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		<title>L’industria nelle Alpi, tra memoria e fenomeni di patrimonializzazione, dall’Otto al Novecento L’industrie dans les Alpes, entre mémoire et phénomènes de patrimonialisation, XIXe-XXe siècles</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 10:04:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[LA_industrie L’industria nelle Alpi, tra memoria e fenomeni di patrimonializzazione, dall’Otto al Novecento Giornate di studio, Mendrisio-Losanna 2011-2013 Nelle Alpi, la creazione di un immaginario centrato sulle categorie del pittoresco e sublime ha alimentato, fin dal XVIII secolo, una diffusa sensibilità verso il loro patrimonio paesaggistico e naturalistico. Altri aspetti della realtà storica alpina sembrano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=326&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2011/07/la_industrie1.pdf">LA_industrie</a><br />
<strong>L’industria nelle Alpi, tra memoria e fenomeni di patrimonializzazione, dall’Otto al Novecento</strong><br />
<strong>Giornate di studio, Mendrisio-Losanna 2011-2013</strong></p>
<p>Nelle Alpi, la creazione di un immaginario centrato sulle categorie del pittoresco e sublime ha alimentato, fin dal XVIII secolo, una diffusa sensibilità verso il loro patrimonio paesaggistico e naturalistico.<br />
Altri aspetti della realtà storica alpina sembrano invece essere rimasti in ombra. Così, ancorché ne abbiano punteggiato assai densamente il territorio e ne abbiano segnato in modo significativo il paesaggio sociale – basti ricordare le diffuse esperienze della seconda rivoluzione industriale che nelle Alpi hanno dato luogo a un modello operaio in bilico tra vita contadina e vita di fabbrica – le svariate attività industriali (e i gruppi sociali che le animano) sembrano in larga misura escluse dalle rappresentazioni del territorio alpino, né tantomeno sembrano aver contribuito alla loro costruzione identitaria. Le molteplici esperienze (proto)industriali che sono cresciute nelle Alpi fin dal XVIII secolo sono perlopiù apparse come forme a loro estranee, se non addirittura in contrasto con la realtà contadina e rurale della montagna e della sua cultura, sia essa materiale o “immateriale”. Ciò sembra spiegare un prolungato atteggiamento di indifferenza verso le tracce industriali nelle Alpi e il loro ruolo nella definizione di una coscienza territoriale in cui la memoria non sia affidata solo alle persone ma anche ai luoghi.<br />
Più recentemente, la riscoperta del passato industriale delle Alpi si è talvolta tradotta in un processo di “patrimonializzazione”. Si tratta di un processo selettivo poiché se in alcuni casi le tracce industriali sono state oggetto di protezione, salvaguardia e di valorizzazione (sovente con intenti turistici), in altri casi – soprattutto quelli che hanno avuto ricadute più pesanti sul territorio – tali esperienze sono state rimosse dalla “memoria ufficiale” e dalle rappresentazioni collettive una volta che le loro funzioni produttive si sono esaurite.<br />
Alla luce di questi aspetti, le giornate di studio proposte dall’Università di Losanna e dal Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera italiana si prefiggono di analizzare le forme della memoria e i fenomeni di<br />
2<br />
patrimonializzazione dell’industria nel mondo alpino e di verificare in quale misura e attraverso quali forme le attività industriali hanno rappresentato delle occasioni di elaborazione e rappresentazione culturale a livello locale e a scala nazionale.<br />
La proposta si sviluppa su due piani di riflessione. Con il primo ci si prefigge di indagare le articolazioni tra forme di memoria e di patrimonializzazione e le riflessioni su una possibile identità alpina. Con il secondo, che includa la storia industriale delle Alpi negli ultimi due secoli, si intende verificare l’evoluzione delle forme di memoria e di patrimonializzazione e se esiste un legame diretto tra le prime e le seconde.<br />
Alla base di questo approccio vi è la volontà di verificare come e in quale misura la formazione di un atteggiamento favorevole alla patrimonializzazione del fenomeno industriale derivi da un’assimilazione dell’industria in quanto risorsa e veicolo di valori economici, sociali e culturali condivisi da un territorio.<br />
In ultima istanza, questa iniziativa si propone di promuovere una piattaforma di incontro con la quale analizzare attraverso quali forme e modalità le rappresentazioni identitarie (interne o esterne) delle società alpine hanno integrato il loro passato industriale.<br />
Organizzazione<br />
L’iniziativa si muove attorno a una prospettiva pluridisciplinare e intende valorizzare una lettura comparativa che inglobi la dimensione geografica e quella settoriale del mondo industriale. Essa si struttura in quattro giornate di studio ognuna delle quali sarà dedicata a un aspetto specifico della costruzione delle patrimonializzazioni dell’industria alpina. Esse saranno precedute da un incontro introduttivo volto a illustrare e dibattere i presupposti teorici e contenutistici dell’iniziativa.<br />
• Giornata introduttiva (Mendrisio, 21 ottobre 2011)<br />
La giornata introduttiva, articolata attorno a una serie di conferenze e una tavola rotonda, si prefigge di illustrare e concettualizzare le nozioni di patrimonio e di patrimonializzazione in modo da coglierne la loro storicità, come pure i molteplici significati e i diversi usi da parte di varie discipline delle scienze umane, dalla storia alla geografia, dalla filosofia all’antropologia.<br />
Con questa giornata introduttiva si intendono precisare i vari angoli di lettura attraverso i quali cogliere il senso e il significato dei fenomeni di patrimonializzazione di una realtà – quella industriale – che nel contesto alpino è stata a lungo percepita come “estranea” o quanto meno lontana dalle sensibilità e dall’immaginario contemporanei. Quali strumenti offrono le diverse discipline per affrontare l’analisi della costruzione del fatto patrimoniale e l’articolazione tra memoria e patrimonio? Quali sono i fattori della costruzione identitaria da considerare in tale analisi?<br />
• Seminario I. Pratiche di integrazione territoriale (Primavera 2012)<br />
In questo seminario si intendono analizzare i molteplici processi di natura sociale, politica e culturale attraverso i quali le industrie si sono integrate nel tessuto territoriale alpino, evidenziando nel contempo le reazioni a questi processi sia sul piano individuale che su quello collettivo. Oggetto delle analisi sono, ad esempio, le pratiche di stabilizzazione e di “fidelizzazione” della manodopera messe in atto dalle imprese industriali (siano esse private o promosse da enti pubblici), come pure le strategie del paternalismo imprenditoriale, ma anche le iniziative volte a creare immagini di identificazione reciproca tra la realtà locale e regionale e l’impresa industriale attraverso forme di auto-rappresentazione (ad esempio la pubblicità o pubblicazioni commemorative).<br />
• Seminario II. La memoria del lavoro: lo sguardo dall’interno (Autunno 2012)<br />
Al centro dell’attenzione di questo seminario vi sono le dinamiche della trasmissione della memoria e della storia del lavoro industriale. In particolare, si intende verificare e discutere in quale modo e in quale misura i mutamenti economici, tecnologici e sociali succedutisi nel corso del XX secolo, abbiano influenzato tali dinamiche. Un’attenzione particolare verrà data ai processi di deindustrializzazione nelle sue varie forme (ristrutturazione delle filiere produttive, destrutturazione del tessuto socio-economico locale, terziarizzazione dell’economia, fenomeni di delocalizzazione, …) e al loro impatto sulla memoria industriale. Essi offrono lo spunto per l’analisi e la discussione di diversi quesiti: cosa resta nel ricordo dei lavoratori e della popolazione del passato industriale? Quali gli elementi di una realtà industriale valorizzati in senso identitario? Quali le correlazioni tra la memoria e il territorio (luoghi di memoria)?<br />
• Seminario III. La memoria del lavoro: lo sguardo dall’esterno (Primavera 2013)<br />
Il terzo seminario affronta la memoria del lavoro e le sue molteplici rappresentazioni attraverso gli sguardi esterni. In particolare, esso intende analizzare quale immagine dell’industria nelle Alpi è stata promossa e veicolata dai vari attori che indirettamente contribuiscono alla costruzione di una memoria collettiva di un territorio. Un’attenzione particolare verrà data ai media (stampa, radio, TV, …), al loro ruolo nell’elaborazione di una memoria industriale specifica, (senza città o senza una classe operaia organizzata), come pure ai tratti e ai contenuti che la caratterizzano (memoria condivisa, integrativa, conflittuale, …). Inoltre, ci si soffermerà sulla posizione del mondo delle istituzioni (discorso politico, politica culturale), così come della scuola (ad es. strumenti didattici e scrittura scolastica) e più in generale della cultura (produzioni letterarie, fotografiche e cinematografiche, forme di impegno delle donne e degli uomini di cultura). Questi molteplici aspetti dovrebbero permettere di interrogarsi sull’esistenza di forme di patrimonializzazione, di costruzione della memoria del fatto industriale e del suo inserimento nella dialettica del “ritardo” e del “progresso” nelle Alpi. Inoltre, essi chiamano in gioco il ruolo dell’industria (in particolare quella pesante) quale simbolo della forza della nazione.<br />
• Seminario IV. Le forme della patrimonializzazione (Autunno 2013)<br />
L’ultimo seminario è dedicato ai fenomeni di patrimonializzazione industriale e alle strategie di conservazione e di valorizzazione, con particolare attenzione ai cambiamenti avvenuti nella seconda parte del XX secolo. Durante i lavori verranno messi in evidenza e analizzati il ruolo dei vari attori promotori della patrimonializzazione industriale: dai musei etnografici agli istituti culturali, pubblici e privati, dai media audiovisivi agli enti responsabili dell’economia turistica, alle industrie stesse. Come si sviluppa la dinamica dei meccanismi di inclusione e di esclusione? Come sono accolte dalla popolazione le varie forme di patrimonializzazione? Come sono integrate o come utilizzano una memoria locale? Quale il carattere innovativo-inventivo di queste produzioni culturali? Infine, in quale modo le forme di patrimonializzazione superano la materialità dei luoghi per raggiungere le azioni dei soggetti e la riflessione sugli effetti, positivi e negativi dell’industria sul territorio?</p>
<p>Valorizzazione<br />
I risultati degli incontri saranno valorizzati attraverso una doppia iniziativa.<br />
La prima consisterà nella pubblicazione degli atti dei seminari. La seconda prevede la realizzazione di una mostra che ripercorre i vari temi degli incontri attraverso un percorso che abbracci le molteplici esperienze dell’arco alpino.<br />
Coordinazione scientifica: Nelly Valsangiacomo (Università di Losanna) e Luigi Lorenzetti (LabiSAlp, Università della Svizzera italiana)</p>
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		<title>Visite guidate da esperti alla scoperta dell&#8217;ex Villaggio Sanatoriale &#8220;Morelli&#8221; di Sondalo (Sondrio)</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 09:28:57 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2011/07/locandina-30-06-111.pdf">locandina visite guidate &#8220;Morelli&#8221;</a></p>
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		<title>REGIONIS FORMA PVLCHERRIMA. Percezioni, lessico, categorie del paesaggio nella letteratura latina, Padova 15-16 marzo 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 09:03:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iniziative & News]]></category>
		<category><![CDATA[Paesaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura latina]]></category>
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		<description><![CDATA[Convegno di Studio REGIONIS FORMA PVLCHERRIMA Percezioni, lessico, categorie del paesaggio nella letteratura latina Università degli Studi di Padova Palazzo Bo, 15-16 marzo 2011 &#160; Al termine di un percorso di ricerca biennale (progetto di Ateneo 2009), il convegno presenta i risultati di un’indagine sistematica sulla concezione del paesaggio nel mondo latino in prospettiva letteraria [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=277&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:right;"><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2011/02/locandina_33x48_latino_bassa1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-291" title="REGIONIS FORMA PVLCHERRIMA Percezioni, lessico, categorie del paesaggio nella letteratura latina Dipartimento di Scienze del Mondo Antico " src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2011/02/locandina_33x48_latino_bassa1.jpg?w=206&#038;h=300" alt="" width="206" height="300" /></a></p>
<h2><strong>Convegno di Studio</strong><strong> </strong></h2>
<h2><strong>REGIONIS FORMA PVLCHERRIMA</strong></h2>
<p><strong>P</strong><strong>ercezioni, lessico, categorie del paesaggio nella letteratura latina</strong></p>
<h4>Università degli Studi di Padova</h4>
<h4>Palazzo Bo, 15-16 marzo 2011</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Al termine di un percorso di ricerca biennale (progetto di Ateneo 2009), il convegno presenta i risultati di un’indagine sistematica sulla concezione del paesaggio nel mondo latino in prospettiva letteraria e culturale. Nell’esplorazione dei testi antichi, condotta oltre i limiti imposti dai </em>topoi<em> retorici, gli strumenti della filologia sono stati fatti interagire con quelli della geografia e dell’ecologia al fine di realizzare una comprensione globale del paesaggio nel mondo romano.</em></p>
<p><em>L’analisi testuale, infatti, illuminata dalle indicazioni di geografi ed ecologi e stimolata dal confronto con ospiti esterni durante un workshop intermedio (15 giugno 2009), si è focalizzata su alcuni punti qualificanti: la percezione, la visione e la costruzione – reale e immaginaria &#8211; dello spazio, l’individuazione di costanti di rappresentazione, la valutazione delle scelte lessicali e stilistiche di composizione del paesaggio.</em></p>
<p><em>La rassegna degli autori classici presi in esame (dal I sec. a.C. al V secolo d.C.) ha consentito di trattare la materia anche in un’ottica diacronica e quindi di accertare gli aspetti di continuità e di innovazione fino al tardoantico. Per questo il convegno si propone da lato un aggiornamento sul tema e dall’altro, tramite il coinvolgimento di studiosi di diverse discipline, cerca di offrire alla discussione una visuale molto ampia, capace di abbracciare e superare i tradizionali confini del </em>locus amoenus<em>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Programma</h1>
<p><span style="text-decoration:underline;">15 marzo &#8211; Archivio Antico</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>9.00 saluti del Direttore del Dipartimento di Scienze del Mondo Antico Paolo Scarpi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Presiede la sessione <strong>Emilio Pianezzola</strong></p>
<p>9.30 <strong>Mauro Varotto </strong><em>Oltre il</em> locus amoenus: <em>le diverse geografie del paesaggio latino</em></p>
<pre>10.00 <strong>Martina Elice </strong><em>Le parole del deserto: sconfinamenti lessicali</em></pre>
<p>10.30 <strong>Gianluigi Baldo </strong><em>L&#8217;</em>angulus <em>oraziano: lessico, descrizioni, visioni</em></p>
<p>11.00 coffee break</p>
<p>11.30 <strong>Novella Cesaro </strong><em>Percorsi dello sguardo: Catullo, Tibullo e Properzio</em></p>
<p>12.00 <strong>Antonella Duso </strong><em>I luoghi del racconto e del lamento nell&#8217;elegia ovidiana</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Presiede la sessione <strong>Claudio Marangoni</strong></p>
<p>15.00 <strong>Elena Cazzuffi </strong><em>Vedute, itinerari, cataloghi e descrizioni geografiche nei </em>Carmina minora<em> di Claudiano</em></p>
<p>15.30 <strong>Giovanni Ravenna </strong>Facies decora campestris<em>: riflessioni su Cassiodoro</em></p>
<p>16.00 <strong>Romeo Schievenin </strong><em>Spazio e paesaggio nell&#8217;epistolografia latina</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">16 marzo – Aula Nievo</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Presiede la sessione Fabio Lando</p>
<pre>9.00 <strong>Gianumberto Caravello </strong><em>Il punto di vista </em><em>dell'ecologo</em></pre>
<p>9.30 <strong>Almo Farina </strong><em>Il paesaggio cognitivo: </em>utilitas et voluptas</p>
<p>10.00 <strong>Luisa Bonesio </strong><em>Il contributo della letteratura latina alla comprensione moderna del paesaggio</em></p>
<p>10.30 <strong>Franco Farinelli </strong><em>Il modello di paesaggio nella letteratura: definizioni e funzioni </em></p>
<p>11.00 coffee break</p>
<p>11.30 <strong>Tavola Rotonda </strong>coordinatore Gianluigi Baldo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:left;"><strong><em>Sede del Convegno</em></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Università degli Studi di Padova</strong><br />
<strong>Palazzo Bo, Archivio Antico – Aula Nievo</strong><br />
<strong>via VIII febbraio, 2</strong><br />
<strong>35122 Padova</strong></p>
<p style="text-align:left;">&nbsp;</p>
<p style="text-align:left;"><strong><em>per informazioni</em></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Gianluigi Baldo gianluigi.baldo@unipd.it</strong><br />
<strong>Elena Cazzuffi elena.cazzuffi@unipd.it</strong><br />
<strong>Dipartimento di Scienze del Mondo Antico</strong><br />
<strong>www.mondoantico.unipd.it</strong><br />
<strong>Tel: 049 827 4513</strong></p>
<br />Filed under: <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/iniziative-news/'>Iniziative &amp; News</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/paesaggio/'>Paesaggio</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/terra/'>Terra</a> Tagged: <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/letteratura-latina/'>letteratura latina</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/spazio/'>spazio</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/territorio/'>territorio</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/geofilosofia.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/geofilosofia.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/geofilosofia.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/geofilosofia.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/geofilosofia.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/geofilosofia.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/geofilosofia.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/geofilosofia.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/geofilosofia.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/geofilosofia.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/geofilosofia.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/geofilosofia.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/geofilosofia.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/geofilosofia.wordpress.com/277/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=277&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>VILLAGGIO MORELLI: IDENTITA&#8217; PAESAGGISTICA E PATRIMONIO MONUMENTALE. Convegno internazionale 15-16 ottobre 2010, Sondalo (Sondrio)</title>
		<link>http://geofilosofia.wordpress.com/2010/10/07/villaggio-morelli-identita-paesaggistica-e-patrimonio-monumentale-convegno-internazionale-15-16-ottobre-2010-sondalo-sondrio/</link>
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		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 15:12:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
				<category><![CDATA[architettura razionalista]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; DELL&#8217;EVENTO FANNO PARTE UNA MOSTRA FOTOGRAFICA E UNA RECITA DI PROSE E POESIA A TEMA SANATORIALE, presso la sede del Convegno, il Centro di formazione professionale &#8220;VALLESANA&#8221; Cover Mostra fotografica def. locandina Blusclint [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=257&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:right;"><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/locandina-morelli-x-web.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-245" title="Convegno internazionale 15-16 ottobre 2010" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/locandina-morelli-x-web.jpg?w=1000" alt=""   /></a><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/brochure-moelli-def_pagina_1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-246" title="Brochure Morelli def_Pagina_1" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/brochure-moelli-def_pagina_1.jpg?w=476&#038;h=335" alt="" width="476" height="335" /></a><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/brochure-moelli-def_pagina_2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-247" title="Brochure moelli def_Pagina_2" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/brochure-moelli-def_pagina_2.jpg?w=478&#038;h=337" alt="" width="478" height="337" /></a></p>
