L’acqua, un esercizio di lettura epocale

Luisa Bonesio

SPARTIACQUE


“La cosa più molle al mondo si precipita contro la cosa più dura al mondo. Niente al mondo è più molle e debole dell’acqua; ma nell’avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla. Senza sostanza, essa penetra in ciò che non ha interstizi. La cosa diventa facile per essa grazie a ciò che non esiste.
Così io so che il Non-agire ha il sopravvento”
.

Lao-Tzu, Tao-tê-ching, XLIII.

Sentieri interrotti dalla furia dei torrenti e ponti rimasti senza fiume

Alla natura pietrosa e immota della montagna sembra fare da complemento, ma anche da antitesi simbolica, quella scorrente e fluida delle acque: in realtà, nel destino storico delle regioni di montagna, fra intelaiatura rocciosa e scorrere di acque si è mostrata una coappartenenza che va aldilà dell’ovvio dato geomorfologico. Intanto: per indicare una frontiera, l’immagine dello spartiacque è molto più che una metafora. Le acque con il loro defluire, tracciano confini e individuano regioni: basta pensare alla formazione stessa di una valle, e a come questa coappartenenza profonda di luogo e di acque si trovi ancor oggi in moltissimi toponimi, particolarmente nelle aree di montagna. Dopo l’alluvione del 1987 in Valtellina, probabilmente, la prima connotazione simbolica delle acque montane che balza alla mente è quella della distruttività: pioggia, infiltrazioni nel terreno instabile, frane, creazione improvvisa di nuovi tracciati di fiumi, di laghi e acquitrini. Eppure basterebbe osservare il paesaggio di una valle, con i suoi innumerevoli conoidi e rovinacci, per comprendere che, ad allearsi distruttivamente con la furia delle acque, e a renderla possibile, spesso è proprio un aspetto della montagna che inconsciamente rimuoviamo, appunto in quanto apparentemente non omogenea al simbolismo roccioso: la instabilità della roccia. Le montagne possono fendersi e divallare, scendere “come” le acque. Le generazioni andate ne possedevano una precisa consapevolezza, che si può leggere nella disposizione dei paesi e delle antiche vie di comunicazione. Oggi, perduta in gran parte questa consapevolezza, sembra che l’acqua rappresenti solo una minaccia potenziale, da cui occorre difendersi, con opere cementizie che stanno arrecando gravi danni al paesaggio.
Ma naturalmente, le connotazioni positive sono sempre state largamente preponderanti: proprio le aree di montagna sono quelle che più sfruttano la ricchezza proveniente dalle acque. E così enormi imbrigliamenti d’acqua, dighe, condotte, impianti idroelettrici in tutte le varie fasi di trasformazione. Si tratta di un’acqua – per così dire – occulta, serbata, custodita in luoghi di alta montagna, di cui al cittadino, come a chiunque di noi, giunge solo la sua trasformazione energetica. Ma è anche un’acqua in qualche modo “espropriata”, che mostra, soprattutto in tempi trascorsi, come le montagne venissero asservite, in un modo occulto, alla logica della produzione industriale (ogni grande industria della padania aveva il suo bacino idroelettrico montano). E a queste acque si deve anche una caratteristica del paesaggio retico: quell’architettura neogotica o liberty delle centrali elettriche, quasi un addomesticamento delle temibili forze precariamente asservite e monumento del moderno che vorrebbe risarcire esteticamente i guasti prodotti nell’ambiente.
Questo beneficio economico recato dallo sfruttamento delle acque non deve nascondere come nemmeno le aree apparentemente più appartate rimangano intatte dalla logica di sviluppo economico-tecnologico e dall’inevitabile degrado che l’accompagna.
Appartiene tradizionalmente all’immagine della montagna come luogo del risanamento, fisico e mentale, anche la purezza e salubrità della sua acqua, che spesso significa anche ricchezza di acque termali e minerali. Anche in questo campo, la provincia di Sondrio può esibire notevoli reperti dell’archeologia della modernità: i Bagni Vecchi e Nuovi di Bormio, le cui acque, note fin dall’antichità, hanno dato il nome alla località; i Bagni del Masino, struggente testimonianza di età e civiltà perdute sotto le masse turistiche lasciate dissennatamente indisciplinate; la sorgente solforosa di Santa Caterina Valfurva, cancellata in nome, ancora una volta, delle ragioni del turismo cittadino. In questi casi, e in innumerevoli altri, il violento cambiamento di registro, dal simbolico che rimanda a un rapporto complessivo con la natura e un’idea di civiltà colta e complessivamente armoniosa, all’accoglimento tendenzialmente acritico delle logiche turistiche e mercantili a livello di massa, dovrebbe farci interrogare su uno sradicamento dalle ragioni del proprio suolo ormai in atto anche tra gli abitanti delle vallate montane, succubi dell’imperativo catastrofico dello sfruttamento del territorio e della sua svendita alle orde dei vacanzieri. Che non sia l’unica politica e l’unico progetto possibili per un’area ricchissima di bellezze naturali, ancora una volta, lo dimostra l’esempio della vicina Engadina, che sulla base di premesse paesaggistiche e di risorse naturali del tutto simili a quelle della Valtellina e Valchiavenna ha saputo realizzare un’accorta misura di apertura turistica selezionata e oculato sfruttamento delle risorse. Occorre allora domandarsi: è davvero inevitabile che il beneficio delle acque delle montagne debba essere identificato solo con la neve delle piste di sci o con le risorse idroelettriche, o è possibile ancora cercare di valorizzarne anche e piuttosto gli aspetti risanatori, estetici, in un progetto della realtà valtellinese che salvaguardi e ripristini – dove il caso – l’armonia del territorio, ma anche il patrimonio artistico, per lo più trascurato? E’ possibile trasformare l’alluvione in purificazione dagli errori e dalla miopia nella progettazione del territorio e della realtà economica? O non siamo piuttosto nella piena svendita e massacro estetico e naturalistico, soprattutto dell’alta valle, in nome di imperativi apparentemente ovvii, come la velocità e l’efficienza delle vie di comunicazione? Siamo ancora in tempo a rifiutare l’omologazione totale al modello più degradante dello sfruttamento dei suoli? Non è forse in opera, anche nella gestione “ingegneristica” delle frane, grandi e piccole, un’idea che sovrappone la sua misura estranea alla complessa realtà naturale e storica del paesaggio valtellinese?

