bielorussia[12]: si tratta di un fondamentale documento politico sollecitato da una proposta dei rappresentanti eletti dalle comunità locali e regionali, che ne fa una risposta politica inaggirabile a una domanda sociale corrispondente ai bisogni delle popolazioni, che considerano sempre di più la dimensione paesaggistica come fattore di importanza primaria per la qualità della vita quotidiana. Infatti il “Preambolo” esprime proprio l’esigenza delle popolazioni europee di “pervenire ad uno sviluppo sostenibile, fondato su un rapporto equilibrato ed armonioso tra i bisogni sociali, le attività economiche e l’ambiente”, nella constatazione che “il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale e costituisce una risorsa che favorisce l’attività economica e che, se adeguatamente salvaguardato, gestito e pianificato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro”.

Il principio posto a fondamento di tutto il dispositivo giuridico è dunque quello secondo il quale la qualità del paesaggio costituisce la garanzia dell’equilibrio indispensabile tra attività economiche e protezione dell’ambiente. È da sottolineare come la concezione del paesaggio affermata dalla Convenzione sia quella di “componente essenziale dell’ambiente di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro patrimonio comune culturale e naturale, e fondamento della loro identità[13], e che su questa base gli Stati firmatari manifestano l’intento di “soddisfare l’auspicio delle popolazioni di godere di paesaggi di qualità”, soprattutto affermando che “il paesaggio implica diritti e responsabilità per ciascun individuo[14]. Alla proclamazione forte del diritto al paesaggio, come si è visto, si unisce la consapevolezza che il paesaggio costituisce un bene la cui qualità, sempre più ricercata, favorisce benefici economici legati alle risorse territoriali di cui è più immediata e riconoscibile espressione (si pensi al turismo, al valore aggiunto conferito ad alcune produzioni dal luogo di provenienza, ecc.).

Il dispositivo della Carta europea del paesaggio costituisce un’innovazione giuridica e politica di enorme portata, e corrisponde a un’importante evoluzione prodottasi nei paradigmi scientifici e negli approcci culturali relativamente alle tematiche del territorio-paesaggio negli ultimi quindici anni, di cui anche in precedenza sono stati riportati alcuni concetti significativi, primo tra i quali la concezione integrata del paesaggio come insieme unitario e complesso di aspetti inscindibili e interdipendenti, oltre che come totalità contestuale che esprime, attraverso i suoi diversi e specifici elementi, un significato culturale, estetico, identitario comune. Per riferirsi a un’espressione analogica particolarmente efficace in uso nella letteratura scientifica di riferimento, il paesaggio è identificabile nella coerente espressività di tutti gli aspetti singoli di un territorio, in quanto il concetto non designa più, in senso obsoleto ed errato, soltanto gli aspetti e i brani dell’eccezionalità, ma la totalità di un territorio, il suo carattere profondo e riconoscibile nel tempo.  Detto in maniera più esplicita: è superata la concezione secondo la quale il paesaggio diventa oggetto di tutela giuridica solo quando assume un valore particolare; il paesaggio, per contro, deve essere riconosciuto come bene giuridico indipendentemente dal valore concretamente attribuitogli “in loco”. Il paesaggio è cioè assunto come “un bene immateriale da riconoscere indipendentemente dai caratteri, dalla qualità, dal grado di interesse pubblico che esso è suscettibile di esprimere con riferimento alle parti di territorio che ne sono il sostrato”[15], con la conseguenza che, a partire dal momento in cui uno Stato recepisce i principi della Convenzione, è tenuto a riconoscere rilevanza paesaggistica all’intero territorio sottoposto alla sua sovranità[16].