<p style="text-align:right;">&nbsp;</p>
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<p style="text-align:left;"><strong>DELL&#8217;EVENTO FANNO PARTE UNA MOSTRA FOTOGRAFICA E UNA RECITA DI PROSE E POESIA A TEMA SANATORIALE</strong>,<strong> presso la sede del Convegno, il Centro di formazione professionale &#8220;VALLESANA&#8221;</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/cover-mostra-fotografica-def1.doc">Cover Mostra fotografica def.</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/10/locandina-blusclint1.doc">locandina Blusclint</a></strong></p>
<br />Filed under: <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/architettura-razionalista/'>architettura razionalista</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/geofilosofia/'>geofilosofia</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/iniziative-news/'>Iniziative &amp; News</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/montagna/'>Montagna</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/paesaggio/'>Paesaggio</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/progetti/'>Progetti</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/provincia-di-sondrio/'>provincia di sondrio</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/sanatori/'>sanatori</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/montagna/sanatori-alpini/'>Sanatori alpini</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/category/links/www-geofilosofia-it-il-sito-italiano-di-geofilosofia/'>www.geofilosofia.it - il sito italiano di Geofilosofia</a> Tagged: <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/architettura-razionalista/'>architettura razionalista</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/morelli/'>Morelli</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/provincia-di-sondrio-2/'>Provincia di Sondrio</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/sanatori-alpini-2/'>sanatori alpini</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/sondalo/'>Sondalo</a>, <a href='http://geofilosofia.wordpress.com/tag/villaggio-sanatoriale/'>Villaggio Sanatoriale</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/geofilosofia.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/geofilosofia.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/geofilosofia.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/geofilosofia.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/geofilosofia.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/geofilosofia.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/geofilosofia.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/geofilosofia.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/geofilosofia.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/geofilosofia.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/geofilosofia.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/geofilosofia.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/geofilosofia.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/geofilosofia.wordpress.com/257/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=257&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Acque di Valtellina</title>
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		<comments>http://geofilosofia.wordpress.com/2010/09/30/marco-vitale-acque-di-valtellina-rivisitate/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 30 Sep 2010 15:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marco Vitale ACQUE DI VALTELLINA, RIVISITATE Chiare, fresche e dolci acque. Francesco Petrarca Qualche anno fa mi è capitato di studiare, con una certa profondità, il sistema delle acque di Valtellina, soprattutto dal punto di vista delle implicazioni economiche dell’utilizzo idroelettrico di tali acque. Quest’anno, approfittando di un non breve soggiorno in Valtellina ho sentito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=212&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Marco Vitale</strong></p>
<p><strong>ACQUE DI VALTELLINA, RIVISITATE</strong></p>
<p style="text-align:right;"><em>Chiare, fresche e dolci acque.</em><br />
Francesco Petrarca</p>
<p><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/lake-of-the-nagas-kashmir-1936.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-216" title="Roerich, Lake of the Nagas. Kashmir, 1936" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/lake-of-the-nagas-kashmir-1936.jpg?w=1000" alt=""   /></a></p>
<p>Qualche anno fa mi è capitato di studiare, con una certa profondità, il sistema delle acque di Valtellina, soprattutto dal punto di vista delle implicazioni economiche dell’utilizzo idroelettrico di tali acque.<br />
Quest’anno, approfittando di un non breve soggiorno in Valtellina ho sentito l’esigenza di rivisitarne il tema e riassumo qui il risultato di tale rivisitazione.</p>
<p>(a)	Le origini del Far West<br />
La Valtellina è ricchissima di corsi d’acqua di ogni tipo. Il principale corpo idrico della Provincia di Sondrio è il fiume Adda che con i suoi 313 Km di corso è il più lungo affluente d’acque del Po, con una portata media alla confluenza inferiore solo a quella del Ticino. Questa ricchezza d’acqua fu benefica ma anche malefica, perché  numerosissime furono le piene e le inondazioni che colpirono la Valle. A metà dell’800 Venosta scrisse che in Valtellina gli uomini e le acque si disputano il territorio. Fu quindi logico che le società elettriche sviluppassero forti impianti idroelettrici in Valtellina, più o meno a partire dagli anni ’30 del secolo scorso. Anche questo con tanti effetti positivi e qualche effetto negativo. Ma se vogliamo sintetizzare in una immagine la gestione delle acque in Valtellina, nel corso di tutto il ‘900 l’espressione più appropriata è : Far West. Questa espressione che mi è venuta spontanea osservando i comportamenti nel lungo periodo dei “padroni” delle acque valtellinesi è, per straordinaria coincidenza, uguale a quella usata da Vandana Shiva, la scienziata indiana che più si è battuta per i diritti idrici, che parla di economia dei cowboy e che ha detto: “la creazione di un mercato non gestito della collettività ci riporta al Far West; la democrazia si fonda su questo bene comune”. In  Valtellina i concessionari ricchi, potenti, competenti, organizzati, hanno sempre fatto quello che volevano con amministrazioni pubbliche, deboli, ignoranti, succubi e, talora, corrotte. Come nel Far West dove i grandi e forti allevatori facevano quello che volevano, costruivano ma depredavano, creavano ma spogliavano chi non stava con loro, e sterminarono gli indiani. E se qualcuno si metteva per traverso lo ammazzavano  o lo facevano ammazzare dallo sceriffo corrotto. Intendiamoci: l’epopea della creazione dell’industria idroelettrica in Valtellina (che di vera e propria epopea si tratta) è, nell’insieme, un’epopea con bilancio positivo . Le imprese idroelettriche hanno investito, hanno creato, negli anni dei cantieri, molti posti di lavoro, hanno contribuito a imbrigliare le selvagge acque che precipitando dai monti creavano, con grande frequenza, rovinose inondazioni. Hanno contribuito alla modernizzazione della Valle. Ma si sono anche portate via un ritorno incredibile che continua e che, con il passare degli anni, diventa sempre più alto. E non hanno avuto riguardo per niente e per nessuno, che non fosse il loro massimo profitto, sacrificando ambiente, ecologia, portata dei fiumi, rispetto degli altri utilizzatori della preziosa risorsa idrica.<span id="more-212"></span><br />
(b)	Le più recenti tendenze mondiali<br />
Nei decenni più recenti, in tutto il mondo, è cresciuta una nuova cultura dell’acqua basata sulla consapevolezza dei molteplici obiettivi ed interessi che devono essere integrati in una gestione responsabile del sistema idrico. Nasce il concetto di “integrated water management”. Uno dei primi esempi di legge avanzata fu la legge federale svizzera 24 gennaio 1991 che, all’art.1, assegna ad una gestione integrata e responsabile del sistema idrico i seguenti obiettivi:<br />
a)	preservare la salute dell’uomo, degli animali e delle piante;<br />
b)	garantire l’approvvigionamento e promuovere un uso parsimonioso dell’acqua potabile e industriale;<br />
c)	conservare i biotipi naturali per la fauna e la flora indigeni;<br />
d)	conservare le acque ittiche;<br />
e)	salvaguardare le acque come elementi del paesaggio;<br />
f)	garantire l’irrigazione agricola;<br />
g)	permettere l’uso delle acque a scopi di svago e ristoro;<br />
h)	garantire la funzione naturale del ciclo idrologico.<br />
Poi, di fondamentale importanza, venne la Direttiva generale sulla gestione delle acque dell’Unione Europea 2000/60 che, tra l’altro,stabilisce il corretto principio che bisogna tenere conto dei costi ambientali e dei costi delle risorse consumate per determinare il contributo dei vari utilizzi delle acque al recupero dei costi idrici. Sulla Direttiva europea si innesta il grande lavoro in materia di management integrato delle acque alpine sviluppato dalla Convenzione Europea delle Alpi. Di notevole valore anche il parere del CNEL del 5 giugno 2008, formulato dopo numerose audizioni dove, tra l’altro, si fa proprio il concetto fondamentale che “L’acqua non è un prodotto commerciale al pari degli altri, bensì un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale. L’acqua è un bene troppo prezioso per non essere tutelato dalla collettività. Possiamo vivere senza petrolio, ma non senza acqua”.<br />
Questo grande movimento mondiale, alimentato anche dal fatto che in tante parti del mondo l’acqua è già un bene scarso, ha raggiunto un nuovo traguardo quando, pochi giorni fa (il 28 luglio), l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (con 122 voti a favore e l’astensione degli USA) ha approvato una risoluzione, attesa da molti anni e sempre ostacolata dalle grandi società del settore, che riconosce l’accesso all’acqua come diritto fondamentale di ogni persona: “L’acqua è una risorsa limitata e un bene pubblico fondamentale per la vita e la salute. Il diritto a disporre di acqua è indispensabile per condurre una vita dignitosa. E’ un prerequisito per la realizzazione di altri diritti dell’uomo”. L’acqua dunque come bene comune e non come bene commerciale: il grande salto concettuale è compiuto. E’ la stessa richiesta che sta alla base delle firme di 1.450.000 italiani che hanno depositato le loro firme per chiedere il referendum abrogativo delle nostre norme controcorrente, che privatizzano i servizi idrici. Nessuna precedente richiesta di referendum aveva raccolto tante firme.<br />
( c) Il tentativo di passare dal Far West ad un regime civile in Valtellina<br />
Nel contesto mondiale che ho illustrato nel paragrafo precedente, il Far West idrico non poteva sopravvivere, come tale, neppure in Valtellina. Grazie a movimenti civici, in difesa di fiumi e torrenti, dall’attività informativa e culturale di persone competenti, oneste e di valore (come il geometra Songini della Val Masino), che ha fornito la più documentata e convincente accusa contro i soprusi degli uomini del Far West, all’azione di alcuni amministratori pubblici per bene, ha preso corpo anche in Valtellina un importante tentativo di passare dal Far West ad un regime civile, economicamente sensato ed equilibrato di gestione delle acque. La grande occasione era rappresentata dalla scadenza, dal 2010 al 2016, della maggior parte delle concessioni per le grandi derivazioni. Alla scadenza della concessione la proprietà degli impianti diventa di proprietà dell’ente pubblico concedente. Quindi questi li può dare in nuova concessione attraverso una gara ad evidenza pubblica, secondo la UE e secondo la nostra Corte Costituzionale. Quello della scadenza era il momento giusto per riportare alla ragione i grandi allevatori del Far West. Gli enti pubblici si trovavano, infatti, in una posizione di grande vantaggio negoziale. Nel frattempo anche in vista di questo appuntamento storico erano stati compiuti dei positivi passi importanti:<br />
-	La Provincia di Sondrio, sospinta dai movimenti civici, aveva concordato ed ottenuto una moratoria per nuove concessioni, sia di minore portata che per le grosse derivazioni. Fu un grande risultato che, almeno per un certo periodo, autorizzava la Provincia a negare le concessioni alle decine di operatori che le chiedevano (come le chiedono) sospinti da una legge statale agevolativa, sciagurata e distruttiva, domande che, se accolte, avrebbero definitivamente alterato l’ambiente della montagna valtellinese.<br />
-	La Provincia di Sondrio, sia pure con un grande ritardo e con i buoi ampiamente scappati dalla stalla, aveva, faticosamente, varato il 5 settembre 2005 il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) che, a mio giudizio, è un ottimo piano che, tra l’altro, individua come strategica la tutela dei corpi idrici per la tutela del paesaggio e dell’ambiente della Provincia di Sondrio, e fissa principi, criteri e decisioni importanti per ampie zone del territorio. E’ vero che si è anche in attesa di un piano d’area per l’Alta Valle della Regione che dovrebbe essere sovraordinato al PTCP provinciale. Ma, come tutte le persone dotate di senno, sono terrorizzato all’idea di questo piano che, concepito per rimediare ad alcune sciagurate decisioni legate ai Mondiali di sci invernali rischia di portare nuovi danni e complicazioni.<br />
-	La Provincia di Sondrio emana, poi, nel Novembre 2009, in applicazione del PTCP, un Bilancio Idrico della Provincia, che si prefigge, tra l’altro l’obiettivo di adempiere alle raccomandazioni della Direttiva europea 2000/60. Nonostante la lamentata mancanza di serie storiche di dati fondamentali, mancanza da imputare alle grandi concessionarie che hanno sempre seguito la politica dell’oscurità, della mancanza di dati trasparenti, di sottrazione da ogni possibile monitoraggio, il Bilancio Idrico, con relativa relazione tecnica, è un ottimo studio, una base solida per una gestione integrata e responsabile del sistema idrico della Valle.</p>
<p>Punti chiave ai fini del nostro discorso sono i seguenti:<br />
-	Viene ribadito che nella grande maggioranza dei corsi d’acqua e per ampie zone della Valle (aree di interesse naturalistico e paesistico, zone di protezione speciale, siti d’importanza comunitaria, parchi regionali, nazionali, SIPA) non sono consentite nuove concessioni per nuovi prelievi idroelettrici o per l’incremento di quelle in atto;<br />
-	Per le concessioni in atto sarà avviata una particolare verifica della computabilità dei prelievi già concessi con la tutela della qualità dell’ambiente;<br />
-	Viene riconosciuta l’essenzialità dell’adeguamento delle derivazioni concesse al rilascio del Deflusso Minimo Vitale (con coordinamento alla direttiva regionale ed al PTUA (programma di tutela e uso delle acque) adottato dalla Regione nel 2006;<br />
-	Si analizzano gli indici di criticità quantitativa della risorsa idrica superficiale prendendo atto che “l’utilizzazione idrica globale è molto spinta in Provincia di Sondrio e determina situazioni di carenza idrica assai pronunciate”;<br />
-	Si prende atto della scadente organizzazione del catasto Regionale Utenze Idriche. Ad esempio: “nel settore Frodolfo la portata di concessione per le grandi derivazioni idroelettriche risulta pari a zero, mentre è noto che esistono diverse opere di presa in tale bacino”;<br />
-	Si prende atto che la qualità attuale dell’acqua potabile della Provincia è tra buona e ottima ma che bisogna impegnarsi molto per mantenere questo livello;<br />
-	Si specificano le necessità di tutela degli ecosistemi ed alto valore naturalistico e degli ecosistemi fragili in ambito montano (non basta la protezione della dinamiche idrauliche e della qualità dell’acqua; è necessario tutelare l’ecosistema nel suo complesso):<br />
-	Si analizza il precario stato della funzionalità fluviale dell’Adda, che è sempre più canalizzato, disseccato, piegato ad esigenze idroelettriche (“a Grosotto si incontra l’impianto dell’AEM che altera profondamente le caratteristiche strutturali del fiume per un tratto di 200 mt.). La presenza di questo impianto si ripercuote anche sulle caratteristiche funzionali della successiva sezione, che presenta un’esigua portata, la completa artificializzazione delle sponde ed una scarsa presenza di vegetazione di greto all’interno delle sponde artificiali”. In relazione alle opere di cementificazione e canalizzazione la Relazione sottolinea: “Oltre all’evidente impatto paesaggistico, non deve essere dimenticato l’impatto biologico di questi interventi; l’uniformità morfologica delle sponde si comporta come una “barriera biologica” che ostacola il passaggio delle comunità animali da monte verso valle e viceversa”. Molto di quello che si dice per l’Adda vale pari pari per il suo importante affluente Frodolfo che scende dalla Valfurva.<br />
-	“rinnovi di concessioni esistenti potrebbero essere valutati in funzione del rischio oggi presente e richiedendo che un’analisi specifica dei diversi aspetti di criticità che contraddistinguono il reticolo situato a valle della derivazione conduca alla messa a punto di riduzione delle suddette criticità, di significazione dell’ambiente fluviale, e di miglioramento del Deflusso Minimo Vitale”.<br />
Tutto era quindi pronto per un discorso serio e costruttivo con i grandi allevatori del Far West. Ci mancava solo uno sceriffo federale buono. Ma considerando gli antichi vizi dei grandi allevatori del Far West, le cattive abitudini alle quali erano, da sempre,abituati, la loro grande abbondanza di denaro, di potere e di arroganza, doveva trattarsi non solo di uno sceriffo buono, ma anche forte. Doveva arrivare un John Wayne. Ma nessun sceriffo è arrivato e tanto meno John Wayne. Perciò il tentativo di passare dal Far West a un ordinamento civile è per ora semi fallito ed è rinviato a medio-lungo termine.<br />
(d)	Che cosa è successo realmente?<br />
1.	Le grandi concessioni in scadenza sono state, in forza di legge, prorogate di 5 anni, a prescindere. Cioè senza nessuna discussione, senza quelle verifiche dell’impatto ambientale richieste dal Bilancio idrico provinciale, senza imporre di colmare quelle lacune informative sulle quali tanto hanno puntato, vincendo, i signori del Far West, senza dar vita a nessun serio sistema di monitoraggio. Niente di niente. Tanti studi, tante fatiche, tanti dibattiti, per portare a casa quasi niente. Analoga disposizione di proroga incondizionata contenuta nella legge finanziaria 2006 è stata dichiarata incostituzionale con pronuncia della Corte Costituzionale 18 gennaio 2008 N. 1. Data l’inerzia della Regione nel preparare le gare per le nuove concessioni (gare nelle quali il concessionario uscente, per una serie di ragioni intuitive parte sempre in una posizione di vantaggio), la proroga era inevitabile. Ma essa andava negoziata, barattata con una serie di regole comportamentali ed organizzative che avrebbero potuto rappresentare, comunque, una svolta. Così è stata un regalo, una resa senza condizioni. Ed è interessante che il termine “regalo”sia stato utilizzato anche da un giornale imprenditoriale come Il Sole 24 Ore (mercoledì 4 agosto 2010, inserto Lombardia) nell’articolo dal titolo. “Lega in aiuto di A2A. Concessioni lunghe per l’idroelettrica”.<br />
2.	Nessuna svolta dunque,ma solo un piatto  di lenticchie. Il rinnovo automatico per cinque anni è costato alle imprese un aumento dei sovracanoni per i comuni e i consorzi dei bacini imbriferi montani. Essi vengono portati rispettivamente da 21,8 e 4,50 euro per ogni kw di potenza nominale a 28,00 e 7,00 euro. Sembra un aumento importante e come tale è stato sbandierato e si sono formulate cifre in libertà. Invece si tratta di un piatto di lenticchie. In totale i sovracanoni passano da 26 a 31 milioni di euro. Un aumento di 5 milioni di euro da suddividere tra 78 comuni e cinque comunità montane. Un piccolo aumento su una base di partenza che era miserrima e umiliante. In altra sede avevo confrontato gli introiti in lire nel 2000 della Provincia di Sondrio (27 miliardi) a quelli del Trentino Alto Adige (63 miliardi) e del Comune e Cantone di Poschiavo (105 miliardi), come risultavano da un documento allegato alla delibera della Provincia di Sondrio del 22 dicembre 2000.<br />