Dai macereti d’alta quota, ai laghetti epiglaciali che riflettono sulla loro superficie solo vette, ghiaioni e marmotte, ai torrenti, al fiume, ai bacini idroelettrici, dalle nevi turistiche ai ghiacci fossili, fino a quella che un tempo fu una piana paludosa appena prima del Lago di Como, e a un lago (o meglio acquitrino) di recente, traumatica, formazione, come quello cosiddetto della Val Pola, il territorio della provincia di Sondrio sembra offrire l’intera fenomenologia delle acque, geografica e storica, prima ancora che simbolica. Così come gran parte delle vallate alpine, la cui economia, soprattutto nei tempi più recenti della modernità ha trovato proprio nello sfruttamento delle acque uno dei suoi cespiti più cospicui e più determinanti, nel bene come nel “male” la Valtellina “che dà la luce a Milano”, ricevendone in cambio – si potrebbe dire certo in un senso forse un poco riduttivo – folle di vacanzieri del fine settimana, sempre più favoriti nel loro spostamento da una superstrada che sta provocando uno scempio ambientale della cui gravità non ci si rende probabilmente abbastanza conto). L’acqua è probabilmente un elemento che richiama l’attenzione solo per le sue “patologie”, quando è carente, o manca del tutto, o è inquinata e inutilizzabile, o provoca disastri; altrimenti, quasi quanto l’aria e la terra, fa parte dell’abitudine, persino quando entra nella quotidianità di un lavoro, per esempio agricolo. Persino la sua abbondanza – alla quale sicuramente pressoché nessun abitante di montagna fa caso – è qualcosa che può venir notato come tale solo da chi abbia consuetudine con regimi di maggiore scarsità. Inoltre l’ acqua, per l’abitante moderno in tutte le sue figure, quindi anche per quello “provinciale” (e a maggior ragione per quello “metropolitano”), è un prodotto artificiale come ogni altro: sgorga dai rubinetti depurata, clorata, inquinata; quella da bere è contenuta in bottiglie (generalmente di plastica); è un mezzo che anche per la sua funzione più umile, il lavare, deve essere corretta con gli additivi più vari; quella in cui nuotare è sempre più frequentemente l’acqua di una piscina; e persino la neve, grande risorsa dell’industria turistica, può essere “programmata”. Un’acqua astratta e impoverita, si potrebbe dire, proprio in quanto totalmente disponibile, a fronte della straordinaria ricchezza degli aspetti e della tipologia delle acque naturali. Ma che cosa ne rimane, oggi, e come le si può pensare senza limitarsi a ricadere nella nostalgia o in un atteggiamento iperrealistico di cinica o disincantata accettazione di ogni “dato” del moderno?