4.2. Questa concezione, che sta a fondamento della visione e del programma della CEP, implica conseguenze operative, di tutela, progetto e miglioramento estese al territorio in tutti i suoi aspetti e destinazioni funzionali. Il che significa la necessità di un approccio integrato e differenziato, che armonizzi i vari elementi e le diverse attivazioni funzionali all’interno di un progetto di qualità integrale, in cui elementi naturali ed elementi antropici, della cultura materiale, delle consuetudini d’uso tradizionali, dei segni e delle testimonianze del passato, delle ritualità e delle simbolicità, come le attività produttive compatibili e di rilevanza specifica per l’identificazione dei luoghi e il senso di appartenenza delle comunità che contrassegnano un territorio determinato, siano tutti tenuti in debito conto e armonizzati all’interno di una configurazione sensata e lungimirante. Inoltre, il fatto che la Carta rappresenti la traduzione giuridica dell’esigenza, non a caso manifestata in modo più sensibile dalle oltre 200.000 comunità locali e regionali del continente europeo, di poter affermare il diritto alla salvaguardia e valorizzazione dei propri paesaggi anche a tutela rispetto a decisioni esogene e deculturanti, appare politicamente ed eticamente significativa: “La qualità del paesaggio è infatti considerata, oltre che un’espressione più o meno consapevole del rapporto tra società e territorio, anche un nuovo obiettivo politico in grado di orientare le scelte pubbliche relative alla forma del territorio in vista del progresso, del benessere e della qualità di vita di tutti i cittadini”[17].

Il secondo principio su cui si fonda l’edificio della Convenzione consiste nel coinvolgimento attivo e sistematico delle popolazioni interessate nei processi decisionali pubblici che le riguardano, dal momento che, come già ricordato, il paesaggio è riconosciuto come “componente essenziale dell’ambiente di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro patrimonio comune culturale e naturale, e fondamento della loro identità”. D’altra parte, va notata anche la relazione riconosciuta nella Carta europea tra l’affermazione del valore del paesaggio e il perseguimento di uno sviluppo sostenibile, che fa guardare alla qualità del paesaggio come a  “un obiettivo politico a sé stante, in grado di orientare, sulla base di rappresentazioni e valori riconosciuti e democraticamente condivisi, l’insieme delle scelte pubbliche relative all’uso del territorio”[18].

La Convenzione muove dal riconoscimento degli effetti distruttori e omologanti dell’uniformazione culturale prodottasi a seguito dell’espansione del modello industriale, soprattutto negli ultimi cinquant’anni: se “la complessità e il carattere lasciano il posto alla banalità”, è stato constatando l’ampiezza delle perdite che progressivamente si è fatta strada la consapevolezza della necessità di “preservare le identità e le particolarità locali e regionali, tanto più che la maggior parte dei cambiamenti intervenuti nel corso degli ultimi cinquant’anni si sono rivelati fondamentalmente non sostenibili, sia sul piano sociale che dell’ambiente di vita”[19].

Questa importante riconcettualizzazione di come vada inteso il “paesaggio” – una vera e propria svolta epocale, che mostra finalmente acquisite consapevolezze spesso ancora lontane per molti “addetti ai lavori” (per esempio il superamento della concezione estetizzante del paesaggio e della sua identificazione con gli approcci eco-scientifici e pianificatori) – consente di evadere dall’alternativa inaccettabile tra congelamento e museificazione da un lato, e dall’altro libera (il più delle volte arbitraria) iniziativa e manomissione indiscriminata del territorio, chiamando le parti in causa a una articolata responsabilità della gestione e degli interventi e finalmente riconoscendo ai singoli paesaggi l’unitarietà non scomponibile in logiche differenziate, ma tale da richiedere una concezione della necessità della visione e della gestione unitaria, e non puntiforme e irrelata, per mantenere il “senso” di un luogo e le fisionomie paesaggistiche che costituiscono la ricchezza della diversità e della sua dinamicità.

È evidente che, come appare impossibile arrestare la dinamica di trasformazione vitale di un territorio, altrettanto sarebbe solo sterilità ideologica o miopia programmatoria non coglierne la necessaria continuità, derivante da strategie di conservazione che si accordano anche alla temporalità lunga e tendenzialmente stabilizzante della terra e ai ritmi naturali. La “gestione” dei paesaggi, intesa come azione di miglioramento “della qualità dei paesaggi in funzione delle aspirazioni delle popolazioni”, non può andare disgiunta dalla attiva “salvaguardia”, volta a preservare il carattere e le qualità (siano essi naturali o culturali) di un determinato paesaggio, “accompagnata da misure di conservazione per mantenere gli aspetti significativi di un paesaggio”[20].