3.	E’ stata enfatizzata un’altra presunta novità, in relazione alla quale sono state sbandierate cifre al vento in modo irresponsabile. La novità consiste nel fatto che in prossimità della scadenza del quinquennio di proroga il concessionario (cioè colui che è prossimo a perdere la proprietà degli impianti!) ha facoltà di rinnovare la durata della concessione di altre sette anni (cioè 5+7=12 anni). Ciò avviene se il concedente condivide la concessione con una società mista pubblico privata che partecipi al capitale della concessionaria nella misura minima del 30% e massima del 40%. Tale società farà capo alle province o a società dalle stesse controllata, a sua volta, con partecipazione di eventuali soci privati. Con questa disposizione si introduce il principio di partecipazione delle province ai risultati delle grandi concessioni. Qui siamo di fronte ad un cambio importante, lungamente richiesto da molte parti ed al quale dare un caldo benvenuto. Ma siamo lungi dal considerare la questione risolta, dal gioire senza condizioni e addirittura da azzardare cifre poco o nulla affidabile sui presunti utili futuri. Infatti, come è tipico del costume legislativo italiano, si butta sul tavolo un principio ma non lo si regola. Come verrà organizzata la partecipazione, con che valori, con che metodi, con che governance, con che debiti?Niente di tutto questo è regolato. L’unica cosa che la legge dice è che la partecipazione delle province nelle società concessionarie non può comportare maggiori oneri per la finanza pubblica. L’interpretazione di questa norma è aperta, con gioia degli avvocati. Quindi un passo avanti ( o se si vuole una piccola ritirata tattica dei grandi allevatori del Far West) ma anche una cambiale in bianco. Il vero potere resta in mano ai grandi allevatori, che potranno organizzare la nuova società e gestirla come fa comodo a loro. Una esperienza non brillante esiste già in valle ed è quella della società mista Valdisotto Servizi. E’ logico pensare che il disegno dei grandi allevatori del Far West e soprattutto di A2A sia quello di replicare per tutte le concessioni e per tutta la valle una roba simile. E suona verosimile se non vera l’affermazione di un importane allevatore del Far West che, alla diga di Cancano, avrebbe detto, pochi giorni fa, che la norma in questione, l’ormai famoso art. 15, l’avrebbe scritta lui.<br />
4.	Un’altra questione di grande importanza e la necessità di chiarezza, oggettività, omogeneità, verificabilità dei criteri applicati dalla Regione per la rideterminazione dei termini di concessione degli impianti. Si tratta di parametri di concessione che hanno enormi conseguenze pratiche: economiche, operative, ambientali, relative alla determinazione del Deflusso Minimo Vitale. Ma hanno anche effetti giuridico-istituzionali-politici e morali se non vengono applicati a tutti con gli stessi criteri e le stesse misure. Nei decreti di rideterminazione dei termini di concessione sinora emessi dalla Regione esistono vistose differenze. La questione è talmente evidente che, dopo documentate mozioni presentate dal consigliere provinciale Martina Simonini, il Consiglio provinciale all’unanimità ha approvato, in data 12.07.2010, una delibera che impegna il presidente a chiedere alla Regione Lombardia i necessari chiarimenti tecnico-amministrativi,  in merito alla modalità di rideterminazione dei parametri applicati per i vari impianti. Dietro questa questione apparentemente tecniche si celano temi essenziali che chiamano impropriamente politici. Basterà citare dal verbale di quella seduta del Consiglio Provinciale quanto affermato dal consigliere Alessandro Sozzani: “E’ assolutamente corretto pretendere dalla Regione Lombardia una rideterminazione dei termini di concessione che rispetti regole precise e da non applicarsi in casi diversi a seconda delle occasioni ritenute più opportune… è altrettanto indiscutibile che dette misurazioni dovrebbero avvenire in modo controllabile o controllato da parte dei concedenti, non essendo accettabile, come avviene ora, che tali misurazioni siano dipendenti dalla buona volontà dei concessionari…. Gli strumenti per tali misurazioni devono essere tecnologicamente adeguati con una incontrovertibile lettura in continuo per evitare pressapochistiche stime e valutazioni sempre sbagliate al ribasso… spesso si è in balia dei concessionari dei quali non vi  è da attendersi leale collaborazione, per ovvio conflitto di interessi e ciò è dimostrato anche dal fatto che gli sporadici controlli effettuati su segnalazioni e/o denunce hanno portato all’applicazione di sanzioni, ma si tratta di casi isolati… un rigoroso controllo del deflusso minimo vitale consentirebbe di accertare la quasi sistematica violazione oggi quasi impunita”.Il povero geometra Songini per aver detto cose simili ed avere cercato sagaciamente di dimostrarle nel suo pregevolissimo libro, Acque Misteriose, è stato ingiustamente trascinato in tribunale e fu persino richiesto che il suo libro venisse ritirato dal commercio e tutte le copie distrutte, presumibilmente bruciandole, come ai  tempi delle streghe. Credo che questa discussione nel Consiglio Provinciale di Sondrio e le dichiarazioni del consigliere Sozzani siano la migliore esemplificazione del concetto che il tentativo di uscire dal Far West è, almeno per ora, ed in parte, fallito.<br />
5.	Un altro punto critico è legato all’accordo di moratoria. Questo provvidenziale accordo ha temporaneamente (in attesa dei piani strutturali) bloccato le grandi derivazioni e rallentato le piccole. Uso il termine rallentato e non bloccato in relazione alle piccole derivazioni, perché con vari argomenti, numerose nuove piccole derivazioni sono state concesse (il popolo dice: quelle degli amici e dei più influenti) dando luogo ad un senso di incertezza, precarietà, discriminazione. L’accordo deve consolidarsi nel Bilancio idrico che, come si è detto, è stato completato ed è un eccellente documento. I vari enti che sono parte dell’accordo di moratoria (Provincia, Ministero Ambiente, Autorità bacino del Po) hanno dato il loro assenso, con l’eccezione della Regione Lombardia. Il ritardo della Regione nel firmare l’adesione al Bilancio idrico è non solo tecnicamente inspiegabile ma è politicamente disastroso e poco responsabile. Sembra a molti che la Regione voglia tenere in mano una specie di arma di ricatto nei confronti della Provincia. Tutto ciò crea precarietà, insoddisfazioni, senso di arbitrarietà e offre agli  interessati la base per attaccare e chiedere l’annullamento del Bilancio Idrico. Già 20 ricorsi  sono stati presentati chiedendo l’annullamento del Bilancio Idrico, del PTCP, dell’accordo di moratoria. Se questi ricorsi venissero accettati dal Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche (la cui indipendenza ed oggettività solleva in molti dei seri dubbi), il ritorno al Far West pieno sarebbe conclamato e intorno al villaggio verrebbe elevato  un muraccio (del tipo di quello con il quale Bormio ha fatto sparire alla vista il Frodolfo), inespugnabile anche da John Wayne.<br />
6.	Vi è poi una ultima e decisiva questione o, se si vuole, una ultima battaglia di federalismo vero e non parolaio e propagandistico da combattere. Quella della titolarità del demanio idrico. La legge 350/2003 (finanziaria) dava la possibilità alle  Regioni di trasferire le competenze del demanio idrico alle province composta per il 95% da comuni montani. Le province di Belluno e del Verbano – Cuso – Ossola hanno ottenuto il trasferimento delle competenze. Sondrio, che produce oltre l’11% dell’energia idroelettrica nazionale ed oltre il 45% di quella lombarda, che produce 11,93% kwabitante contro i 3,11 di Bolzano non ha ottenuto questo trasferimento e non credo che l’abbia richiesto con la necessaria energia. Eppure è un passaggio ineludibile, un nodo politico essenziale. Non possiamo illuderci che sia sufficiente il passaggio dei poteri alle province perché le cose vadano bene da sole; né che gli amministratori provinciali, miracolosamente, vengano travolti dall’amore per il loro territorio e per il bene comune. Ma con questo passaggio non solo si elimineranno duplicazioni e ritardi ma le decisioni verranno portate al livello dove ci sono i problemi (che è l’essenza del federalismo vero), e le cose appariranno meno oscure alla gente comune e, forse, si riuscirà a scuoterne l’apatia ed a suscitare l’interesse per il tema, che resta il tema centrale e più importante della valle (più importante di quello della mobilità). La problematica dei prossimi anni sarà sempre più la disponibilità di acqua per i vari usi, di cui quello energetico non potrà essere il prevalente (si rilegga l’art. 1 della legge federale svizzera sull’acqua). Nella gestione del territorio il tema acqua sarà centrale e strategico e dunque la conoscenza aggiornata e la gestione in continuo del bilancio idrico dei vari bacini sarà essenziale (nella Provincia di Bolzano,dal 2001, il bilancio idrico è disponibile continuativamente in tempo reale e fornisce, a tutti gli interessati, i dati dell’acqua prodotta e dell’acqua utilizzata; in Valtellina un Comune che chiede i dati UTIF si sente rispondere che non sono disponibili in quanto coperti da qualche segreto di Stato. “Acque misteriose” appunto come ben titolò il Songini) “Management integrato delle acque (concetto che deriva dalla Direttiva comunitaria e dal lavoro elaborativo  svolto dalla Convenzione europea delle Alpi) vuol dire gestione dei bacini tenendo conto dei bisogni potabili, irrigui, ambientali, ecologici, industriali, dei rilasci minimi, dei periodi di siccità, gestendo nell’interesse comune e non solo   in quello dei grandi allevatori del Far West, l’acqua che è la più preziosa delle risorse della Valtellina. Per questo  la gestione diretta da parte della Provincia, sia pure nell’ambito dei quadri di riferimento generali della Regione, è essenziale.<br />
Guardiamo pure al bicchiere mezzo pieno, come è proprio delle persone iscritte al partito degli uomini di buona volontà, ma senza farci prendere in giro. Perciò:<br />
-	L’aumento dei sovracanoni è una cosa buona, ma sia chiaro che, tenendo conto degli interessi in gioco, rimane nelle categorie delle piccole elemosine. Perciò bisogna continuare a battersi per aumentarli, senza farsi imbrogliare dalla futura, eventuale, incerta partecipazione, che è un’altra faccenda. Quando in una società per azioni un socio fornisce dei servizi speciali o subisce un danno particolare, si fa retribuire per i servizi speciali o reintegrare per il danno subito, a prescindere dal fatto che, partecipi anche al capitale ed abbia titolo all’eventuale dividendo. I canoni e sovracanoni non possono essere barattati con la partecipazione (per di più futura, aleatoria e di incerta determinazione), perché sono un ristoro per la pervasività ambientale con la quale l’industria idroelettrica grava sul territorio e lo impoverisce.<br />
-	L’introduzione del principio di possibile partecipazione delle Province è una cosa buona e rappresenta un indiscutibile passo in avanti. Ma come organizzarlo, come riempirlo, come fare in modo che sia una vera partecipazione e non una presa in giro, è una partita tutta ancora da giocare.<br />
-	L’accordo di moratoria è stato una cosa ottima e il PTCP e connesso Bilancio idrico della Provincia di Sondrio, sono strumenti preziosi. Ma le ragioni per cui la regione si rifiuta di consolidare questo sviluppo con la sua firma resta incomprensibile ed inaccettabile. E quindi bisogna impegnarsi al massimo per superare questo enigmatico ed ambiguo ostacolo.<br />
-	La battaglia per l’adozione di criteri di misurazione dei vari parametri critici, della loro corretta misurazione, del loro indipendente monitoraggio, è una battaglia tutta da fare. Ed allora le persone di buona volontà e consapevoli della sua importanza decisiva facciano questa battaglia. E’ questa la trincea difesa ad oltranza dai grandi  allevatori del Far West.<br />
-	La battaglia perché la proprietà del demanio idrico passi alla Provincia che ha la, di gran lunga, più alta produzione idrica d’Italia e della Lombardia, e che ha il più elevato coefficiente di sfruttamento idroelettrico di tutto l’arco alpino (oltre 90%), è la madre di tutte le battaglie e tutta la Valtellina responsabile, al di là di appartenenze politiche, dovrebbe ricompattarsi dietro a questa bandiera.<br />
(e)	Collegamenti tra regime delle acque e popolazione<br />
Io mi guarderei bene dal sparare critiche o giudizi su una popolazione in generale, oltre tutto di una zona che mi ospita da oltre quarant’anni e che mi ha dato tante gioie e soddisfazione e qualche amicizia. Io sono un osservatore di fatti, un analista economico ed uno specialista dello sviluppo locale. E dunque parlo criticamente di fatti. Anni fa dissi che i soldi dei mondiali erano stati troppi e spesi “orribilmente”. Fui criticato, offeso ed anche, velatamente ma non troppo, minacciato per questa dichiarazione. Adesso anche i ciechi vedono che quell’analisi, basata su una valutazione impersonale ed oggettiva dei fatti e su uno studio accurato delle carte era corretta. L’irreversibile ferita alle qualità paesaggistiche ed ambientali proprie di Santa Caterina, uno dei più orrendi omicidi o suicidi delle Alpi (nonostante i meritevoli sforzi oggi in atto di tamponare la ferita) nasce da lì. Persino questo orrendo muraccio con il quale Bormio ha nascosto e canalizzato il Frodolfo nasce da lì; la cementificazione selvaggia di Valdisotto, Bormio. Valdidentro nasce da lì. Ma soprattutto da lì e dagli altri denari facili della legge Valtellina nasce la sensazione dominante che chi amministra veramente sono quattro o cinque costruttori e alcuni ristoratori, che la legge non esiste più con l’eccezione della legge della giungla. Si sono andate così perdendo e disperdendo le qualità più preziose della popolazione, della sua storia, della sua antica civiltà. Ma la mia speranza è che esse non siano perse ma si siano solo inabissate come un fiume carsico e che, prima o poi, ritorneranno in superficie.<br />
Oggi il PTCP e il Bilancio idrico della Provincia di Sondrio hanno recepito in pieno il fatto che ì valori paesaggistici, ambientali, ecologici non sono un accessorio ma sono un fattore principale del nuovo tipo di sviluppo sociale ed economico, come hanno capito Courmayeur, Lech e tante altre località austriache e tanti luoghi del Trentino Alto Adige. Il PTCP della Provincia di Sondrio è in linea con le principali e migliori tendenze e rappresenta una intelligente applicazione dell’art. 9 della Costituzione Repubblicana: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ma questi valori non sembrano entrati nella testa e nel cuore della maggioranza della popolazione valtellinese. O forse sono fuoriusciti, perché una volta erano presenti. Basta vedere l’eleganza di certe frazioni di montagna, la meraviglia di certe chiesette rustiche affrescate (come la chiesetta della SS Trinità di Teregua), la sapienza costruttiva ed estetica di certe baite di montagna; basta leggere certe disposizioni degli antichi statuti, per rendersene conto. Basta confrontare tutto ciò con l’orripilante muraccio tirato su a Bormio per nascondere il Frodolfo, con l’obiettivo  non dichiarato di far diventare abitabili golene naturali del fiume . Sono sicuro che gli amministratori del Comune che hanno realizzato questo scempio, anche idraulicamente insensato come mi ha illustrato un ingegnere idraulico, conoscitore della zona da me consultato, potranno dimostrare che tutta la pratica è perfettamente a posto con le necessarie autorizzazioni e si trincereranno dietro i pareri tecnici. Anche a Como è successa la stessa cosa. Il muraccio che nascondeva il lago a chi passeggiava sul lungo lago aveva tutti i pareri tecnici necessari e serviva a contenere le acque del lago (che poi sono le stesse del Frodolfo, dello Zebrù, dell’Uzza, dell’Adda). Ma la popolazione si è ribellata e lo ha fatto giustamente abbattere, perché mentre i tecnici devono pensare solo agli aspetti tecnici, un sindaco e una giunta devono pensare anche a tanti altri aspetti, compresi quelli ambientali e paesaggistici come recita il PCTP provinciale: “Ci deve essere una diversa soluzione, trovatela”, hanno detto i cittadini di Como ai loro amministratori. Le due situazioni sono identiche. L’unica differenza è che a Como la popolazione ha reagito in difesa del suo lago, mentre la popolazione di Bormio non ha reagito per il suo fiume. Forse è così mal ridotto che non lo sente più neppure come suo. Allora io ho una proposta definitiva e risolutiva da proporre. Si abbia il coraggio di fare quello che i milanesi fecero negli anni venti del secolo scorso con i Navigli. Li coprirono. Coprite il Frodolfo e se farete la copertura con l’applicazione delle migliori tecniche ingegneristiche potrete costruirci su un paio di condomini all’inizio ed alla fine del tratto coperto e tra i due metterci una bella pista di Kokart. Almeno avremo la soddisfazione di vedere rimosso quel ponte orripilante adatto alla periferia di San Francisco. Questo muraccio è una vergogna indelebile per Bormio e lo declassa definitivamente tra le città di montagna di categoria bassa. E l’alibi delle regioni tecniche è semplicemente risibile. Ecco se dovessi sintetizzare il mio sentimento verso i comportamenti di tanti valtellinesi, direi che tre sono i mali principali: non amano il loro territorio; sono rassegnati con un atteggiamento che ho visto così dominante solo in certe zone del Mezzogiorno; sono succubi degli interessi della rendita immobiliare e dei costruttori.<br />
Ricominciare dai temi dell’acqua può essere un buon inizio. Ma dubito, almeno per l’Alta Valtellina, che si riesca a riprendere un sentiero di serio e sostenibile sviluppo, senza un intervento forte della magistratura che qui, come in tante parti d’Italia, è l’ultima speranza. La grande sfida è rientrare, in qualche modo, nella legalità propria di uno stato di diritto. E questo non può avvenire né con le prediche, né con le analisi, ma solo con la magistratura che è stata così a lungo colpevolmente assente nella Valle. Almeno sino a poco tempo fa.</p>
<p>Bormio, 20 agosto 2010</p>
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		<title>Acqua, paesaggio, governance del territorio</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 14:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Luisa Bonesio L’IMPATTO PAESAGGISTICO DEL PRELIEVO DELLE ACQUE IN PROVINCIA DI SONDRIO 1. Posizione metodologica della questione 1.1 Per affrontare il problema del prelievo delle acque nella Provincia di Sondrio e valutare opportunità o inopportunità di ulteriori concessioni, è necessario delineare preliminarmente un quadro di riferimenti concettuali, oggi largamente condivisi a livello mondiale, in cui [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=172&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Luisa Bonesio</strong></p>
<p><strong>L’IMPATTO PAESAGGISTICO DEL PRELIEVO DELLE ACQUE IN PROVINCIA DI SONDRIO</strong></p>
<p><strong><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/dsc_0050.jpg"><img class="alignright size-large wp-image-188" title="Giancarla Frare, Il Monte Analogo, 2008" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/dsc_0050.jpg?w=1024&#038;h=721" alt="" width="1024" height="721" /></a><br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1. Posizione metodologica della questione </strong></p>
<p>1.1 Per affrontare il problema del prelievo delle acque nella Provincia di Sondrio e valutare opportunità o inopportunità di ulteriori concessioni, è necessario delineare preliminarmente un quadro di riferimenti concettuali, oggi largamente condivisi a livello mondiale, in cui contestualizzare la questione Anche il caso specifico in oggetto, infatti, non è che una fattispecie di una questione globale, la cui urgenza ineludibile impone di non fare ricorso solo ad analisi – peraltro indispensabili – condotte in termini <em>quantitativi</em> e <em>astratti </em>da contesti di riferimento più ampi, ma di rendersi consapevoli dell’inserimento di questa problematica in un orizzonte più ampio, tanto a livello dei nessi oggettivi e sistemici che rimandano a una complessa pluralità di elementi, quanto a livello dei significati culturali, identitari e immateriali, e da ultimo a livello delle ricadute in una serie di altri ambiti, di rilevanza economica, comunitaria e comunicativa (turismo).<span id="more-172"></span></p>
<p>L’acquisizione di consapevolezza più drammaticamente significativa dell’ultimo scorcio di secolo è stata certamente quella relativa alla finitezza delle risorse naturali. Seppur tardivamente e con discontinue ricadute sui comportamenti sociali e soprattutto a livello delle politiche economiche, “i limiti dello sviluppo”, già individuati nel dossier del Club di Roma nel 1972<a href="#_ftn1">[1]</a>, sono diventati l’orizzonte oggettivo di ogni scelta economica e di stili di vita: la natura non può più essere ritenuta un inesauribile deposito di risorse e di occasioni, liberamente e arbitrariamente sfruttabili, consumabili e manipolabili, se la stessa sopravvivenza della specie umana non vuole essere messa a rischio. L’acquisizione di questo orizzonte di limiti oggettivi ha indotto (certamente ancora insufficienti) volte a contenere la dilapidazione delle risorse, a privilegiare la rinnovabilità e la rigenerabilità, a perseguire la riduzione dell’impronta ecologica e degli impatti ambientali, anche a fronte delle pesantissime ricadute sulla salute pubblica e sul benessere dei cittadini. Tuttavia la combinazione esponenziale di fattori congiunti (crescita dei consumi mondiali, stili di vita consumistici, rarefazione delle risorse, cambiamenti climatici indotti dal dissennato impiego di sostanze inquinanti e climalteranti, ecc.) e di collasso dei quadri di riferimento culturali, ideologici ed etici tradizionali, che si manifesta in ogni dove del mondo globalizzato, ha fatto sì che si acuisse anche l’urgenza di porre riparo, in modi efficaci e lungimiranti, a molti dei guasti prodotti all’<em>ambiente</em>, elemento globale senza del quale nessuna vita sarebbe possibile, e alle sue specifiche configurazioni – storiche, culturali, geografiche e identitarie –, i luoghi nella propria irripetibile singolarità di <em>paesaggio</em>.</p>