Zuang-Zi e la frana

Sfogliando lo Zuang-Zi, in cui ricorre con una certa frequenza il motivo delle acque, ho ritrovato un foglio ingiallito di giornale del 1987, con un articolo sull’appena accaduta catastrofe di S. Antonio Morignone. Una fotografia – che allora mi aveva colpita, inducendomi a conservare il ritaglio – ritrae in primo piano una pisside ammaccata, poggiata su uno dei massi della frana, mentre più avanti i militari sgombrano i detriti, e, sullo sfondo, il lago appena formatosi e gli squarci nel corpo della montagna. Senza tornare sull’interpretazione di questo evento , e tanto meno ridurre il tema delle acque a una considerazione sul dissesto idrogeologico o sull’imponderabilità di casi fatali , occorre prendere questo esempio come un semplice spunto di riflessione.
Quella foto, probabilmente proponendosi di provocare una reazione emotiva, rendeva invece visibile che le radici vere della catastrofe erano da ricercarsi nella desimbolizzazione moderna, che fa sentire i suoi effetti destinali in tutto l’Occidente. E così, se da un lato quell’evento era inscritto in una temporalità geologica che non è dato immaginare, e tanto meno pianificare, dall’altro la “risposta” degli uomini – o almeno dai loro rappresentanti: esperti, amministratori, tecnici – è stata quella del brancolamento, dell’interesse, ma anche dello sprezzo. Umana – troppo umana nel primo caso, e quindi comprensibile, ma del tutto coerente con la volontà economica e con l’illusione tecnocratica del dominio, e quindi pericolosamente prossima a una hybris, con la cecità che ne consegue, negli altri due casi. Se la frana era stata immane e terribile, la risposta e la prevenzione del caso in cui le acque cattive potessero ripresentarsi con la loro forza distruttiva ha inconsapevolmente mimato la grandiosità delle forze cieche della natura: il monte è crollato, il corso dell’Adda sconvolto e le vie di comunicazione in pericolo? La tecnica darà un nuovo volto alla valle, la rimodellerà in modo da renderla finalmente funzionale, ne esorcizzerà i pericoli, la instabilità: con la grandiosità di un alveo di pietre e cemento, dighe, by-pass, trafori e asfalto. Anche se intanto il fiume è diventato quasi inesistente, il “lago” non più di una paludaglia, e quelle opere una sorta di spettrale monumento. La tecnologia, al servizio di ben determinati interessi economici, costituisce l’esorcismo più potente, la rimozione più eclatante delle oscure leggi che governano il tellurico e l’uranico, e della cui, forse meno oscura, consapevolezza, rimaneva almeno una traccia nei toponimi che delimitavano l’area in cui si sarebbe prodotto il disastro: il Ponte del Diavolo e la chiesa di S. Martino di Serravalle.