Il processo di de‑culturazione e la progressiva scomparsa dei tratti peculiari che si esprimono innanzitutto nella qualità del paesaggio, nella cura e coerenza delle modalità abitative e costruttive, nella tutela e valorizzazione della territorialità rurale, non meno che del patrimonio insediativo e monumentale, ma anche di tutti i valori simbolici, ancestrali e religiosi che caratterizzano in modo assolutamente peculiare un territorio, è il rischio da cui la legislazione di tutela nazionale e regionale, come pure i documenti di indirizzo della Convenzione Europea del paesaggio, intendono mettere in guardia, riconoscendo che “ogni paesaggio rappresenta un quadro di vita per le popolazioni interessate” e che “esistono complesse interazioni tra i paesaggi urbani e quelli rurali”. Ma, soprattutto, nelle misure della Convenzione viene affermata la necessità di “integrare il paesaggio nella politica di pianificazione territoriale e urbanistica e nella politica culturale, ambientale, agricola, sociale ed economica, così come in altre politiche dagli effetti diretti o indiretti sul paesaggio”. Il paesaggio si trova al centro di una questione che non può più essere intesa come un problema settorialmente ambientale, ma è la questione (culturale, ma anche sociale, politica ed economica) dell’identità locale delle popolazioni: “Il paesaggio deve diventare un tema politico di interesse generale, poiché contribuisce in modo molto rilevante al benessere dei cittadini europei che non possono più accettare di ‘subire i loro paesaggi’, quale risultato di evoluzioni tecniche ed economiche decise senza di loro. Il paesaggio è una questione che interessa tutti i cittadini e deve venire trattato in modo democratico, soprattutto a livello locale e regionale[21].

4.3. La centralità attribuita al paesaggio nelle questioni relative alla pianificazione economica e alle strategie di valorizzazione territoriale mostra la saldatura tra il riconoscimento del paesaggio come bene immateriale e la sua possibilità di ricevere ulteriori valorizzazioni, dunque di essere incrementato come patrimonio, mediante scelte che ne aumentino il valore qualitativo (gli obiettivi di qualità paesaggistica) e ne garantiscano la durabilità, opponendosi alla dilapidazione, lesione, frammentazione nelle trasformazioni. A questo criterio di valutazione vanno sottoposte tutte le richieste di sfruttamento, appropriazione, trasformazione impoverente di risorse facenti parte del paesaggio, di cui le acque sono certamente uno degli elementi naturali costitutivamente più basilari e paesaggisticamente rilevanti. Occorre “non limitarsi a segnalare i possibili rischi e pericoli a carico del paesaggio da parte delle trasformazioni, ma anche e soprattutto di indicare le potenzialità e le opportunità da cogliere per uno sviluppo fondato sul paesaggio stesso e proprio per questo capace di garantirne la qualità e la durata nel tempo”[22].

È facile comprendere che questa prospettiva, per una provincia come quella di Sondrio, si traduce quasi immediatamente in una considerazione sulla possibilità di riqualificazione e riprogettazione della propria elettiva vocazione turistica, oltre che delle produzioni agricole ed enogastronomiche di qualità, che invece da ulteriori trasformazioni dissennate dell’assetto ecologico e delle sue ricadute paesaggistiche si troverebbero ulteriormente messe a repentaglio, tanto nell’effettività delle cose, quanto a livello della propria immagine di territorio non sufficientemente attento a tutelare le proprie patrimonialità naturali e paesaggistiche (“la valtellinizzazione” o “la brianzizzazione”). Sono invece proprio queste ultime a fare oggi la differenza nella competizione sul mercato turistico di qualità, attento e interessato a preservare i luoghi e disposto a remunerarne adeguatamente il gradiente qualitativo. Ed è questo genere di turismo che i territori complessi e fragili come quelli alpini, in particolare nella provincia di Sondrio, dovrebbero cercare di attrarre mediante politiche di offerta paesaggistica particolarmente elevata e consapevole, sull’esempio della confinante Confederazione Elvetica, scoraggiando il più possibile, viceversa, le forme di turismo occasionale, puntuale, “di rapina”, dalle pesanti ricadute territoriali (a partire dal fenomeno delle seconde case).