<p>Ne sono scaturiti importanti fenomeni di messa in pratica di consapevolezza territoriale e ambientale, espressi attraverso 1) orientamenti progettuali, urbanistici, economici – la “Scuola Territorialista” in ambito architettonico-urbanistico (Magnaghi, Poli, Paba, Giusti, Ferraresi, Tarozzi, Gambino, ecc.); 2) i movimenti di decrescita e convivialità in ambito economico e sociale (Latouche, Pallante, Illich, Shiva, ecc.); 3) la c.d. “economia della natura” (Immler, Bevilacqua), la “razionalità ecologica” ecc. –, che in forme associative volte ad agire in vari ambiti di questo orizzonte (consumi equi e solidali, gruppi di acquisto, accorciamento delle filiere, valorizzazione dei patrimoni locali e monumentali, gruppi ecologici, volontariato, associazione per la difesa dei beni comuni, osservatori del paesaggio, ecomusei e musei del territorio, ecc.) realizzate in modo ampio e capillare con iniziative “dal basso”, in grado di diventare interlocutrici attive e importanti di enti, istituzioni, amministrazioni. Non è possibile sottovalutare l’importanza di questa messa in opera di consapevolezza, anche perché è sempre più in grado di far sentire la propria voce anche nell’ambito della condivisione delle decisioni – che concernono i luoghi dell’abitare, le politiche di tutela e i progetti locali, la difesa delle specificità locali, l’affermazione del diritto-responsabilità alla qualità ambientale, sanitaria, estetica del territorio, alla sua coerenza identitaria e paesaggistica, la fruizione e la qualificazione dei servizi e dell’offerta culturale – soprattutto in ordine alle questioni, che ci concernono più direttamente, dell’uso dei beni comuni (come l’acqua e le risorse naturali) e del diritto al paesaggio.</p>
<p>1.2. Alla base dei fenomeni sommariamente richiamati sta un fondamentale mutamento di paradigma, risultato dalla convergenza di approcci di pensiero anche diversi, oltre che da evidenze allarmanti. Non si tratta solo di considerare in modo più accorto e assennato le risorse naturali, mantenendo la presunzione di poterle usare in una logica esclusivamente e autoreferenzialmente economicistica, senza comprenderne la logica profonda, da cui scaturiscono tutti quegli effetti negativi e le controfinalità che oggi possiamo solo cominciare a misurare in tutta la loro devastante strapotenza. “Tutti i problemi ecologici delle società industriali sono i risultati del nostro comportamento economico. Il consumo delle risorse naturali, la grande quantità di rifiuti, la trasformazione e lo sconvolgimento degli ecosistemi, la determinazione dei processi ambientali globali quali il mutamento del clima, la desertificazione del suolo o la diminuzione delle specie e infine il possibile rischio della scomparsa del genere umano sulla terra sono tutti fenomeni da imputare a due sfere economiche presenti nel comportamento degli uomini: la produzione e il consumo di beni e qualità. […] Fino a questo momento la natura è stata più o meno assoggettata all’economia e a questa abbandonata. Adesso invece è necessario dedurre il comportamento economico dall’ordine della natura. […] Dobbiamo piuttosto chiederci quale economia occorre alla natura. Solo in quel momento essa ci offrirà durevolmente i propri prodotti”<a href="#_ftn2">[2]</a>. A questa citazione se ne potrebbero aggiungere innumerevoli altre, di autori diversi, appartenenti a vari ambiti disciplinari, ma riteniamo che sia, al giorno d’oggi, scientificamente superfluo.</p>
<p>Quello che appare rilevante, dal nostro punto di vista, è l’inquadramento metodologico che questo tipo di approccio fornisce alla questione delle acque in Provincia di Sondrio: non è in alcun modo plausibile, desiderabile e perfino possibile che una risorsa così vitale come l’acqua subisca ulteriori captazioni, aggravando ulteriormente la situazione esistente, una volta che si sia tornati ad essere consapevoli che la campagna di saccheggio condotta da più di un secolo non è rivolta contro una terra straniera o una natura astratta e lontana, ma contro i presupposti stessi della nostra vita: conduciamo una guerra estremamente efficace contro la nostra stessa natura – i nostri contesti di vita, gli spazi in cui vivono altre creature, i paesaggi naturali  –, contro la nostra casa – l’<em>oikos</em>, lo spazio dell’abitare che sarà tramandato alle generazioni future – e contro noi stessi. Occorre insomma pensare e investire nella conservazione, riproduzione e incremento delle risorse residue anziché del loro consumo; occorre posizionarsi sull’idea che l’acqua, come l’intero mondo fisico, non sia semplice materia prima, capitale morto acquistabile sul mercato, una <em>res nullius</em>, ma un bene che diventa sempre più scarso e prezioso, un bene che consegna agli abitanti e a tutti gli uomini e le donne una titolarità di diritti che non erano più consapevoli di possedere.</p>
<p>In particolare, l’acqua consumata nell’industria e nella produzione di energia elettrica, anche garantiti i deflussi minimi vitali, provoca danni molto gravi all’ecosfera da cui dipendiamo in modo primario per la nostra vitalità biologica o comunque la semplice funzionalità della natura viene intaccata proprio là dove si manifesta in ambienti sensibili, difficili, fino a danneggiare eccessivamente i loro cicli di vita e la ricchezza della biodiversità che ne dipende. Un comportamento palesemente incauto e irrazionale che contrasta con la logica razionale dei calcoli dell’economia industriale: “Appare incomprensibile che per le apparecchiature e gli strumenti che si appropriano delle ricchezze naturali ci siano esatti calcoli economici, mentre le qualità che sono state prese di mira da queste attrezzature sono abbandonate a un intervento cieco ed eccessivo”<a href="#_ftn3">[3]</a>. Nel campo del prelievo idrico il limite è già stato da tempo raggiunto e ogni appropriazione ulteriore non comporterebbe che una perdita e un danno; l’abuso – ossia il consumo di grandi quantità di materiali e risorse messo in atto dalla società industriale basata sulla crescita senza limiti non ha tenuto sufficientemente conto delle sostanze e delle risorse impiegate, comportandosi di fatto come distruttore delle possibilità di vita – deve al più presto diventare uso responsabile, accorto e previdente, rivolto alla produzione di un ambiente che possa ancora garantire una vita biologica soddisfacente per tutti gli esseri che vi vivono, e in particolare un’esistenza ricca di significato e di bellezza per gli abitanti e i fruitori umani. Se a nessun essere umano dotato di ragione, verrebbe in mente di distruggere o compromettere l’abitazione in cui vive, tanto più se è l’unica di cui dispone, allo scopo di conseguire maggiori guadagni, così come appare del tutto ovvio che la qualità della vita di un organismo umano dipende da una sistemazione buona, bella e salutare, va considerato come per ciascuno e per le comunità cali drasticamente l’utile della natura privatizzata se cala la qualità della natura comune: è vano anche a medio termine volere preservare attraverso misure particolari di protezione piccole oasi private, o persino aree protette pubbliche, se l’insieme della natura di un territorio o sue parti molto rilevanti sono alterate o compromesse.</p>
<p><strong>2 Acqua, territorio, etica dei beni comuni</strong></p>
<p>2.1 Anche in questo caso specifico è necessario adottare il punto di vista dell’etica e della precauzione, anche a partire dall’esperienza globale che le società che hanno danneggiato gli equilibri naturali si trovano ad affrontare problemi di difficile soluzione e la crescita esponenziale di danni esistenziali, ambientali, biologici, economici e culturali di immani proporzioni, dal momento che l’intervento dilapidatorio sulla natura non provoca solo fenomeni di penuria, ma più sostanzialmente il mutamento stesso degli ecosistemi, che finiscono con il diventare sempre più ostili alla vita umana. Inoltre, il prelievo distruttore o compromettente delle risorse non può assicurare durevolezza alle imprese, né credibilità etica agli obiettivi, né consenso civile e politico: solo un sistema economico che lavora e pensa insieme alla natura, e non <em>contro</em>, ha la possibilità di sopravvivere. Natura come nostra unica casa, <em>oikos</em> cui coapparteniamo, e dunque economia come custodia responsabile delle fonti produttive, del patrimonio comune e degli ecosistemi terrestri – i quali peraltro si danno al nostro governo anche sempre nella forma specificamente localizzata, geograficamente determinata e culturalmente significativa, dunque come paesaggi territorializzati.</p>
<p>Inoltre occorre tenere in considerazione l’interconnessione sistemica che rende possibile il funzionamento e la riproduzione armoniosa di un contesto ambientale, senza presumere invece che un intervento limitato a una zona, anche non particolarmente estesa e di non valutabile pregio ambientale (secondo le classificazioni in uso), non si ripercuota a tutto l’insieme dell’ambito naturale: il territorio non è una dimensione morta e astratta, come quella rappresentata nelle cartografie, ma una realtà vivente e in divenire, che richiede di tenere attentamente presenti le sue caratteristiche reali e molteplici, di flora, fauna, geologia, clima non meno che quelle relative alle tradizioni, e agli usi storici. Oggi queste semplici assunzioni, in realtà disattese frequentemente nelle scelte e nelle decisioni, trovano riconoscimento formale in molte “carte del territorio”: si tratta di riconoscere che i luoghi in cui si vive sono fatti di geografia e di storia, parlano un linguaggio sofisticato e stratificato, in assenza della cui comprensione sarà sempre più difficile realizzare un rapporto soddisfacente con l’ambiente naturale e favorire buone pratiche civili, culturali, etiche, sociali ed economiche e impedire che, nel giro di pochi chilometri, possano convivere logiche cementificatrici, dissipatrici e deculturanti con relittuali brani di natura precariamente sopravvivente, paesaggi culturali irripetibili e scelte virtuose.</p>
<p>Così, a livello di opinione degli esperti e degli studiosi, come a quello dell’opinione pubblica maggiormente consapevole, va  affermandosi l’idea che lo sviluppo non coincida tanto con il semplice aumento del PIL, ma con la produzione di benessere inteso come “ben vivere”, con la produzione di “qualità ambientale”, di “buoni luoghi”. Queste ragioni non sono più identificabili sul metro dell’ecologismo del passato, di fronte a rischi ed esigenze sociali diverse, che insorgono dalla speranza di poter vivere in un rapporto nuovo e collaborativo con la natura e il mondo che ci circondano e cui apparteniamo. Si tratta di un complesso di attese, richieste, diritti, responsabilità che può influire significativamente nel ripensamento dei concetti e delle pratiche della tutela e conservazione ambientale e patrimoniale, a partire dalla metamorfosi che il concetto di conservazione sta conoscendo nei nostri anni: non come pratica limitata e riservata a brani o oggetti eccezionali, ma principio di orientamento all’azione esteso all’insieme del territorio e alla sua qualità complessiva. La conservazione lungimirante non è più da intendersi come vincolo e alternativa al progetto, ma come luogo elettivo dell’innovazione, mentre l’attenzione si focalizza non tanto su elementi singoli, bensì sulle relazioni, sui sistemi, sulle reti, sui paesaggi e sui paesi, in cui la posta in gioco non è più “salvare il salvabile”, la sopravvivenza di qualche brano di paesaggio, di porzioni di patrimonio culturale (Parchi, Sic, zps, riserve, vincoli, ecc.), bensì la qualità complessiva del territorio. La qualità complessiva del territorio si trova espressa  nella sua identità paesaggistica, che, alla luce della Convenzione Europea del paesaggio, deve essere riconosciuta giuridicamente nella sua inscindibile totalità, indipendentemente dal valore che le viene attribuito (eccezionalità, ordinarietà, non-interesse, ecc.).</p>
<p>2.2 Nel caso specifico dell’acqua e del paesaggio, essi rientrano nel novero dei <em>beni-sistema</em>, più che dei beni singoli: ognuno di essi è condizione dell’esistenza degli altri, e il valore ultimo è quello della totalità integrata del tutto; il che significa che non è possibile compiere astrazioni funzionalistiche e meramente calcolatorie quando si decide di usare un bene naturale, come se fosse possibile non estendere a rete le ricadute conseguenti a quell’azione. Non è più possibile astrarre un singolo bene e renderlo oggetto di calcoli immediatamente economici (costi, benefici, compensazioni, ecc.), e la indivisibilità della natura apre l’ambito, che oggi comincia a essere elaborato, dei diritti relativi all’interesse generale; così come, d’altra parte, la scoperta della finitezza delle risorse naturali – soprattutto di quelle primarie, aria e acqua – muta l’orientamento delle nostre azioni di appropriazione: “L’idea della deperibilità irreversibile dei beni naturali sempre più apertamente confligge con il loro uso privatistico. Se una risorsa si esaurisce, o un bene scompare dalla faccia della terra, il diritto dei singoli a consumarli si pone sempre più apertamente in contrasto non solo con i diritti collettivi, ma con gli stessi diritti dell’esistenza collettiva. Sempre meno si può essere proprietari esclusivi di qualcosa che la scarsità e la finitezza rendono sempre più acutamente patrimonio generale”<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>La responsabilità nell’uso delle risorse e di beni limitati o a rischio (per esempio a causa di possibili mutamenti climatici) è indubbiamente un obbligo che non si era configurato in passato, ma che oggi è urgente e ineludibile, e sta prefigurando la nascita di nuovi diritti e di nuove responsabilità nei confronti della dimensione del <em>bene comune</em>.</p>
<p>L’acqua (come insieme dei corpi idrici partecipanti al ciclo dell’acqua) è forse il più emblematico e universalmente riconosciuto bene comune, in virtù dell’essenzialità ed insostituibilità per la vita, individuale e collettiva, indipendentemente dalla variabilità dei sistemi sociali, nel tempo e nello spazio, e risponde a necessità e diritti che riguardano le condizioni di vita di tutti gli esseri, dunque l’avvenire dell’umanità e del pianeta, anche se, in prima istanza, la sua disponibilità e integrità concerne l’ambito locale. Per questi motivi basilari, il <em>Manifesto dell’acqua</em>, a cura del Comitato internazionale per il contratto Mondiale sull’Acqua, sostiene: “In quanto fonte di vita insostituibile per l’ecosistema, l’acqua è un bene vitale che appartiene a tutti gli abitanti della Terra in comune. A nessuno, individualmente o come gruppo, è concesso il diritto di appropriarsene a titolo di proprietà privata. L’acqua è patrimonio dell’umanità […]. È compito delle generazioni attuali usare, valorizzare, proteggere e conservare le risorse d’acqua in modo tale che le generazioni future possano godere della stessa libertà di azione e di scelta che per noi stessi oggi auspichiamo [...]. I cittadini devono essere al centro del processo decisionale. La gestione dell’acqua integrata e sostenibile appartiene alla sfera della democrazia. Non è affare delle competenze e del <em>know-how</em> dei tecnici, degli ingegneri, dei banchieri. Gli utenti possono e devono giocare un ruolo chiave mediante scelte e modi di vita più ragionevoli, equi e responsabili necessari per assicurare la sostenibilità ambientale, economica e sociale. […] Questo è il motivo per cui crediamo che sia urgente ed essenziale (ri)valorizzare le pratiche tradizionali locali di gestione dell’acqua. Un’importante eredità di conoscenze, competenze e pratiche della comunità, molto efficienti e sostenibili, è stata dilapidata e persa. C’è il rischio che venga ulteriormente distrutta negli anni futuri”<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p>Se l’acqua è il rappresentante emblematico dei beni comuni e delle problematiche giuridiche e politiche ad essi connessi, portati avanti da un elevato e rappresentativo numero di associazioni locali e internazionali, le considerazioni di principio riportate a proposito dell’acqua oggi sono estese anche alla dimensione concreta e sociale in cui si configura, in modalità ogni volta specifiche e singolari: il <em>territorio</em>. Riferirsi al tema dei beni comuni comporta riconoscere alle popolazioni locali il diritto di definire le proprie forme d’uso dei corsi d’acqua, di decidere consapevolmente delle proprie risorse, di considerare il luogo dell’abitare non solo uno spazio dove sono allocati servizi, merci e persone, ma come luogo insostituibile e unico, da difendere come il proprio inalienabile bene: dunque si mette l’accento sul ruolo degli abitanti in quanto principali garanti della sostenibilità delle scelte e protagonisti del modello comunitario del luogo. Questo percorso di riappropriazione, da parte degli abitanti, dei propri territori passa, per esempio,  per la riscoperta dei giacimenti patrimoniali, ambientali, paesistici e culturali abbandonati o lesi dall’industrializzazione, sviluppando uno sguardo di nuova consapevolezza sulle risorse e i valori dei luoghi e delle loro identità (per esempio, sono rilevanti, per le nostre considerazioni, i percorsi di crescita della coscienza ambientale relativi ai corsi d’acqua come beni comuni di cui riappropriarsi: si pensi ai “contratti di fiume” in Italia, o ai <em>contrats de rivière</em> in Francia e Belgio, ma soprattutto all’importante mobilitazione collettiva prodotta dalle azioni di sensibilizzazione e discussione dello IAPS &#8211; Intergruppo Acque in Provincia di Sondrio, relativamente al prelievo idrico).</p>
<p><strong>3. Il punto di vista del territorio: la </strong><strong>valorizzazione e salvaguardia integrata del patrimonio territoriale nel paesaggio</strong></p>
<p>3.1. In realtà oggi qualsiasi considerazione sul territorio non può che passare attraverso una preventiva riacquisizione della coscienza di “luogo”, la cui più rilevante identificazione consiste nella cura prestata al territorio da parte degli abitanti: per utilizzare una definizione efficace, “la coscienza di luogo si può in sintesi definire come <em>la consapevolezza, acquisita attraverso un percorso di trasformazione culturale degli abitanti, del valore patrimoniale dei beni comuni territoriali (materiali e relazionali), in quanto elementi essenziali per la riproduzione della vita individuale e collettiva, biologica e culturale</em>”, che si muove verso un modello di sostenibilità delle società insediate. In questa prospettiva, “il territorio, assunto come soggetto patrimoniale rispetto al quale si sviluppa la coscienza di luogo nella relazione di cura fra società insediata e il proprio ambiente di vita, richiede l’attivazione di beni relazionali e di forme comunitarie di gestione per le quali non è più sufficiente considerare il territorio stesso come un <em>bene pubblico</em> (che lo stato, le regioni e gli enti locali possono vendere per far cassa, come sta avvenendo per molti beni demaniali); occorre che sia considerato come un <em>bene comune</em>, che non può essere venduto né usucapito”<a href="#_ftn6">[6]</a>, rispetto al quale le attività di ogni attore sono conformi allo scopo comune della conservazione e della valorizzazione del patrimonio, alla tutela e valorizzazione ambientale, economica, paesaggistica in forme durevoli e sostenibili. È quanto si sta verificando nella Provincia di Sondrio (come in molte altre parti d’Italia) nella mobilitazione civica a favore della salvaguardia del patrimonio idrico, inteso come condizione basilare per la salvaguardia e valorizzazione di ogni altra espressione ambientale e paesaggistica, superando l’angustia e il riduttivismo di visioni economicistiche o privatistiche, e mettendo al centro di una <em>governance</em> del territorio fattori relativi alla qualità territoriale, ambientale, identitaria dei luoghi, percepiti e affermati non come contenitori inerti di risorse prelevabili e consumabili in un’ottica esclusivamente produttivistica o consumistica, ma in quanto luoghi di significato, identificazione, appartenenza delle comunità, che devono essere pensati e trattati nella loro ineludibile e caratteristica complessività di aspetti, soprattutto in virtù di quella loro natura, riconosciuta alla tipologia territoriale alpina dalla Convenzione delle Alpi, di <em>paesaggi unici.</em></p>
<p>Passare alla considerazione della dimensione e della configurazione specificamente territoriale della questione dell’uso delle acque (come di ogni altro bene o patrimonio naturale) appare dunque fondamentale, anche per “incarnare” in luoghi geograficamente determinati e in problematiche storicamente specifiche una questione che altrimenti potrebbe rischiare l’astratta nobiltà di principi indiscutibilmente universali, oltre che per delineare un orizzonte di riflessione e di <em>governance</em> che oggi ha assunto un peso inedito e strategico nelle politiche territoriali: il paesaggio.</p>