Le acque sequestrate

L’acqua, per la sua fluida mobilità, è stata fin dai primordi il simbolo della libertà e dell’essenza stessa del vitale, renitente ad assumere forme definite. Inoltre, la sua appartenenza a varie dimensioni del cosmo, dalle profondità della terra alle regioni del cielo e alle vastità degli oceani, l’ha resa l’elemento equoreo per eccellenza, simbolo della coappartenenza delle varie dimensioni e del loro reciproco passaggio. E così per le modalità svariate del manifestarsi delle acque, dallo stillare, allo svaporare, allo scroscio, all’ondata, allo sgorgare, scorrere, cadere dal cielo in varie condensazioni; dalla consistenza minimale delle gocce polverizzate alle grandi estensioni, superfici mutevoli, acque vive e acque stagnanti, ecc. Solo la modernità poteva imporre una forma persino alla proteiformità dell’acqua, ed è ciò che non solo ci mostra l’esperienza di ogni giorno, ma anche la realtà dei territori in cui l’acqua è un elemento particolarmente caratterizzante. Se interpretiamo la complessa relazione di fenomeni di degrado ambientale che va sotto il nome di “dissesto idrogeologico” in chiave di quello che Jünger avrebbe a buon diritto chiamato un “dissidio cosmico” , aggiungeremo un altro non trascurabile registro alle possibilità di comprensione del paesaggio epocale in cui siamo situati. Confrontiamo quello che scriveva uno statista cinese di epoca preconfuciana del VII secolo a.C. (“L’acqua è il sangue della Terra, e scorre attraverso i suoi muscoli e le sue vene. E’ per questo che si dice che l’acqua è qualcosa che possiede facoltà complete… Essa è accumulata nel Cielo e nella Terra, ed immagazzinata nelle differenti cose (del mondo). Viene fuori nel metallo e nella pietra, ed è concentrata nelle creature viventi. Perciò si dice che l’acqua è qualcosa di spirituale. Essendo accumulata nelle piante e negli alberi, i loro fusti ricevono da essa il loro ordinato progredire, i loro fiori ottengono il numero appropriato, ed i loro frutti raggiungono la dovuta dimensione… Per cui la soluzione per il Saggio che vorrebbe trasformare il mondo risiede nell’acqua. Perciò quando l’acqua è pura i cuori degli uomini sono a loro agio … Perciò il Saggio, quando governa il mondo, non insegna agli uomini uno ad uno, o casa per casa, ma prende l’acqua come la propria chiave” ) con lo spettacolo dei bacini idroelettrici di montagna, milioni di metri cubi d’acqua sequestrati da gigantesche muraglie e regolati da chiuse e condotte forzate che, se producono l’indispensabile energia elettrica, alterano il regime dei fiumi a valle arrecando gravi scompensi; oppure alle dilaganti opere cementizie di incanalamento dei torrenti e dei ruscelli, o all’inquinamento sempre più grave e diffuso dei corsi e delle sorgenti d’acqua, che quindi la sottrae tendenzialmente persino all’utilizzabilità agricola.
C’è un’acqua montana che è stata sottoposta a una pesante opera di conformazione – quella dello sfruttamento idroelettrico appunto – di cui il cittadino delle metropoli non si rende quasi conto, ma che fa parte integrante di quel paesaggio del moderno e delle sue possibilità, che ci è così familiare che può magari sembrare l’unico possibile. In questo caso l’acqua è stata piegata alle esigenze produttive e l’ingegneria si è cimentata in alcune delle sue più spettacolari realizzazioni, alterando in molti casi irreversibilmente paesaggi di alta montagna. Seguendo il ciclo completo di questa acqua sequestrata, si vede come la trasformazione in energia elettrica non sia che una tappa intermedia, poiché, nel caso diffuso di centrali di alimentazione industriali, la produzione finale spesso era (ed è) quella dell’industria pesante (talora anche l’alimentazione di tratte ferroviarie): in ogni caso, nel regime simbolico che ci interessa, l’acqua, che proviene dal cielo, diventa strumento dello sfruttamento e della produzione dei metalli, a loro volta modernamente intesi come strumenti di un’ulteriore aggressione alla Terra; o luogo di scarico di veleni, sostanze tossiche, o serbatoio per un uso scriteriato, o magari, come vagheggiava in una poetica un po’ sinistra Jünger, non più di un’occasione di quell’opera di conformazione totale del paesaggio terrestre in cui si sarebbe compiuto il dominio della tecnica. Ma, se tutto ritorna, le acque che tornano alla fine di questo ciclo sono necessariamente diventate acque “cattive”, persino spesso quando sono acque irrigue dell’agricoltura: sporche, malate, inquinate, morte o impazzite, di fronte al cui assalto il soggetto moderno ha smarrito quella consapevolezza della necessità di conservare l’equilibrio fra tutte le componenti del mondo che i suoi antenati avevano, comportandosi in modo tale da non distruggere irreversibilmente con il suolo della loro terra, la possibilità stessa della vita.