La sfida della riqualificazione (e forse in parte anche riconversione) di certi modelli obsoleti e a scarso valore aggiunto, di poca o nulla sostenibilità nel lungo periodo, richiede un cospicuo affinamento dell’attenzione su ogni elemento e dimensione che, appartenendo al paesaggio, lo qualificano anche nella concreta fruizione, diventando funzionale alla sua valorizzazione sostenibile e  all’incremento della sua patrimonialità. Ridimensionando opportunamente i modelli di sviluppo turistico monocentrati (la monocultura dello sci) nel senso della più ampia diversificazione che consenta la valorizzazione di un alto numero di risorse naturali e culturali, attuando misure di ripristino ambientale e paesaggistico (totale interramento delle condotte elettriche nel territorio provinciale, eliminazione e dismissione di impianti non attivi, di residuati di vecchie strutture, eventuale valorizzazione di presenze di archeologia industriale anche tramite la creazione di appositi itinerari, reintroduzione e incremento delle colture tradizionali anche grazie ad appositi “presidii”, incentivi per la manutenzione dei terrazzamenti e dei sistemi di muratura a secco sui pendii, rinaturalizzazione delle cave ecc.) e valorizzando tutti gli aspetti del paesaggio, si aprirebbero importanti scenari di politiche civili ed economiche sostenibili  per la Provincia. In questo modo se ne comunicherebbe all’esterno un’immagine adeguata al suo straordinario potenziale di paesaggio naturale, culturale e storico a tutto campo, coerentemente con lo scopo di “recuperare e migliorare l’integrità e l’identità del paesaggio, nonché di promuovere la produttività e l’efficienza del territorio […] alla ricerca di un accordo stabile e duraturo fra lo sviluppo economico locale e la conservazione ambientale, suscettibile di determinare l’aggiornamento del paesaggio tramite innovazioni compatibili, per quanto in forme diverse rispetto al passato”[23].

In riferimento alla gestione delle acque, in questo contesto va infine sottolineato con preoccupazione come molte delle condotte in istruttoria, e le relative prese, siano ubicate in territori di particolare significato paesaggistico, o perché in zone di elevato valore naturalistico (tanto da essere in gran parte territori appartenenti a parchi o a Sic (i versanti orobici, la Val Masino), o caratterizzati da sopravviventi paesaggi culturali che testimoniano usi comunitari e tradizioni rurali diventati sempre più rari e precari (le Valli Grosine), meritevoli di forme di tutela molto alta e di politiche di valorizzazione delle identità locali come unica vera e duratura ricchezza delle popolazioni. Misure queste, la cui portata strategica e realmente innovativa, soprattutto nell’ambito della competizione virtuosa tra sempre più elevati livelli di qualità paesaggistica innescata e promossa attivamente dalle politiche di attuazione della Convenzione Europea del Paesaggio (segnatamente dalla RECEP – Rete europea per l’attuazione della CEP), appare primaria e ben più lungimirante, anche nel conseguimento di durature e produttive remunerazioni economiche, maggior consapevolezza e attaccamento al territorio e dunque di maggior coesione sociale rispetto al danno obiettivo – ambientale, paesaggistico, comunitario – conseguente ad eventuali azioni di ulteriore miope sfruttamento del patrimonio comune del territorio provinciale.

In conclusione, a conferma giuridica delle considerazioni svolte, occorre richiamare che tanto l’articolo 9, comma 2, della Costituzione Italiana (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione”), che sancisce la tutela dell’intera dimensione paesaggistica della nazione (dunque non solo di qualche porzione classificata in base a criteri di particolare rilevanza, pregio o eccezionalità), quanto ora, a livello non solo nazionale ma europeo, la Convenzione del Paesaggio, che riconosce rilevanza e interesse paesaggistico all’intero territorio nel suo complesso[24] e inoltre prevede esplicitamente la consultazione della popolazione in materia di azioni che abbiano ricaduta paesaggistica[25], costituiscono dispositivi ineludibili e definitivi cui ci si può in ogni momento appellare, contro atti che ne ledano i principi.