<p>Per compiere questi passi, occorre rifarsi alle nuove concettualizzazioni di “territorio”, che costituiscono il terreno comune delle riflessioni e delle pratiche urbanistiche, progettuali e di <em>governance</em>, anche in Italia. Innanzitutto il territorio è inteso come l’insieme di fattori ambientali, di culture locali, sociali, di pratiche, saperi, economie, simbolicità, usi, che definiscono l’identità di un luogo e dei suoi giacimenti patrimoniali: dunque non come mera estensione spaziale o dimensione amministrativo-pianificatoria, oggetto di consumazione e di supporto inerte alle attività economiche, bensì “come soggetto complesso che costituisce la base primaria della produzione di ricchezza durevole, grazie alla messa in valore delle peculiarità identitarie e delle risorse patrimoniali che caratterizzano un luogo”. È a partire da questa definizione che diventa possibile dichiarare il territorio “bene comune” essenziale al benessere delle comunità ivi insediate: “Territorio non è dunque soltanto il suolo o la società ivi insediata, ma il patrimonio (fisico, sociale, culturale) costruito nel lungo periodo, valore aggiunto collettivo che troppo spesso viene distrutto in nome di un astratto e assai di frequente illusorio sviluppo economico di breve periodo. Mettere al centro il bene comune “territorio” consente di perseguire la dimensione qualitativa, non soltanto quantitativa, dei singoli beni che lo sostanziano: acqua, suolo, città, infrastrutture, paesaggi, campagna, foreste, spazi pubblici e così via. L’insieme di questi beni comuni, con la loro specifica identità, dovrebbe costituire il nucleo fondativo, collettivamente riconosciuto, dello ‘statuto’ di ciascun luogo e del diritto dei cittadini rispetto ai beni che lo costituiscono”<a href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p>È quanto si può leggere anche nel recentissimo <em>Statuto comunitario per la “Valtellina”, </em>in cui si sottolinea l’imprescindibilità di una considerazione unitaria e integrata che miri all’equilibrio “fra gli ambiti sommitali delle montagne, i versanti segnati dai terrazzamenti, i fondivalle alluvionali ed il cospicuo, qualificato e diffuso patrimonio di beni culturali civili e religiosi”, dove questa considerazione è immediatamente e oltremodo significativamente legata al tema dell’acqua e dei suoi usi, in relazione alle condizioni oggettive di mantenimento della stabilità del territorio, in cui una montagna ulteriormente disseccata delle sue risorse idriche sarebbe una montagna ancora più a rischio, instabile ed esposta a vari rischi: “La  Comunità ritiene che la gestione integrata ad uso multiplo dell’acqua sia prioritaria […]. I territori della Comunità sono storicamente soggetti ad instabilità idrogeologica e la percezione del rischio territoriale è elevata. La Comunità ritiene che attività che aumentino tali rischi debbano essere limitate per evitare costi collettivi, mentre debbano crescere le iniziative di messa in sicurezza e prevenzione, anche sostenendo attività private, ad esempio agro-silvo-pastorali, che contribuiscono oggettivamente a tale scopo. I ghiacciai e la criosfera, da tempo in arretramento, devono assumere priorità nelle strategie di gestione del territorio”<a href="#_ftn8">[8]</a>.</p>
<p>3.2 L’ottica quantitativa – i cui dati sono noti e commentati dagli altri autori di questo rapporto – si rivela insufficiente e metodologicamente inadeguata alla trattazione della questione del prelievo idrico, nella misura in cui essa non tiene conto, all’interno della propria specificità settoriale, di altre e rilevanti dimensioni che danno senso e intelligibilità al problema. In altri termini, l’ottica esclusiva del calcolo economico, anche nel caso in cui siano previste compensazioni al danno o al sacrificio ambientale, non è sufficiente a restituire l’effettiva profondità della questione, bensì costituisce una nociva astrazione dell’unico punto di vista della produzione-consumo di energia.</p>
<p>Se si guardano, a titolo di esempio significativo per la tipologia di territorio cui si riferiscono, i documenti e i protocolli di attuazione della CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi), troviamo tra gli obiettivi “generali”, ossia quelli che le parti contraenti si impegnano ad attuare, l’“armonizzazione [del]l’uso del territorio con le esigenze e gli obiettivi ecologici” e la “gestione delle risorse in modo misurato e compatibile con l’ambiente”, insieme a “misure volte alla protezione della natura e del paesaggio”, così come, nel Protocollo <em>Protezione Natura e Tutela Paesaggio</em>, tra gli impegni fondamentali che le Parti si impegnano a rispettare, “cooperare al fine dell’interconnessione a rete dei biotipi, della definizione di modelli, programmi e/o piani paesaggistici, la prevenzione ed il riequilibrio di compromissioni della natura e del paesaggio”<a href="#_ftn9">[9]</a>. A questo punto fa eco l’Obiettivo generale del Protocollo, <em>Difesa del suolo</em>: “Primo obiettivo del trattato è quello di garantire e mantenere nel lungo periodo, in senso quantitativo e qualitativo, le funzioni ecologiche del suolo come parte essenziale dell’equilibrio naturale e promuovere il ripristino dei suoli compromessi”<a href="#_ftn10">[10]</a>; ed ancor più significativamente l’Obiettivo del Protocollo attuativo <em>Energia</em> (1998): “Obiettivo del Protocollo è quello di creare condizioni quadro e di assumere concrete misure in materia di risparmio energetico, produzione, trasporto, distribuzione ed utilizzo dell’energia nell’ambito territoriale di applicazione della Convenzione atte a realizzare una situazione energetica di sviluppo sostenibile, <em>compatibile con i limiti specifici di tolleranza del territorio alpino</em>, al fine di contribuire alla protezione della popolazione e dell’ambiente, alla salvaguardia delle risorse e del clima”. Tra le relative “Misure specifiche” troviamo: “<em>Assicurare, per quanto riguarda l’energia idroelettrica, la funzionalità ecologica dei corsi d’acqua e l’integrità paesaggistica</em>”; e “perseguire la razionalizzazione e l’ottimizzazione di tutte le infrastrutture esistenti in relazione ai trasporti e alla distribuzione di energia”.</p>
<p>Quello che risalta dai testi dei Protocolli della CIPRA, oltre che dal <em>Programma di lavoro pluriennale della Conferenza delle Alpi 2005-2010</em>, è l’adozione di un “approccio integrato includente la dimensione ecologica, economica e sociale”, sulla base del riconoscimento dell’“interdipendenza delle differenti dimensioni di sviluppo […] particolarmente evidente in territori che, come le Alpi, sono fortemente influenzati dall’attività umana (‘paesaggi culturali’)”. Dunque “la Convenzione delle Alpi richiede<em> un approccio innovativo e costruttivo onde garantire condizioni di vita e opportunità di sviluppo ottimali, in grado di conservare attivamente quanto è degno di essere conservato al variare delle condizioni generali</em>”<a href="#_ftn11">[11]</a><em>.</em></p>
<p>In tutti questi documenti, il focus è costituito dall’assunzione che un indicatore fondamentale per la sostenibilità dello sviluppo non sia costituito prioritariamente da un incremento di valore esprimibile in termini monetari o sulla base di indicatori quantitativi, quanto piuttosto dalla produzione di <em>qualità territoriale</em>, a partire da un’affermazione del <em>locale</em> sempre più forte, a seguito dell’insorgenza mondiale della dimensione identitaria, dell’esplosione della questione ambientale e dell’affermarsi di economie territorializzate. Va posta attenzione alla differenza di questo approccio, sia rispetto al tradizionale approccio ecologista, che rispetto alle definizioni tecnicistico-quantitative della sostenibilità: qui si manifesta la necessità di uno sguardo più complesso, che verifica gli indicatori ambientali rispetto alla sostenibilità sociale, culturale, geografica, economica, comunitaria.</p>
<p>Dunque, denunciare il degrado ambientale provocato dall’insufficiente volume e qualità delle acque nei fiumi e nei torrenti, significa riconoscerlo come portato di un sistematico processo di deterritorializzazione, di destrutturazione delle identità e degli usi locali assoggettati a logiche esogene ed estranee, di rottura con i contesti locali, con i loro modelli di gestione di lunga durata e i loro saperi consolidati (con la conseguente distruzione di memoria culturale e di saperi locali), di espropriazione, attraverso la costruzione di una natura ridotta e artificializzata, funzionale a interessi industriali o privati che lacerano le relazioni virtuose tra comunità insediata e contesto ambientale di vita, e dunque, in ultima analisi, distruggono il senso e l’identità delle comunità e dei luoghi sedimentati nei secoli. In altri termini, se il valore d’uso di una determinata risorsa territoriale (in questo caso l’acqua) non tiene conto del valore di esistenza del patrimonio territoriale che la genera (il contesto geografico, le sue attualizzazioni-significazioni storiche, le potenzialità di incremento che esso racchiude) e non ne aumenta il valore complessivo, curandone l’esistenza e la buona qualità, si provoca la tendenziale distruzione e compromissione del patrimonio territoriale, e dunque del valore paesaggistico dei luoghi in quanto patrimonio di lunga durata, ma anche come realtà dinamica, oggetto di nuove domande sociali (benessere individuale, turismo, ricreazione, conoscenza, ecc.).</p>
<p>Inoltre, l’altra assunzione centrale dell’approccio territorialista consiste nel riconoscere che non tutto può essere oggetto di appropriazione, consumo o trasformazione, ma che le strutture e i caratteri che definiscono l’identità di lungo periodo di un territorio o la sua espressione culturalmente più rilevante devono essere mantenuti, salvaguardati e incrementati; che ciò che può essere oggetto di processi di trasformazione sia regolato da criteri che non intaccano, ma producono un incremento di territorialità; che la trasformazione avvenga a partire da regole condivise di trasformazione nella prospettiva della tutela e valorizzazione del patrimonio comune, prevedendo la partecipazione attiva e propositiva di cittadini e associazioni interessate.</p>
<p><strong>4. Il diritto al paesaggio come qualità integrata del territorio: la Convenzione Europea del Paesaggio (CEP)</strong></p>
<p>4.1. Tuttavia il riconoscimento più importante e definitivo del diritto al territorio sotto l’aspetto della sua fruizione in quanto paesaggio si trova nel dettato della Convenzione Europea del Paesaggio, adottata nel 2000 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e sottoscritta e ratificata da tutti gli Stati, eccetto la Bielorussia<a href="#_ftn12">[12]</a>: si tratta di un fondamentale documento politico sollecitato da una proposta dei rappresentanti eletti dalle comunità locali e regionali, che ne fa una risposta politica inaggirabile a una domanda sociale corrispondente ai bisogni delle popolazioni, che considerano sempre di più la dimensione paesaggistica come fattore di importanza primaria per la qualità della vita quotidiana. Infatti il “Preambolo” esprime proprio l’esigenza delle popolazioni europee di “pervenire ad uno sviluppo sostenibile, fondato su un rapporto equilibrato ed armonioso tra i bisogni sociali, le attività economiche e l’ambiente”, nella constatazione che “il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale e costituisce una risorsa che favorisce l’attività economica e che, se adeguatamente salvaguardato, gestito e pianificato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro”.</p>
<p>Il principio posto a fondamento di tutto il dispositivo giuridico è dunque quello secondo il quale la qualità del paesaggio costituisce la garanzia dell’equilibrio indispensabile tra attività economiche e protezione dell’ambiente. È da sottolineare come la concezione del paesaggio affermata dalla <em>Convenzione</em> sia quella di “<em>componente essenziale dell’ambiente di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro patrimonio comune culturale e naturale, e fondamento della loro identità</em>”<a href="#_ftn13">[13]</a>, e che su questa base gli Stati firmatari manifestano l’intento di “soddisfare l’auspicio delle popolazioni di godere di paesaggi di qualità”, soprattutto affermando che “<em>il paesaggio implica diritti e responsabilità per ciascun individuo</em>”<a href="#_ftn14">[14]</a>. Alla proclamazione forte del diritto al paesaggio, come si è visto, si unisce la consapevolezza che il paesaggio costituisce un bene la cui qualità, sempre più ricercata, favorisce benefici economici legati alle risorse territoriali di cui è più immediata e riconoscibile espressione (si pensi al turismo, al valore aggiunto conferito ad alcune produzioni dal luogo di provenienza, ecc.).</p>
<p>Il dispositivo della Carta europea del paesaggio costituisce un’innovazione giuridica e politica di enorme portata, e corrisponde a un’importante evoluzione prodottasi nei paradigmi scientifici e negli approcci culturali relativamente alle tematiche del territorio-paesaggio negli ultimi quindici anni, di cui anche in precedenza sono stati riportati alcuni concetti significativi, primo tra i quali la concezione integrata del paesaggio come insieme unitario e complesso di aspetti inscindibili e interdipendenti, oltre che come totalità contestuale che esprime, attraverso i suoi diversi e specifici elementi, un significato culturale, estetico, identitario comune. Per riferirsi a un’espressione analogica particolarmente efficace in uso nella letteratura scientifica di riferimento, il paesaggio è identificabile nella coerente espressività di tutti gli aspetti singoli di un territorio, in quanto il concetto non designa più, in senso obsoleto ed errato, soltanto gli aspetti e i brani dell’eccezionalità, ma la totalità di un territorio, il suo carattere profondo e riconoscibile nel tempo.  Detto in maniera più esplicita: è superata la concezione secondo la quale il paesaggio diventa oggetto di tutela giuridica solo quando assume un valore particolare; il paesaggio, per contro, deve essere riconosciuto come bene giuridico indipendentemente dal valore concretamente attribuitogli “in loco”. Il paesaggio è cioè assunto come “un <em>bene immateriale</em> da riconoscere indipendentemente dai caratteri, dalla qualità, dal grado di interesse pubblico che esso è suscettibile di esprimere con riferimento alle parti di territorio che ne sono il sostrato”<a href="#_ftn15">[15]</a>, con la conseguenza che, a partire dal momento in cui uno Stato recepisce i principi della Convenzione, è tenuto a riconoscere rilevanza paesaggistica all’<em>intero</em> territorio sottoposto alla sua sovranità<a href="#_ftn16">[16]</a>.</p>
<p>4.2. Questa concezione, che sta a fondamento della visione e del programma della CEP, implica conseguenze operative, di tutela, progetto e miglioramento estese al territorio in tutti i suoi aspetti e destinazioni funzionali. Il che significa la necessità di un approccio integrato e differenziato, che armonizzi i vari elementi e le diverse attivazioni funzionali all’interno di un progetto di qualità integrale, in cui elementi naturali ed elementi antropici, della cultura materiale, delle consuetudini d’uso tradizionali, dei segni e delle testimonianze del passato, delle ritualità e delle simbolicità, come le attività produttive compatibili e di rilevanza specifica per l’identificazione dei luoghi e il senso di appartenenza delle comunità che contrassegnano un territorio determinato, siano tutti tenuti in debito conto e armonizzati all’interno di una configurazione sensata e lungimirante. Inoltre, il fatto che la  Carta rappresenti la traduzione giuridica dell’esigenza, non a caso manifestata in modo più sensibile dalle oltre 200.000 comunità locali e regionali del continente europeo, di poter affermare il diritto alla salvaguardia e valorizzazione dei propri paesaggi anche a tutela rispetto a decisioni esogene e deculturanti, appare politicamente ed eticamente significativa: “La qualità del paesaggio è infatti considerata, oltre che un’espressione più o meno consapevole del rapporto tra società e territorio, anche un nuovo obiettivo politico in grado di orientare le scelte pubbliche relative alla forma del territorio in vista del progresso, del benessere e della qualità di vita di tutti i cittadini”<a href="#_ftn17">[17]</a>.</p>
<p>Il secondo principio su cui si fonda l’edificio della Convenzione consiste nel coinvolgimento attivo e sistematico delle popolazioni interessate nei processi decisionali pubblici che le riguardano, dal momento che, come già ricordato, il paesaggio è riconosciuto come “componente essenziale dell’ambiente di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro patrimonio comune culturale e naturale, e fondamento della loro identità”. D’altra parte, va notata anche la relazione riconosciuta nella Carta europea tra l’affermazione del valore del paesaggio e il perseguimento di uno sviluppo sostenibile, che fa guardare alla qualità del paesaggio come a  “un obiettivo politico a sé stante, in grado di orientare, sulla base di rappresentazioni e valori riconosciuti e democraticamente condivisi, l’insieme delle scelte pubbliche relative all’uso del territorio”<a href="#_ftn18">[18]</a>.</p>
<p>La Convenzione muove dal riconoscimento degli effetti distruttori e omologanti dell’uniformazione culturale prodottasi a seguito dell’espansione del modello industriale, soprattutto negli ultimi cinquant’anni: se “la complessità e il carattere lasciano il posto alla banalità”, è stato constatando l’ampiezza delle perdite che progressivamente si è fatta strada la consapevolezza della necessità di “preservare le identità e le particolarità locali e regionali, tanto più che la maggior parte dei cambiamenti intervenuti nel corso degli ultimi cinquant’anni si sono rivelati fondamentalmente non sostenibili, sia sul piano sociale che dell’ambiente di vita”<a href="#_ftn19">[19]</a>.</p>
<p>Questa importante riconcettualizzazione di come vada inteso il “paesaggio” – una vera e propria svolta epocale, che mostra finalmente acquisite consapevolezze spesso ancora lontane per molti “addetti ai lavori” (per esempio il superamento della concezione estetizzante del paesaggio e della sua identificazione con gli approcci eco-scientifici e pianificatori) – consente di evadere dall’alternativa inaccettabile tra congelamento e museificazione da un lato, e dall’altro libera (il più delle volte arbitraria) iniziativa e manomissione indiscriminata del territorio, chiamando le parti in causa a una articolata responsabilità della gestione e degli interventi e finalmente riconoscendo ai singoli paesaggi l’unitarietà non scomponibile in logiche differenziate, ma tale da richiedere una concezione della necessità della visione e della gestione unitaria, e non puntiforme e irrelata, per mantenere il “senso” di un luogo e le fisionomie paesaggistiche che costituiscono la ricchezza della diversità e della sua dinamicità.</p>
<p>È evidente che, come appare impossibile arrestare la dinamica di trasformazione vitale di un territorio, altrettanto sarebbe solo sterilità ideologica o miopia programmatoria non coglierne la necessaria continuità, derivante da strategie di conservazione che si accordano anche alla temporalità lunga e tendenzialmente stabilizzante della terra e ai ritmi naturali. La “gestione” dei paesaggi, intesa come azione di miglioramento “della qualità dei paesaggi in funzione delle aspirazioni delle popolazioni”, non può andare disgiunta dalla attiva “salvaguardia”, volta a preservare il carattere e le qualità (siano essi naturali o culturali) di un determinato paesaggio, “accompagnata da misure di conservazione per mantenere gli aspetti significativi di un paesaggio”<a href="#_ftn20">[20]</a>.</p>
<p>Il processo di de‑culturazione e la progressiva scomparsa dei tratti peculiari che si esprimono innanzitutto nella qualità del paesaggio, nella cura e coerenza delle modalità abitative e costruttive, nella tutela e valorizzazione della territorialità rurale, non meno che del patrimonio insediativo e monumentale, ma anche di tutti i valori simbolici, ancestrali e religiosi che caratterizzano in modo assolutamente peculiare un territorio, è il rischio da cui la legislazione di tutela nazionale e regionale, come pure i documenti di indirizzo della Convenzione Europea del paesaggio<em>,</em> intendono mettere in guardia, riconoscendo che “ogni paesaggio rappresenta un quadro di vita per le popolazioni interessate” e che “esistono complesse interazioni tra i paesaggi urbani e quelli rurali”. Ma, soprattutto, nelle misure della Convenzione viene affermata la necessità di “integrare il paesaggio nella politica di pianificazione territoriale e urbanistica e nella politica culturale, ambientale, agricola, sociale ed economica, così come in altre politiche dagli effetti diretti o indiretti sul paesaggio”. Il paesaggio si trova al centro di una questione che non può più essere intesa come un problema settorialmente ambientale, ma è la questione (culturale, ma anche sociale, politica ed economica) dell’identità locale delle popolazioni: “Il paesaggio deve diventare un tema politico di interesse generale, poiché contribuisce in modo molto rilevante al benessere dei cittadini europei <em>che non possono più accettare di ‘subire i loro paesaggi’, quale risultato di evoluzioni tecniche ed economiche decise senza di loro. Il paesaggio è una questione che interessa tutti i cittadini e deve venire trattato in modo democratico, soprattutto a livello locale e regionale</em>”<a href="#_ftn21">[21]</a><em>.</em></p>