Il ponte senza il fiume

A Villa di Tirano c’è un ponte medioevale in mezzo ai campi: vicino gli cresce un salice e sotto le sue arcate trova spesso riparo un trattore. L’Adda ha spostato il tracciato del suo corso più volte lungo i secoli e questo è il motivo per cui gli insediamenti storici della Valtellina si trovano tutti a mezza costa e in luoghi il più possibile sicuri. Tutto il paesaggio valtellinese, anche nelle numerose diramazioni convallive è massicciamente segnato, come quello di ogni altro territorio alpino, dall’erosione dei ghiacciai e dall’incisione dei corsi d’acqua, che hanno lasciato tracce potentemente espressive proprio sulle strutture cristalline delle montagne. Se ora l’Adda non dovrebbe più poter cambiare il suo corso, imbrigliata com’è, e i ghiacciai continueranno a ritirarsi, altre acque, magari in zone meno visibili, meno direttamente interessanti per le logiche economiche prevalenti, cominceranno a modellare, ma questa volta in modo distruttivo, porzioni di paesaggio, cancellando collegamenti da un versante all’altro, da un alpeggio all’altro. Saranno travolti ponti, condutture, baite usate fino ad oggi rimarranno isolate, poi cadranno in rovina. Oppure rimarranno come spettrali sopravvivenze di un passato faticoso o come monumenti etnografici, come le antiche ruote dei mulini sugli orridi dei torrenti; o come le inquietanti rovine dei monumenti all’acqua di qualche generazione fa: le terme liberty, gli stabilimenti d’acque minerali, le piscine che si scrostano, le centraline in disuso in stile “medioevale lombardo”, e persino tante delle innumerevoli fontane che si incontrano lungo i più sperduti e desueti sentieri di montagna, che fanno sentire da lontano il rumore sincopato del loro getto. La meravigliosa sensazione di libertà e di frescura prodotta dal ricco e multiforme sgorgare e scorrere delle acque della montagna – che è molto più di una percezione estetizzante – rischia di tramutarsi in sgomento perché questo mondo sorgivo, origine e fonte di tutte le acque che alimentano la vita di zone molto estese e distanti, appare ormai catastroficamente separato dalle forme di vita prevalenti, e dunque inquietantemente prossimo a tornare in una selvatichezza – che però ha subito profonde alterazioni da parte umana o è destinata ad accentuare i suoi tratti selvaggi nell’abbandono a se stessa all’interno di un più generale contesto di artificialità – oppure a essere definitivamente omologata al metropolitano e alle sue logiche produttive, turistiche o commerciali.
Sembra così difficile poter sfuggire al paradosso di trovarsi emblematicamente nelle condizioni opposte e complementari di un ponte senza fiume e di fiumi senza ponti: il che equivale a dire che rischia di compiersi la cancellazione degli orizzonti e la possibilità di trovare un orientamento nel mondo. L’idea dello “spartiacque” non solo non designa più l’individuazione di una terra natale, di luoghi affini, di comunità storiche, ma non possiede quasi nemmeno più il valore evocativo di una metafora; così come avendo da lungo tempo smarrito la consapevolezza della portata simbolica di ponti, navi e navate , e concentrando il nostro interesse solo su viadotti e gallerie, merci e comunicazioni, continuiamo a stupirci del sempre più rapido e frequente naufragio d’ogni certezza, e a spaventarci delle fenditure nella Grande Muraglia che avrebbe dovuto proteggerci dall’ondata del caos con le tecnologie della sua Aufklärung. Come dire: non c’è nave o ponte che ci traghetti al di là di queste cattive acque, finché non avremo un diverso pensiero della Terra.

(“Tellus”, 10, 1993)

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Pubblicato 18 settembre 2010 da geofilosofia in Acqua

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