(Parere alla V.A.S. del P.T.C.P. della Provincia di Sondrio, 2008)


[1] Il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT dal Club di Roma, fu pubblicato nel 1972.

[2] H. Immler, Economia della natura. Produzione e consumo nell’era ecologica, tr. it. di S. Bertolini, Prefazione di P. Bevilacqua, Donzelli, Roma 1996, pp. 4 e 5.

[3] Ivi, p. 72.

[4] A. Bevilacqua, Demetra e Clio. Uomini e ambiente nella storia, Donzelli, Roma 2001, p. 94.

[5] Il documento è stato redatto a Valencia nel 1998.

[6] A. Magnaghi, Il territorio come soggetto di sviluppo delle società locali, relazione al convegno internazionale, organizzato dall’Università di Macerata, Lo sviluppo in questione: le forme umane della trasformazione, Falconara Marittima, 8-9 novembre 2006.

[7] A. Magnaghi, Documento programmatico. Governo locale e democrazia partecipativa.

[8] A. Quadrio Curzio e G. Merzoni (a cura di), Lo Statuto Comunitario per la “Valtellina”. Un progetto della sussidiarietà, Angeli, Milano 2008, p. 141.

[9] CIPRA, Protocollo Protezione Natura e Tutela Paesaggio (1994), “Obiettivi”, punto b.

[10] CIPRA, Protocollo Difesa Suolo (1998), “Obiettivo generale”.

[11] I corsivi sono miei.

[12] Per l’Italia, il riferimento è alla Legge n. 14, 9 gennaio 2006, Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea del Paesaggio.

[13] Convenzione Europea del Paesaggio, Articolo 5, Misure generali (corsivo nostro).

[14] Ivi, Preambolo (corsivo nostro).

[15] R. Priore, La Convenzione europea del paesaggio: matrici politico-culturali e itinerari applicativi, in G.F. Cartei (a cura di), Convenzione europea del paesaggio e governo del territorio, Il Mulino, Bologna 2007, p. 51.

[16] Su questi temi, cfr. L. Bonesio, Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale, Diabasis, Reggio Emilia 2007.

[17] R. Priore, Convenzione europea del paesaggio: un commento interpretativo, in Id., Convenzione europea del paesaggio. Il testo tradotto e commentato, Iriti, Reggio Calabria 2006, p. 44.

[18] R. Priore, La Convenzione europea del paesaggio: matrici politico-culturali e itinerari applicativi, cit., p. 43.

[19] P. Drury, Les dimensions historique et culturelle du paysage, «Naturopa» (numero dedicato alla Convenzione), 98, 2002, p. 12.

[20] Convenzione europea del paesaggio, art. 40.

[21] Ivi, art. 23 (corsivo nostro).

[22] G. Ferrara, La pianificazione dl paesaggio nel Codice Urbani e le prospettive della Convenzione Europea, in in G.F. Cartei (a cura di), Convenzione europea del paesaggio e governo del territorio, cit., p. 191.

[23] Ivi, p. 204.

[24] “La presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e si riferisce agli spazi naturali, urbani e periurbani. Essa comprende gli spazi terrestri, le acque interne e marine. Essa riguarda sia i paesaggi che possono essere considerati come eccezionali sia i paesaggi della vita che i paesaggi degradati” (Convenzione europea del paesaggio, art. 2).

[25] “Ogni parte si impegna […] c. a predisporre delle procedure di partecipazione del pubblico, delle autorità locali e regionali e di altri soggetti interessati alla definizione ed alla realizzazione delle politiche di paesaggio di cui al precedente comma b” (Convenzione europea del paesaggio, art. 5, c – Misure generali).

Annunci