<p>4.3. La centralità attribuita al paesaggio nelle questioni relative alla pianificazione economica e alle strategie di valorizzazione territoriale mostra la saldatura tra il riconoscimento del paesaggio come bene immateriale e la sua possibilità di ricevere ulteriori valorizzazioni, dunque di essere incrementato come patrimonio, mediante scelte che ne aumentino il valore qualitativo (gli obiettivi di qualità paesaggistica) e ne garantiscano la durabilità, opponendosi alla dilapidazione, lesione, frammentazione nelle trasformazioni. A questo criterio di valutazione vanno sottoposte tutte le richieste di sfruttamento, appropriazione, trasformazione impoverente di risorse facenti parte del paesaggio, di cui le acque sono certamente uno degli elementi naturali costitutivamente più basilari e paesaggisticamente rilevanti. Occorre “non limitarsi a segnalare i possibili rischi e pericoli a carico del paesaggio da parte delle trasformazioni, ma anche e soprattutto di indicare le potenzialità e le opportunità da cogliere per <em>uno sviluppo fondato sul paesaggio stesso</em> e proprio per questo capace di garantirne la qualità e la durata nel tempo”<a href="#_ftn22">[22]</a>.</p>
<p>È facile comprendere che questa prospettiva, per una provincia come quella di Sondrio, si traduce quasi immediatamente in una considerazione sulla possibilità di riqualificazione e riprogettazione della propria elettiva vocazione turistica, oltre che delle produzioni agricole ed enogastronomiche di qualità, che invece da ulteriori trasformazioni dissennate dell’assetto ecologico e delle sue ricadute paesaggistiche si troverebbero ulteriormente messe a repentaglio, tanto nell’effettività delle cose, quanto a livello della propria immagine di territorio non sufficientemente attento a tutelare le proprie patrimonialità naturali e paesaggistiche (“la valtellinizzazione” o “la brianzizzazione”). Sono invece proprio queste ultime a fare oggi la differenza nella competizione sul mercato turistico di qualità, attento e interessato a preservare i luoghi e disposto a remunerarne adeguatamente il gradiente qualitativo. Ed è questo genere di turismo che i territori complessi e fragili come quelli alpini, in particolare nella provincia di Sondrio, dovrebbero cercare di attrarre mediante politiche di offerta paesaggistica particolarmente elevata e consapevole, sull’esempio della confinante Confederazione Elvetica, scoraggiando il più possibile, viceversa, le forme di turismo occasionale, puntuale, “di rapina”, dalle pesanti ricadute territoriali (a partire dal fenomeno delle seconde case).</p>
<p>La sfida della riqualificazione (e forse in parte anche riconversione) di certi modelli obsoleti e a scarso valore aggiunto, di poca o nulla sostenibilità nel lungo periodo, richiede un cospicuo affinamento dell’attenzione su ogni elemento e dimensione che, appartenendo al paesaggio, lo qualificano anche nella concreta fruizione, diventando funzionale alla sua valorizzazione sostenibile e  all’incremento della sua patrimonialità. Ridimensionando opportunamente i modelli di sviluppo turistico monocentrati (la monocultura dello sci) nel senso della più ampia diversificazione che consenta la valorizzazione di un alto numero di risorse naturali e culturali, attuando misure di ripristino ambientale e paesaggistico (totale interramento delle condotte elettriche nel territorio provinciale, eliminazione e dismissione di impianti non attivi, di residuati di vecchie strutture, eventuale valorizzazione di presenze di archeologia industriale anche tramite la creazione di appositi itinerari, reintroduzione e incremento delle colture tradizionali anche grazie ad appositi “presidii”, incentivi per la manutenzione dei terrazzamenti e dei sistemi di muratura a secco sui pendii, rinaturalizzazione delle cave ecc.) e valorizzando tutti gli aspetti del paesaggio, si aprirebbero importanti scenari di politiche civili ed economiche sostenibili  per la Provincia. In questo modo se ne comunicherebbe all’esterno un’immagine adeguata al suo straordinario potenziale di paesaggio naturale, culturale e storico a tutto campo, coerentemente con lo scopo di “recuperare e migliorare l’integrità e l’identità del paesaggio, nonché di promuovere la produttività e l’efficienza del territorio […] alla ricerca di un accordo stabile e duraturo fra lo sviluppo economico locale e la conservazione ambientale, suscettibile di determinare l’aggiornamento del paesaggio tramite innovazioni compatibili, per quanto in forme diverse rispetto al passato”<a href="#_ftn23">[23]</a>.</p>
<p>In riferimento alla gestione delle acque, in questo contesto va infine sottolineato con preoccupazione come molte delle condotte in istruttoria, e le relative prese, siano ubicate in territori di particolare significato paesaggistico, o perché in zone di elevato valore naturalistico (tanto da essere in gran parte territori appartenenti a parchi o a Sic (i versanti orobici, la Val  Masino), o caratterizzati da sopravviventi paesaggi culturali che testimoniano usi comunitari e tradizioni rurali diventati sempre più rari e precari (le Valli Grosine), meritevoli di forme di tutela molto alta e di politiche di valorizzazione delle identità locali come unica vera e duratura ricchezza delle popolazioni. Misure queste, la cui portata strategica e realmente innovativa, soprattutto nell’ambito della competizione virtuosa tra sempre più elevati livelli di qualità paesaggistica innescata e promossa attivamente dalle politiche di attuazione della Convenzione Europea del Paesaggio (segnatamente dalla RECEP – Rete europea per l’attuazione della CEP), appare primaria e ben più lungimirante, anche nel conseguimento di durature e produttive remunerazioni economiche, maggior consapevolezza e attaccamento al territorio e dunque di maggior coesione sociale rispetto al danno obiettivo – ambientale, paesaggistico, comunitario – conseguente ad eventuali azioni di ulteriore miope sfruttamento del patrimonio comune del territorio provinciale.</p>
<p>In conclusione, a conferma giuridica delle considerazioni svolte, occorre richiamare che tanto l’articolo 9, comma 2, della Costituzione Italiana (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione”), che sancisce la tutela dell’<em>intera</em> dimensione paesaggistica della nazione (dunque non solo di qualche porzione classificata in base a criteri di particolare rilevanza, pregio o eccezionalità), quanto ora, a livello non solo nazionale ma europeo, la <em>Convenzione</em><em> del Paesaggio</em>, che riconosce rilevanza e interesse paesaggistico all’intero territorio nel suo complesso<a href="#_ftn24">[24]</a> e inoltre prevede esplicitamente la consultazione della popolazione in materia di azioni che abbiano ricaduta paesaggistica<a href="#_ftn25">[25]</a>, costituiscono dispositivi ineludibili e definitivi cui ci si può in ogni momento appellare, contro atti che ne ledano i principi.</p>
<p style="text-align:right;">(<em>Parere alla V.A.S. del P.T.C.P. della Provincia di Sondrio, 2008</em>)</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Il <em>Rapporto sui limiti dello sviluppo</em>, commissionato al <a title="Massachusetts Institute of Technology" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Massachusetts_Institute_of_Technology">MIT</a> dal <a title="Club di Roma" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Club_di_Roma">Club di Roma</a>, fu pubblicato nel <a title="1972" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1972">1972</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> H. Immler, <em>Economia della natura. Produzione e consumo nell’era ecologica</em>, tr. it. di S. Bertolini, Prefazione di P. Bevilacqua, Donzelli, Roma 1996, pp. 4 e 5.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> <em>Ivi</em>, p. 72.</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> A. Bevilacqua, <em>Demetra e Clio. Uomini e ambiente nella storia</em>, Donzelli, Roma 2001, p. 94.</p>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> Il documento è stato redatto a Valencia nel 1998.</p>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> A. Magnaghi, <em>Il territorio come soggetto di sviluppo delle società locali</em>, relazione al convegno internazionale, organizzato dall’Università di Macerata, <em>Lo sviluppo in questione: le forme umane della trasformazione</em>, Falconara Marittima, 8-9 novembre 2006.</p>
<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> A. Magnaghi, <em>Documento programmatico. Governo locale e democrazia partecipativa.</em></p>
<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> A. Quadrio Curzio e G. Merzoni (a cura di), <em>Lo Statuto Comunitario per la “Valtellina”. Un progetto della </em>sussidiarietà, Angeli, Milano 2008, p. 141.</p>
<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> CIPRA, Protocollo <em>Protezione Natura e Tutela Paesaggio</em> (1994), “Obiettivi”, punto b.</p>
<p><a href="#_ftnref10">[10]</a> CIPRA, Protocollo <em>Difesa Suolo</em> (1998), “Obiettivo generale”.</p>
<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> I corsivi sono miei.</p>
<p><a href="#_ftnref12">[12]</a> Per l’Italia, il riferimento è alla Legge n. 14, 9 gennaio 2006, <em>Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea del Paesaggio</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref13">[13]</a> Convenzione Europea del Paesaggio, Articolo 5, Misure generali (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref14">[14]</a> <em>Ivi</em>, Preambolo (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref15">[15]</a> R. Priore, <em>La Convenzione</em><em> europea del paesaggio: matrici politico-culturali e itinerari applicativi</em>, in G.F. Cartei (a cura di), <em>Convenzione europea del paesaggio e governo del territorio</em>, Il Mulino, Bologna 2007, p. 51.</p>
<p><a href="#_ftnref16">[16]</a> Su questi temi, cfr. L. Bonesio, <em>Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale</em>, Diabasis, Reggio Emilia 2007.</p>
<p><a href="#_ftnref17">[17]</a> R. Priore, <em>Convenzione europea del paesaggio: un commento interpretativo</em>, in Id., <em>Convenzione europea del paesaggio. Il testo tradotto e commentato</em>, Iriti, Reggio Calabria 2006, p. 44.</p>
<p><a href="#_ftnref18">[18]</a> R. Priore, <em>La  Convenzione</em><em> europea del paesaggio: matrici politico-culturali e itinerari applicativi</em>, cit., p. 43.</p>
<p><a href="#_ftnref19">[19]</a> P. Drury, <em>Les dimensions historique et culturelle du paysage</em>, «Naturopa» (numero dedicato alla <em>Convenzione</em>), 98, 2002, p. 12.</p>
<p><a href="#_ftnref20">[20]</a> Convenzione europea del paesaggio, art. 40.</p>
<p><a href="#_ftnref21">[21]</a> <em>Ivi</em>,<em> </em>art. 23 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref22">[22]</a> G. Ferrara, <em>La pianificazione dl paesaggio nel Codice Urbani e le prospettive della Convenzione Europea</em>, in in G.F. Cartei (a cura di), <em>Convenzione europea del paesaggio e governo del territorio</em>, cit., p. 191.</p>
<p><a href="#_ftnref23">[23]</a> <em>Ivi</em>, p. 204.</p>
<p><a href="#_ftnref24">[24]</a> “La presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e si riferisce agli spazi naturali, urbani e periurbani. Essa comprende gli spazi terrestri, le acque interne e marine. Essa riguarda sia i paesaggi che possono essere considerati come eccezionali sia i paesaggi della vita che i paesaggi degradati” (Convenzione europea del paesaggio, art. 2).</p>
<p><a href="#_ftnref25">[25]</a> “Ogni parte si impegna […] c. a predisporre delle procedure di partecipazione del pubblico, delle autorità locali e regionali e di altri soggetti interessati alla definizione ed alla realizzazione delle politiche di paesaggio di cui al precedente comma b” (<em>Convenzione europea del paesaggio</em>, art. 5, c – Misure generali).</p>
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			<media:title type="html">Giancarla Frare, Il Monte Analogo, 2008</media:title>
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		<title>L’acqua, un esercizio di lettura epocale</title>
		<link>http://geofilosofia.wordpress.com/2010/09/18/spartiacque/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Sep 2010 14:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
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		<description><![CDATA[Luisa Bonesio SPARTIACQUE &#8220;La cosa più molle al mondo si precipita contro la cosa più dura al mondo. Niente al mondo è più molle e debole dell&#8217;acqua; ma nell&#8217;avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla. Senza sostanza, essa penetra in ciò che non ha interstizi. La cosa diventa facile per essa [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=121&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Luisa Bonesio</strong></p>
<p><strong>SPARTIACQUE </strong></p>
<p><em><strong><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/el-diluvio-y-noe.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-144" title="el diluvio y Noé" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/el-diluvio-y-noe.jpg?w=1000" alt=""   /></a><br />
</strong></em></p>
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;"><em>&#8220;La cosa più molle al mondo si precipita contro la cosa più dura al mondo. Niente al mondo è più molle e debole dell&#8217;acqua; ma nell&#8217;avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla. Senza sostanza, essa penetra in ciò che non ha interstizi. La cosa diventa facile per essa grazie a ciò che non esiste.<br />
Così io so che il Non-agire ha il sopravvento&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align:right;">Lao-Tzu, Tao-tê-ching, XLIII.</p>
<p><strong>Sentieri interrotti dalla furia dei torrenti e ponti rimasti senza fiume</strong></p>
<p>Alla natura pietrosa e immota della montagna sembra fare da complemento, ma anche da antitesi simbolica, quella scorrente e fluida delle acque: in realtà, nel destino storico delle regioni di montagna, fra intelaiatura rocciosa e scorrere di acque si è mostrata una coappartenenza che va aldilà dell&#8217;ovvio dato geomorfologico. Intanto: per indicare una frontiera, l&#8217;immagine dello spartiacque è molto più che una metafora. Le acque con il loro defluire, tracciano confini e individuano regioni: basta pensare alla formazione stessa di una valle, e a come questa coappartenenza profonda di luogo e di acque si trovi ancor oggi in moltissimi toponimi, particolarmente nelle aree di montagna. Dopo l&#8217;alluvione del 1987 in Valtellina, probabilmente, la prima connotazione simbolica delle acque montane che balza alla mente è quella della distruttività: pioggia, infiltrazioni nel terreno instabile, frane, creazione improvvisa di nuovi tracciati di fiumi, di laghi e acquitrini. Eppure basterebbe osservare il paesaggio di una valle, con i suoi innumerevoli conoidi e rovinacci, per comprendere che, ad allearsi distruttivamente con la furia delle acque, e a renderla possibile, spesso è proprio un aspetto della montagna che inconsciamente rimuoviamo, appunto in quanto apparentemente non omogenea al simbolismo roccioso: la instabilità della roccia. Le montagne possono fendersi e divallare, scendere &#8220;come&#8221; le acque. Le generazioni andate ne possedevano una precisa consapevolezza, che si può leggere nella disposizione dei paesi e delle antiche vie di comunicazione. Oggi, perduta in gran parte questa consapevolezza, sembra che l&#8217;acqua rappresenti solo una minaccia potenziale, da cui occorre difendersi, con opere cementizie che stanno arrecando gravi danni al paesaggio.<span id="more-121"></span><br />
Ma naturalmente, le connotazioni positive sono sempre state largamente preponderanti: proprio le aree di montagna sono quelle che più sfruttano la ricchezza proveniente dalle acque. E così enormi imbrigliamenti d&#8217;acqua, dighe, condotte, impianti idroelettrici in tutte le varie fasi di trasformazione. Si tratta di un&#8217;acqua &#8211; per così dire &#8211; occulta, serbata, custodita in luoghi di alta montagna, di cui al cittadino, come a chiunque di noi, giunge solo la sua trasformazione energetica. Ma è anche un&#8217;acqua in qualche modo &#8220;espropriata&#8221;, che mostra, soprattutto in tempi trascorsi, come le montagne venissero asservite, in un modo occulto, alla logica della produzione industriale (ogni grande industria della padania aveva il suo bacino idroelettrico montano). E a queste acque si deve anche una caratteristica del paesaggio retico: quell&#8217;architettura neogotica o liberty delle centrali elettriche, quasi un addomesticamento delle temibili forze precariamente asservite e  monumento del moderno che vorrebbe risarcire esteticamente i guasti prodotti nell&#8217;ambiente.<!--more--><br />
Questo beneficio economico recato dallo sfruttamento delle acque non deve nascondere come nemmeno le aree apparentemente più appartate rimangano intatte dalla logica di sviluppo economico-tecnologico e dall&#8217;inevitabile degrado che l&#8217;accompagna.<br />
Appartiene tradizionalmente all&#8217;immagine della montagna come luogo del risanamento, fisico e mentale, anche la purezza e salubrità della sua acqua, che spesso significa anche ricchezza di acque termali e minerali. Anche in questo campo, la provincia di Sondrio può esibire notevoli reperti dell&#8217;archeologia della modernità: i Bagni Vecchi e Nuovi di Bormio, le cui acque, note fin dall&#8217;antichità, hanno dato il nome alla località; i Bagni del Masino, struggente testimonianza di età e civiltà perdute sotto le masse turistiche lasciate dissennatamente indisciplinate; la sorgente solforosa di Santa Caterina Valfurva, cancellata in nome, ancora una volta, delle ragioni del turismo cittadino. In questi casi, e in innumerevoli altri, il violento cambiamento di registro, dal simbolico che rimanda a un rapporto complessivo con la natura e un&#8217;idea di civiltà colta e complessivamente armoniosa, all&#8217;accoglimento tendenzialmente acritico delle logiche turistiche e mercantili  a livello di massa, dovrebbe farci interrogare su uno sradicamento dalle ragioni del proprio suolo ormai in atto anche tra gli abitanti delle vallate montane, succubi dell&#8217;imperativo catastrofico dello sfruttamento del territorio e della sua svendita alle orde dei vacanzieri. Che non sia l&#8217;unica politica e l&#8217;unico progetto possibili per un&#8217;area ricchissima di bellezze naturali, ancora una volta, lo dimostra l&#8217;esempio della vicina Engadina, che sulla base di premesse paesaggistiche e di risorse naturali del tutto simili a quelle della Valtellina e Valchiavenna ha saputo realizzare un&#8217;accorta misura di apertura turistica selezionata e oculato sfruttamento delle risorse. Occorre allora domandarsi: è davvero inevitabile che il beneficio delle acque delle montagne debba essere identificato solo con la neve delle piste di sci o con le risorse idroelettriche, o è possibile ancora cercare di valorizzarne anche e piuttosto gli aspetti risanatori, estetici, in un progetto della realtà valtellinese che salvaguardi e ripristini &#8211; dove il caso &#8211; l&#8217;armonia del territorio, ma anche il patrimonio artistico, per lo più trascurato? E&#8217; possibile trasformare l&#8217;alluvione in purificazione dagli errori e dalla miopia nella progettazione del territorio e della realtà economica? O non siamo piuttosto nella piena svendita e massacro estetico e naturalistico, soprattutto dell&#8217;alta valle, in nome di imperativi apparentemente ovvii, come la velocità e l&#8217;efficienza delle vie di comunicazione? Siamo ancora in tempo a rifiutare l&#8217;omologazione totale al modello più degradante dello sfruttamento dei suoli? Non è forse in opera, anche nella gestione &#8220;ingegneristica&#8221; delle frane, grandi e piccole, un&#8217;idea che sovrappone la sua misura estranea alla complessa realtà naturale e storica del paesaggio valtellinese?</p>
<p>Dai macereti d&#8217;alta quota, ai laghetti epiglaciali che riflettono sulla loro superficie solo vette, ghiaioni e marmotte, ai torrenti, al fiume, ai bacini idroelettrici, dalle nevi turistiche ai ghiacci fossili, fino a quella che un tempo fu una piana paludosa appena prima del Lago di Como, e a un lago (o meglio acquitrino) di recente, traumatica, formazione, come quello cosiddetto della Val Pola, il territorio della provincia di Sondrio sembra offrire l&#8217;intera fenomenologia delle acque, geografica e storica, prima ancora che simbolica. Così come gran parte delle vallate alpine, la cui economia, soprattutto nei tempi più recenti della modernità ha trovato proprio nello sfruttamento delle acque uno dei suoi cespiti più cospicui e più determinanti, nel bene come nel &#8220;male&#8221; la Valtellina &#8220;che dà la luce a Milano&#8221;, ricevendone in cambio &#8211; si potrebbe dire certo in un senso forse un poco riduttivo &#8211; folle di vacanzieri del fine settimana, sempre più favoriti nel loro spostamento da una superstrada che sta provocando uno scempio ambientale della cui gravità non ci si rende probabilmente abbastanza conto). L&#8217;acqua è probabilmente un elemento che richiama l&#8217;attenzione solo per le sue &#8220;patologie&#8221;, quando è carente, o manca del tutto, o è inquinata e inutilizzabile, o provoca disastri; altrimenti, quasi quanto l&#8217;aria e la terra, fa parte dell&#8217;abitudine, persino quando entra nella quotidianità di un lavoro, per esempio agricolo. Persino la sua abbondanza &#8211; alla quale sicuramente pressoché nessun abitante di montagna fa caso &#8211; è qualcosa che può venir notato come tale solo da chi abbia consuetudine con regimi di maggiore scarsità. Inoltre l&#8217; acqua, per l&#8217;abitante moderno in tutte le sue figure, quindi anche per quello &#8220;provinciale&#8221; (e a maggior ragione per quello &#8220;metropolitano&#8221;), è un prodotto artificiale come ogni altro: sgorga dai rubinetti depurata, clorata, inquinata; quella da bere è contenuta in bottiglie (generalmente di plastica); è un mezzo che anche per la sua funzione più umile, il lavare, deve essere corretta con gli additivi più vari; quella in cui nuotare è sempre più frequentemente l&#8217;acqua di una piscina; e persino la neve, grande risorsa dell&#8217;industria turistica, può essere &#8220;programmata&#8221;. Un&#8217;acqua astratta e impoverita, si potrebbe dire, proprio in quanto totalmente disponibile, a fronte della straordinaria ricchezza degli aspetti e della tipologia delle acque naturali. Ma che cosa ne rimane, oggi, e come le si può pensare senza limitarsi a ricadere nella nostalgia o in un atteggiamento iperrealistico di cinica o disincantata accettazione di ogni &#8220;dato&#8221; del moderno?</p>
<p><strong>Zuang-Zi e la frana </strong></p>
<p>Sfogliando lo Zuang-Zi, in cui ricorre con una certa frequenza il motivo delle acque, ho ritrovato un foglio ingiallito di giornale del 1987, con un articolo sull&#8217;appena accaduta catastrofe di S. Antonio Morignone. Una fotografia &#8211; che allora mi aveva colpita, inducendomi a conservare il ritaglio &#8211; ritrae in primo piano una pisside ammaccata, poggiata su uno dei massi della frana, mentre più avanti i militari sgombrano i detriti, e, sullo sfondo, il lago appena formatosi e gli squarci nel corpo della montagna. Senza tornare sull&#8217;interpretazione di questo evento , e tanto meno ridurre il tema delle acque a una considerazione sul dissesto idrogeologico o sull&#8217;imponderabilità di casi fatali , occorre prendere questo esempio come un semplice spunto di riflessione.<br />
Quella foto, probabilmente proponendosi di provocare una reazione emotiva, rendeva invece visibile che le radici vere della catastrofe erano da ricercarsi nella desimbolizzazione moderna, che fa sentire i suoi effetti destinali in tutto l&#8217;Occidente. E così, se da un lato quell&#8217;evento era inscritto in una temporalità geologica che non è dato immaginare, e tanto meno pianificare, dall&#8217;altro la &#8220;risposta&#8221; degli uomini &#8211; o almeno dai loro rappresentanti: esperti, amministratori, tecnici &#8211; è stata quella del brancolamento, dell&#8217;interesse, ma anche dello sprezzo. Umana &#8211; troppo umana nel primo caso, e quindi comprensibile, ma del tutto coerente con la volontà economica e con l&#8217;illusione tecnocratica del dominio, e quindi pericolosamente prossima a una hybris, con la cecità che ne consegue, negli altri due casi. Se la frana era stata immane e terribile, la risposta e la prevenzione del caso in cui le acque cattive potessero ripresentarsi con la loro forza distruttiva ha inconsapevolmente mimato la grandiosità delle forze cieche della natura: il monte è crollato, il corso dell&#8217;Adda sconvolto e le vie di comunicazione in pericolo? La tecnica darà un nuovo volto alla valle, la rimodellerà in modo da renderla finalmente funzionale, ne esorcizzerà i pericoli, la instabilità: con la grandiosità di un alveo di pietre e cemento, dighe, by-pass, trafori e asfalto. Anche se intanto il fiume è diventato quasi inesistente, il &#8220;lago&#8221; non più di una paludaglia, e quelle opere una sorta di spettrale monumento. La tecnologia, al servizio di ben determinati interessi economici, costituisce l&#8217;esorcismo più potente, la rimozione più eclatante delle oscure leggi che governano il tellurico e l&#8217;uranico, e della cui, forse meno oscura, consapevolezza, rimaneva almeno una traccia nei toponimi che delimitavano l&#8217;area in cui si sarebbe prodotto il disastro: il Ponte del Diavolo e la chiesa di S. Martino di Serravalle.</p>
<p><strong>Le acque sequestrate </strong></p>
<p>L&#8217;acqua, per la sua fluida mobilità, è stata fin dai primordi il simbolo della libertà e dell&#8217;essenza stessa del vitale, renitente ad assumere forme definite. Inoltre, la sua appartenenza a varie dimensioni del cosmo, dalle profondità della terra alle regioni del cielo e alle vastità degli oceani, l&#8217;ha resa l&#8217;elemento equoreo per eccellenza, simbolo della coappartenenza delle varie dimensioni e del loro reciproco passaggio. E così per le modalità svariate del manifestarsi delle acque, dallo stillare, allo svaporare, allo scroscio, all&#8217;ondata, allo sgorgare, scorrere, cadere dal cielo in varie condensazioni; dalla consistenza minimale delle gocce polverizzate alle grandi estensioni, superfici mutevoli, acque vive e acque stagnanti, ecc. Solo la modernità poteva imporre una forma persino alla proteiformità dell&#8217;acqua, ed è ciò che non solo ci mostra l&#8217;esperienza di ogni giorno, ma anche la realtà dei territori in cui l&#8217;acqua è un elemento particolarmente caratterizzante. Se interpretiamo la complessa relazione di fenomeni di degrado ambientale che va sotto il nome di &#8220;dissesto idrogeologico&#8221; in chiave di quello che Jünger avrebbe a buon diritto chiamato un &#8220;dissidio cosmico&#8221; , aggiungeremo un altro non trascurabile registro alle possibilità di comprensione del paesaggio epocale in cui siamo situati. Confrontiamo quello che scriveva uno statista cinese di epoca preconfuciana del VII secolo a.C. (&#8220;L&#8217;acqua è il sangue della Terra, e scorre attraverso i suoi muscoli e le sue vene. E&#8217; per questo che si dice che l&#8217;acqua è qualcosa che possiede facoltà complete&#8230; Essa è accumulata nel Cielo e nella Terra, ed immagazzinata nelle differenti cose (del mondo). Viene fuori nel metallo e nella pietra, ed è concentrata nelle creature viventi. Perciò si dice che l&#8217;acqua è qualcosa di spirituale. Essendo accumulata nelle piante e negli alberi, i loro fusti ricevono da essa il loro ordinato progredire, i loro fiori ottengono il numero appropriato, ed i loro frutti raggiungono la dovuta dimensione&#8230; Per cui la soluzione per il Saggio che vorrebbe trasformare il mondo risiede nell&#8217;acqua. Perciò quando l&#8217;acqua è pura i cuori degli uomini sono a loro agio &#8230; Perciò il Saggio, quando governa il mondo, non insegna agli uomini uno ad uno, o casa per casa, ma prende l&#8217;acqua come la propria chiave&#8221; ) con lo spettacolo dei bacini idroelettrici di montagna, milioni di metri cubi d&#8217;acqua sequestrati da gigantesche muraglie e regolati da chiuse e condotte forzate che, se producono l&#8217;indispensabile energia elettrica, alterano il regime dei fiumi a valle arrecando gravi scompensi; oppure alle dilaganti opere cementizie di incanalamento dei torrenti e dei ruscelli, o all&#8217;inquinamento sempre più grave e diffuso dei corsi e delle sorgenti d&#8217;acqua, che quindi la sottrae tendenzialmente persino all&#8217;utilizzabilità agricola.<br />
C&#8217;è un&#8217;acqua montana che è stata sottoposta a una pesante opera di conformazione &#8211; quella dello sfruttamento idroelettrico appunto &#8211; di cui il cittadino delle metropoli non si rende quasi conto, ma che fa parte integrante di quel paesaggio del moderno e delle sue possibilità, che ci è così familiare che può magari sembrare l&#8217;unico possibile. In questo caso l&#8217;acqua è stata piegata alle esigenze produttive e l&#8217;ingegneria si è cimentata in alcune delle sue più spettacolari realizzazioni, alterando in molti casi irreversibilmente paesaggi di alta montagna. Seguendo il ciclo completo di questa acqua sequestrata, si vede come la trasformazione in energia elettrica non sia che una tappa intermedia, poiché, nel caso diffuso di centrali di alimentazione industriali, la produzione finale spesso era (ed è) quella dell&#8217;industria pesante (talora anche l&#8217;alimentazione di tratte ferroviarie): in ogni caso, nel regime simbolico che ci interessa, l&#8217;acqua, che proviene dal cielo, diventa strumento dello sfruttamento e della produzione dei metalli, a loro volta modernamente intesi come strumenti di un&#8217;ulteriore aggressione alla Terra; o luogo di scarico di veleni, sostanze tossiche, o serbatoio per un uso scriteriato, o magari, come vagheggiava in una poetica un po&#8217; sinistra Jünger, non più di un&#8217;occasione di quell&#8217;opera di conformazione totale del paesaggio terrestre in cui si sarebbe compiuto il dominio della tecnica. Ma, se tutto ritorna, le acque che tornano alla fine di questo ciclo sono necessariamente diventate acque &#8220;cattive&#8221;, persino spesso quando sono acque irrigue dell&#8217;agricoltura: sporche, malate, inquinate, morte o impazzite, di fronte al cui assalto il soggetto moderno ha smarrito quella consapevolezza della necessità di conservare l&#8217;equilibrio fra tutte le componenti del mondo che i suoi antenati avevano, comportandosi in modo tale da non distruggere irreversibilmente con il suolo della loro terra, la possibilità stessa della vita.</p>
<p>Il ponte senza il fiume</p>
<p>A Villa di Tirano c&#8217;è un ponte medioevale in mezzo ai campi: vicino gli cresce un salice e sotto le sue arcate trova spesso riparo un trattore. L&#8217;Adda ha spostato il tracciato del suo corso più volte lungo i secoli e questo è il motivo per cui gli insediamenti storici della Valtellina si trovano tutti a mezza costa e in luoghi il più possibile sicuri. Tutto il paesaggio valtellinese, anche nelle numerose diramazioni convallive è massicciamente segnato, come quello di ogni altro territorio alpino, dall&#8217;erosione dei ghiacciai e dall&#8217;incisione dei corsi d&#8217;acqua, che hanno lasciato tracce potentemente espressive proprio sulle strutture cristalline delle montagne. Se ora l&#8217;Adda non dovrebbe più poter cambiare il suo corso, imbrigliata com&#8217;è, e i ghiacciai continueranno a ritirarsi,  altre acque, magari in zone meno visibili, meno direttamente interessanti per le logiche economiche prevalenti, cominceranno a modellare, ma questa volta in modo distruttivo, porzioni di paesaggio, cancellando collegamenti da un versante all&#8217;altro, da un alpeggio all&#8217;altro. Saranno travolti ponti, condutture, baite usate fino ad oggi rimarranno isolate, poi cadranno in rovina. Oppure rimarranno come spettrali sopravvivenze di un passato faticoso o come monumenti etnografici, come le antiche ruote dei mulini sugli orridi dei torrenti; o come le inquietanti rovine dei monumenti all&#8217;acqua di qualche generazione fa: le terme liberty, gli stabilimenti d&#8217;acque minerali, le piscine che si scrostano, le centraline in disuso in stile &#8220;medioevale lombardo&#8221;, e persino tante delle innumerevoli fontane che si incontrano lungo i più sperduti e desueti sentieri di montagna, che fanno sentire da lontano il rumore sincopato del loro getto. La meravigliosa sensazione di libertà e di frescura prodotta dal ricco e multiforme sgorgare e scorrere delle acque della montagna &#8211; che è molto più di una percezione estetizzante &#8211; rischia di tramutarsi in sgomento perché questo mondo sorgivo, origine e fonte di tutte le acque che alimentano la vita di zone molto estese e distanti, appare ormai catastroficamente separato dalle forme di vita prevalenti, e dunque inquietantemente prossimo a tornare in una selvatichezza &#8211; che però ha subito profonde alterazioni da parte umana o è destinata ad accentuare i suoi tratti selvaggi nell&#8217;abbandono a se stessa all&#8217;interno di un più generale contesto di artificialità &#8211; oppure a essere definitivamente omologata al metropolitano e alle sue logiche produttive, turistiche o commerciali.<br />
Sembra così difficile poter sfuggire al paradosso di trovarsi emblematicamente nelle condizioni opposte e complementari di un ponte senza fiume e di fiumi senza ponti: il che equivale a dire che rischia di compiersi la cancellazione degli orizzonti e la possibilità di trovare un orientamento nel mondo. L&#8217;idea dello &#8220;spartiacque&#8221; non solo non designa più l&#8217;individuazione di una terra natale, di luoghi affini, di comunità storiche, ma non possiede quasi nemmeno più il valore evocativo di una metafora; così come avendo da lungo tempo smarrito la consapevolezza della portata simbolica di ponti, navi e navate , e concentrando il nostro interesse solo su viadotti e gallerie, merci e comunicazioni, continuiamo a stupirci del sempre più rapido e frequente naufragio d&#8217;ogni certezza, e a spaventarci delle fenditure nella Grande Muraglia che avrebbe dovuto proteggerci dall&#8217;ondata del caos con le tecnologie della sua Aufklärung. Come dire: non c&#8217;è nave o ponte che ci traghetti al di là di queste cattive acque, finché non avremo un diverso pensiero della Terra.</p>
<p style="text-align:right;">(&#8220;Tellus&#8221;, 10, 1993)</p>
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		<title>Il paesaggio come dimensione educativa</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 11:38:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Angelo Marino EDUCARE AL PAESAGGIO E ATTRAVERSO IL PAESAGGIO 1  Premessa Questo titolo fa riferimento ai contributi di alcuni autori al libro Ritrovare i segni, rinnovare i significati. In particolare fa riferimento al saggio monografico di Benedetta Castiglioni Educare al paesaggio[1]. «Oltre che educare al paesaggio, scrive la Castiglioni, risulta particolarmente interessante e ricco di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=68&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/educare-al-paesaggio-e-attraverso-il-paesaggio.doc"></a><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/federico-rossano-marina-meridionale1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-135" title="federico rossano, marina meridionale" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/federico-rossano-marina-meridionale1.jpg?w=1000" alt=""   /></a><br />
Angelo Marino</p>
<p><strong>EDUCARE AL PAESAGGIO E ATTRAVERSO IL PAESAGGIO</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>1  <strong>Premessa</strong></p>
<p>Questo titolo fa riferimento ai contributi di alcuni autori al libro <em>Ritrovare i segni, rinnovare i significati</em>. In particolare fa riferimento al saggio monografico di Benedetta Castiglioni <em>Educare al paesaggio</em><a href="#_ftn1">[1]</a>. «Oltre che educare <em>al</em> paesaggio, scrive la Castiglioni, risulta particolarmente interessante e ricco di potenzialità anche educare <em>attraverso</em> il paesaggio: l’osservazione e lo studio dei paesaggi possono aiutare a sviluppare abilità e competenze in ambiti diversi, possono favorire l’acquisizione di contenuti interdisciplinari e di metodologie di studio, possono far emergere componenti importanti nella formazione dell’individuo, coniugando la dimensione della razionalità con quella della sensibilità […]» (p. 18).</p>
<p>Devo anche premettere che, sviluppando e approfondendo questo tema, che ritengo cruciale per l’Educazione alla cittadinanza dei minori come degli adulti – e per restare nello spirito e nella lettera della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>, che è il punto di riferimento costante della Castiglioni e di chi scrive –, ho avvertito l’esigenza di andare ben oltre gli spunti iniziali forniti dalla Castiglioni nel citato testo <em>Educare al paesaggio</em> e credo di avere focalizzato altri “attraversamenti epistemologici” e percorsi di riflessione finalizzati ad una autentica e concreta <em>Educazione al paesaggio e attraverso il paesaggio</em><a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 2 </strong><strong> Dalla polisemia delle rappresentazioni all’unisemia dei significati</strong></p>
<p>Occorre innanzitutto fare chiarezza su un punto essenziale: la molteplicità di significati e definizioni che comunemente vengono attribuiti al paesaggio. Franco Zagari in un significativo volumetto<a href="#_ftn3">[3]</a> ne ha raccolto ben 48! Ritengo che bisogna (e che sia possibile) uscire da questo labirinto – assolutamente paralizzante per chi vuol fare Educazione geografica, per indicare praticabili vie d’uscita alle emergenze attuali e per fare della geografia «una forma dell’azione sociale» capace di innescare «cambiamenti concreti»<a href="#_ftn4">[4]</a> –, e che l’unico modo per farlo sia quello di partire dallo strato più superficiale, quello visibile e inconfondibile, del paesaggio locale, a grande scala, e da qui procedere ai vari gradi ed estensioni di non immediata visibilità, di ordine naturale, culturale, storico e simbolico<a href="#_ftn5">[5]</a>. Sul piano didattico – è ciò che qui interessa – ritengo sia questa la strada maestra e più lineare per passare dalla <em>polisemia delle rappresentazioni</em> all’<em>unisemia dei significati</em> e raggiungere la totalità espressiva del paesaggio stesso.</p>
<p>Il processo di rielaborazione concettuale della geografia comincia proprio dal suo essere “scienza dei luoghi”. «La geografia come scienza del paesaggio, scriveva Gambi già nel 1956, è là che mostra la sua vitalità e la sua ricchezza, precisamente per il fatto che si adegua in pieno alla cultura dei nostri tempi»<a href="#_ftn6">[6]</a>. <strong>Ed è grazie a questa sua inequivocabile concretezza – al suo essere “là” – che il locale vive al riparo dalla aleatorietà e dispersività del globale e assurge al rango di documento primario del geografo.</strong></p>
<p>Il paesaggio come palinsesto temporale e volto visibile dell’interazione di cultura e natura richiede dunque un’attenta lettura storico-filologica che sappia cogliere, al di là dell’<em>immagine</em> che si mostra immediatamente, la sua vera <em>forma</em> che non sempre traspare con altrettanta immediatezza. «Se il paesaggio è pensabile come espressività e volto, scrive Luisa Bonesio, esso sarà <em>forma</em>, più che immagine; impronta o conio, più che superficie senza spessore dell’impressione soggettiva, e richiede un approccio morfologico»<a href="#_ftn7">[7]</a>. Per poter cogliere l’oggettività del paesaggio, la sua totalità espressiva – «tutta la sua densità epistemologica e ontologica» –, non bisogna quindi abbandonare il piano della percezione visiva, ciò che il paesaggio visualmente mostra di sé; bisogna situarsi su questo piano e da qui procedere ai «vari gradi e estensioni di non immediata visibilità (o non immediata visibilità), di ordine naturale, culturale, storico e simbolico» (Bonesio).<span id="more-68"></span></p>
<p>Tra il paesaggio “scritto” – la sua profondità semantica – e il paesaggio “letto” – la sua prodondità ermeneutica – non può e non deve esserci asimmetria, discontinuità, ma corrispondenza biunivoca. «In questo senso, scriveva Gambi, leggere il paesaggio è come leggere un palinsesto, e grazie a questa operazione si ha una visualizzazione della storia»<a href="#_ftn8">[8]</a>. Il ripiegamento nella soggettività degli stati d’animo spezza qualunque nesso tra ciò che è e ciò che appare e non fornisce alcuna base comune alla riflessione critica e alla comprensione di ciò che il paesaggio sedimenta e custodisce. Il rischio è di giudicare il paesaggio in base alla sensibilità estetica del momento. Le azioni trasformative che hanno reso possibili la territorializzazione dello spazio e la riproducibilità sociale vanno invece colte solo in relazione alle intrinseche qualità del paesaggio, a ciò che esso “fedelmente racconta”. I ripiegamenti egocentrici costituiscono “nicchie” che «non distruggono la complessità, ma la “neutralizzano”, in una sorta di congelamento delle differenti possibilità a cui però si può attingere per altre azioni, in qualsiasi momento»<a href="#_ftn9">[9]</a>. E il solo modo per attingerle è quello di passare dalla <em>polifonia</em> delle emozioni o degli stati d’animo all’<em>unisemia</em> dei significati riposti negli strati visibili e in quelli meno visibili del paesaggio stesso. La peculiarità della prospettiva “polifonica” è quella di esporre il paesaggio, non alle 48 letture elencate da Franco Zagari, ma ad una infinità di letture: tante quanti sono gli <em>outsider</em> occasionali – studenti, insegnanti, villeggianti, turisti più o meno frettolosi, ecc. – che hanno modo di guardarlo e di trovarlo bello o brutto, significante o insignificante, a seconda dei loro vissuti e stati d’animo (senza contare quelli degli stessi soggetti nei vari momenti in cui lo guardano!). E questo indipendentemente dal suo intrinseco valore di documento storico.</p>
<p>Nel paesaggio troviamo tutte le testimonianze del passato, i segni e le tracce stratificate nei secoli in tutte le varietà e diversità delle loro manifestazioni culturali, artistiche, religiose, economiche e politiche. Il paesaggio, scrive Alberto Magnaghi, è una costruzione umana, «un’opera corale, coevolutiva, che cresce nel tempo, […] nasce dalla fecondazione della natura da parte della cultura»<a href="#_ftn10">[10]</a>: un neoecosistema che «ha un suo ciclo di vita, è accudito, nutrito, ha una sua maturità, una sua vecchiaia, una sua morte, una sua rinascita»<a href="#_ftn11">[11]</a>, e tutto questo grazie all’incessante azione trasformativa dell’uomo. «Attraverso questo processo lo spazio acquista valore antropologico, viene trasformato da campo dei possibili ad ambito concreto di azione (territorio), che per questo è piena espressione della società vista come insieme di individui coinvolti in un progetto comune che si configura come un sistema autonomo rispetto ai singoli»<a href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p><strong>L’insieme degli elementi, che concorrono nel loro sedimentarsi successivo o sincronico alla costruzione del paesaggio, si possono (e si devono) individuare con la precisione di un paradigma. E se questo non avviene vuol dire che la ricostruzione è stata filologicamente scorretta, falsata o distorta in qualche punto da inferenze soggettive o ideologiche inidonee a coglierla nella sua oggettività e irripetibilità</strong>.</p>
<p>Su questo punto, che ritengo cruciale per affrontare il tema dell’Educazione al paesaggio e attraverso il paesaggio, bisogna essere estremamente chiari. Gli aspetti peculiari che definiscono l’identità di un luogo, scrive Alberto Magnaghi, sono dati dall’insieme integrato «delle attività che concorrono a definirne i caratteri: produttive, insediative, ambientali, culturali, sociali»<a href="#_ftn13">[13]</a>. Solo “trattando” questi caratteri in modo integrato possiamo stabilire un rapporto di continuità col nostro passato e attingere in ogni epoca le risorse potenziali di uno sviluppo continuo e durevole nel tempo. Muoversi entro l’«imprescindibile orizzonte di senso» di questi elementi interconnessi costituisce il solo modo di disporci in ascolto del paesaggio «che parla, racconta e a volte palesa il suo disagio»<a href="#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p><strong>È, questo, il solo orizzonte di senso in cui ha senso parlare di Educazione al paesaggio</strong>. Visto nella sola ottica “egocentrica” dei sentimenti e degli stati d’animo, il paesaggio non può essere riconosciuto sotto nessuno dei suoi caratteri oggettivi e fondativi che lo contraddistinguono da tutte le altre unità territoriali. Neanche sotto quello estetico. «Persino il luogo più squallido […], come osserva Susanna Falchero, ci sembrerà bellissimo se vi abbiamo incontrato il nostro grande amore»<a href="#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 3 </strong><strong> L’incomunicabilità della rappresentazione soggettiva</strong></p>
<p>Non c’è dubbio che l’impatto visivo susciti sempre delle emozioni. Nei bambini esso rimane, forse più che negli adulti, un momento assolutamente incomunicabile, anche quando stanno insieme tenendosi per mano fra di loro e con le maestre, come nell’immagine di copertina del libro della Castiglioni; negli adulti richiama la celebre accezione di Amiel del paesaggio come «stato d’animo» e quella di <em>Stimmung</em> (atmosfera, tonalità spirituale) di Simmel. In entrambi i casi è da considerare un momento assolutamente preliminare agli altri a seguire, pena il suo decadimento a esperienza conclusa e puro godimento soggettivo. Negli adulti la visione del “brano” paesaggistico può essere accompagnata – e resa più significante – dall’ascolto di un brano musicale, magari in compagnia della persona amata. Ma nessuno può dire con certezza se, anche in questo caso, il paesaggio suscita le stesse emozioni o “racconta” le stesse cose. La cosa certa è che le due esperienze – quella del contemplare e quella dell’ascoltare (mi riferisco sempre agli adulti) – si equivalgono, perché entrambe evocano ricordi e vissuti solo soggettivi.</p>
<p>Tutt’altra cosa è educare al paesaggio e attraverso il paesaggio. L’Educazione al paesaggio incorpora infatti nella stessa unità dinamica il conoscere e l’agire. Lo specifico dell’approccio storico-analitico – in questo sta la differenza tra la cognizione e la contemplazione –  implica l’agire come momento conseguente al vedere e il vedere come premessa dell’agire. Le due azioni si integrano nella «“presa in carico” dei territori attraverso la promozione di <em>azioni</em> educative che si configurano come <em>nuovi atti territoriali</em> volti allo sviluppo di un patto di appartenenza tra i cittadini e il loro territorio, visto questo come patrimonio da salvaguardare e proteggere»<a href="#_ftn16">[16]</a>.</p>
<p>«Se una montagna frana a causa del dissesto idrogeologico provocato dall’abbandono del terrazzamento, il problema non riguarda la natura, che in un millennio troverà nuovi equilibri idrogeologici ed ecosistemici, ma il territorio, in quanto <em>neoecosistema</em> costruito dalle civilizzazioni umane nel millennio precedente […]; il dissesto da abbandono riguarda questo neoecosistema e mette in pericolo l’abitabilità per la popolazione insediata sotto la montagna terrazzata»<a href="#_ftn17">[17]</a>. Per questo, come meglio vedremo più avanti servendoci di qualche esempio concreto, <strong>Educare al paesaggio significa Educare alla responsabilità</strong>.</p>
<p>È da questa assunzione di responsabilità, da questo salto di qualità nei nostri comportamenti e stili di vita quotidiani che negli spazi dell’abitare «riescono a sintetizzarsi tanto le geografie del nostro crescente spaesamento, quanto le geografie della nostra speranza»<a href="#_ftn18">[18]</a>. Un salto di qualità – per restare sul terreno della concretezza o dell’«utopia concreta», come la chiama Quaini – previsto peraltro dall’Art. 24 della <em>Convenzione europea del paesaggio</em><a href="#_ftn19">[19]</a>: «Se si rafforzerà il rapporto dei cittadini con i luoghi in cui vivono, essi saranno in grado di consolidare sia le loro identità, che le diversità locali e regionali, al fine di realizzarsi dal punto di vista personale, sociale e culturale. Tale realizzazione è alla base dello sviluppo sostenibile di qualsiasi territorio preso in esame, poiché la qualità del paesaggio costituisce un elemento essenziale per il successo delle iniziative economiche e sociali, siano esse private o pubbliche».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 4 </strong><strong> Centralità della scuola</strong></p>
<p>Occorre dunque restituire centralità alla scuola anche nell’ambito dell’Educazione geografica. In primo luogo, trasformandola in una struttura organica con il territorio, in un sistema formativo integrato con esso. Quest’operazione riqualifica la scuola stessa «poiché la toglie dal suo storico isolamento e la inserisce nel territorio in modo attivo e partecipativo. Il territorio offre infatti un campo privilegiato in cui realizzare processi educativi complessi, attraverso la costruzione di conoscenze, la modificazione degli atteggiamenti e le azioni concrete»<a href="#_ftn20">[20]</a>. <strong>Quest’integrazione costituisce inoltre l’<em>atto territorializzante</em> per eccellenza: quello in cui, più e prima di ogni altro, si instaurano rapporti solidali e definitivi con il territorio e si forma, a partire dalla prima età, una cultura della solidarietà e della cittadinanza</strong>.</p>
<p>La riterritorializzazione della scuola come istituzione e la sua centralità nei processi formativi sono, peraltro, previste dalla stessa <em>Convenzione europea</em>, precisamente nell’Art. 6, secondo cui ciascuna delle Parti firmatarie (i 30 Paesi che finora l’hanno sottoscritta e, quindi, anche l’Italia) si impegna a promuovere «<em>insegnamenti scolastici </em>[…]<em> che trattino, nell’ambito delle rispettive discipline, dei valori connessi con il paesaggio e delle questioni riguardanti la sua salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione</em>» (il corsivo è mio). Il riconoscimento giuridico del paesaggio (Art. 5.a) come bene delle comunità risponde in prima istanza alla crescente preoccupazione delle popolazioni per il deterioramento della qualità dei loro ambienti di vita. I paesaggi ibridi che abbiamo modo di osservare sono infatti il prodotto del vorticoso dinamismo contemporaneo, reso libero di spezzare i tessuti connettivi e i legami di senso dalla carenza di strumenti conoscitivi idonei a cogliere il vero significato dell’abitare, il suo valore quasi sacro, secondo Heidegger<a href="#_ftn21">[21]</a>. Per contrastare in sul nascere questa devastazione bisognava anteporre quella «corretta, sistematica, esauriente opera conoscitiva» che Gambi non ha smesso mai di raccomandare e che spetta essenzialmente alla scuola. Dando per scontato (ma scontato non è) che la scuola non è un corpo separato della società, la Convenzione prevede, sempre nell’Art. 6, che tra gli “sguardi multipli” da rivolgere al paesaggio, ci debba essere anche il suo: non soltanto perché la scuola è un soggetto sociale da investire, come tutti gli altri, di un ruolo attivo nella tutela, gestione e pianificazione del paesaggio, ma soprattutto perché il paesaggio è una costruzione culturale e storica, in quanto risultante dei processi naturali e degli insediamenti umani.</p>
<p>La funzione centrale della scuola è stata più recentemente ribadita da un altro importante documento di cui si è voluto dotare lo stesso Consiglio d’Europa nell’ambito delle attività necessarie all’applicazione della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>. Mi riferisco al Rapporto “Education on landscape for children”, che entra nello specifico dell’Educazione ambientale attraverso il rafforzamento del senso d’appartenenza territoriale a partire dalla prima età scolare<a href="#_ftn22">[22]</a>. Così Benedetta Castiglioni: «Data l’ampiezza di prospettive di questo importante documento, oggi al centro del dibattito internazionale sulle questioni teoriche e applicative riferite al paesaggio, le linee guida contenute nel rapporto ci si augura che possano costituire un utile riferimento per attività educative in ambito sia scolastico che extrascolastico, al fine di costruire una consapevolezza maggiore attorno alle questioni del paesaggio nel quadro dell’educazione alla cittadinanza»<a href="#_ftn23">[23]</a>.</p>
<p>In quest’ottica il Rapporto assume un valore protocollare, integrativo della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>, che ne costituisce la fonte. Non è dunque un semplice strumento didattico, ma una linea guida per costruire cittadinanza attiva e responsabile. Lo studio del paesaggio costituisce dunque uno degli attraversamenti epistemologici più fecondi di risultati anche in chiave educativa. «È dalla scuola, scriveva Eugenio Turri, che può avviarsi il processo che potrà portare al più sano governo di quel supremo bene che è il territorio, sempre più assunto come riferimento della nostra identità nell’attuale, generale cedimento, sul piano dell’organizzazione economica, ai disvalori dell’anonimia e dell’atopia»<a href="#_ftn24">[24]</a>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 5 </strong><strong> La scuola e la cultura dominante</strong></p>
<p>La scuola avulsa dal territorio non esercita il suo ruolo nelle attività di sensibilizzazione dei valori del paesaggio né partecipa alla elaborazione delle strategie conservative dello stesso, come previsto dagli Artt. 5 e 6 della Legge 14/2006. Deterritoriazzandosi come sistema formativo non oppone alcuna resistenza alla «globalizzazione del nulla» (Raffestin), <strong>ma precipita essa stessa nello stesso spazio di caduta, profondo, oscuro e indefinito; cede alle stesse spinte centrifughe che hanno pianificato lo spazio asservendolo al solo valore economico</strong>: un terreno sul quale sono “nate e cresciute insieme” la mondializzazione dell’economia e l’universalismo della scienza, l’una per estendere il suo dominio sull’intero pianeta, l’altro per accreditarla come “verità scientifica”<a href="#_ftn25">[25]</a>. E finché la forza egemone della geografia umana è l’economicismo, ogni altra espressività rimane latente e invisibile. Come scrive Magnaghi, il territorio piegato a questo dominio «diviene mero supporto inanimato di funzioni la cui logica insediativa prescinde dai luoghi e dalla loro individualità e li riduce all’astrazione geometrica della superficie euclidea; dimenticando la loro profondità spaziale (le ragioni viventi del sottosuolo e del cielo) e temporali (l’identità della storia)»<a href="#_ftn26">[26]</a>. L’aiuto che può venire dalla scuola e alla scuola è quello di aiutare i ragazzi a riconquistare una dimensione che a noi sta sfuggendo o è già sfuggita: «quella della profondità e della complessità degli spessori storici che formano la base della nostra società, e quindi della nostra realtà»<a href="#_ftn27">[27]</a>. La conquista di questa dimensione comporta un lavoro di scavo, di «vera esplorazione ed estrazione», come la chiamava lo stesso Gambi. Un lavoro che Massimo Quaini sintetizza efficacemente nella formula «discesa consapevole e colta nel passato». La didattica dell’Educazione geografica non può, quindi, non avvalersi del metodo storico regressivo. È il solo modo – come si è già detto – di portare alla superficie visibile le profondità invisibili, di svelare la forma, lo spessore, i valori identitari e irripetibili dei luoghi, tutto ciò insomma che è stato fatto prima di noi per costruire l’ambiente il cui viviamo.</p>
<p>Alla scuola spettano competenze e responsabilità che vanno ben oltre quelle di trasmettere conoscenze specifiche. Per questo occorre che trovi il coraggio degli attraversamenti: farsi sistema aggregante dei vari saperi sparsi e compartimentati nelle varie discipline. Nei rari casi in cui questo è stato fatto<a href="#_ftn28">[28]</a>, la geografia si è rivelata come uno degli archivi più ricchi che l’insegnante abbia a disposizione. <strong>Ha mostrato di essere un sapere epistemologicamente denso, attrattivo e – cosa estremamente importante – capace di aprire varchi significativi a una molteplicità di altri saperi. Gli insegnanti, geografi e non, che hanno seguito questo metodo hanno lavorato nell’intersezione o nell’interferenza delle altre discipline, trasformando la geografia, com’era negli auspici di Lucio Gambi, «a piramide di coordinazione, a culmine panoramico, a corpus compendiario» di tutta la conoscenza</strong><a href="#_ftn29">[29]</a>.</p>
<p>La stessa arborescenza di sviluppi e implicazioni didattico-pedagogiche potremmo ancora attenderci da una geografia «di amplissima denominazione», come quella che è stata sperimentata in quegli anni e in quelle poche scuole. E questo senza necessariamente introdurre quegli sconvolgimenti radicali negli assetti curruculari ufficiali che alcuni auspicano e altri temono.</p>
<p>È sufficiente – e non è cosa da poco – che la scuola da un lato prenda atto che nel mondo che ci sta intorno non ci sono fondali e paratie rigide, da cui i fenomeni emergono isolati da tutto il resto (piuttosto essi nascono da cause che interferiscono reciprocamente prima ancora di dar luogo ai fenomeni stessi, per cui cause e fenomeni non possono essere studiati separatamente) e, dall’altro, faccia suo «lo spazio innocente della verità», di quella verità che, secondo Kant, non ha padroni perché è oggettiva e universale; e non si faccia complice della cultura dominante replicandone le tante bugie attraverso la spessa copertura dei vari saperi che veicola: il Pil (che depreda capitale naturale, distrugge l’ambiente e va in controtendenza rispetto alla solidarietà generazionale); l’economia cartacea e virtuale (che ha creato un disastro finanziario, ma soprattutto guasti antropologici senza precedenti); il pregiudizio antropocentrico (che pone l’uomo predatore al vertice della catena alimentare); la scienza verticalizzata e senza mondo (che produce e potenzia una tecnologia che sta inquinando il mondo); la globalizzazione (che dissolve confini, segni, varietà e identità); le “innocenti bugie” dei metereologi (che non trovano spiegazioni meno ovvie – a proposito dei mutamenti climatici – di quelle che andavano bene diecimila come centomila anni fa: l’Anticiclone delle Azzorre che tarda ad arrivare, le correnti d’aria calda provenienti dall’Africa, e simili), e avanti così.</p>
<p>E, a proposito di mutamenti climatici – di <em>global change</em> –, non è difficile immaginare che possono esserci altre cause oltre a quelle addotte dai metereologi. «Verum scire est scire per causas», scriveva Aristotele: per esempio, le emissioni di CO2 nell’atmosfera, la Terra che sversa petrolio dalle sue arterie perforate, l’impatto ecologico dei nostri rifiuti sull’ambiente, non ultimo il drastico assottigliamento del valore temporale che con i nostri consumi e stili di vita stiamo dando alla storia del nostro pianeta, ecc.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 6 </strong><strong> Le discariche, “bracieri a cielo aperto”</strong></p>
<p>Io credo che la questione del riscaldamento climatico meriti un supplemento di riflessione. Il nostro consumo di risorse e le nostre emissioni sorpassano di gran lunga la capacità del pianeta di produrre le prime e di assorbire le seconde, quantomeno in tempi compatibili con quelli della storia umana.</p>
<p>Questo scioglie ogni dubbio sulle vere cause (o concause) dell’inquinamento e degli attuali mutamenti climatici. Le nostre discariche<strong> </strong>sono tra le maggiori responsabili. Esse funzionano come macchine termiche e interagiscono con l’ambiente come veri e propri “bracieri a cielo aperto”. Solo che, diversamente dalle macchine in cui l’energia in entrata è termoregolata – statisticamente compensata – dall’energia in uscita sotto forma di lavoro, nelle discariche essa viene dispersa nell’ambiente sotto forma di calore. È la teoria termodinamica di Carnot: più grande è la quantità di rifiuti, più celere è il processo di combustione, più aumenta l’entropia artificialmente indotta. Quest’energia, c’è da aggiungere, non torna più alla sua “sorgente calda”: nessuna macchina – e nessun uomo – può restituire alla terra l’energia che gli ha sottratto. Questo spiega, credo in modo chiaro, che il processo distruttivo dei biotopi – i sistemi biodinamici che rendono possibile la vita in tutte le sue forme – è iniziato dalla rivoluzione industriale, per convenzione l’anno 1750, un battito di ciglia rispetto alla storia del mondo!</p>
<p>Potenziali o reali “bracieri accesi” sono anche le città diffuse, le “città esplose”, che parassitano nella loro orbita spazi sempre più vasti, sottraendoli alla vita e utilizzandoli spesso come depositi delle loro deiezioni. Segno evidente che la natura, separata e inabissata al di sotto della cultura, è sempre meno compresa dall’uomo, e proprio nei tratti in cui viene sempre più violata.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 7 </strong><strong> Il paesaggio non è un cristallo</strong></p>
<p>Nel volume monografico della Castiglioni, <em>Educare al paesaggio</em>, la componente umana e storica – è questo a creare la prima sorpresa – rimane abbastanza sfocata, come allontanata sullo sfondo.</p>
<p>Altrettanto marginalizzato, per non dire assente, è il paesaggio degradato. A predominare è il paesaggio naturale, preesistente – per così dire – all’intervento trasformativo dell’uomo. A parte un traliccio dell’Enel, un innocuo furgone e alcuni manufatti più o meno dissonanti con la natura circostante, nelle foto come nel testo tutto sembra immerso in una quiete irreale, in un’immobilità senza tempo: sentieri nel bosco, laghetti alpini, un tramonto sul mare, le cime innevate delle Dolomiti… La presenza dell’uomo, quando c’è, aggiunge poco o nulla al paesaggio naturale, come poco o nulla gli toglierebbe se non ci fosse. <strong>Neanche un sospetto che sia proprio questo lo sguardo che va rivoluzionato: che lo sguardo di cui abbiamo bisogno, come ci ricorda Ezio Raimondi, sia «uno sguardo consapevolmente storico, educato alle ragioni della storia e dei suoi mutamenti»</strong><a href="#_ftn30">[30]</a>.</p>
<p>La «cognizione del paesaggio», che per Gambi (sulle tracce di Gadda) è una conquista lenta e faticosa, qui si dà invece tutt’intera e una volta per tutte nello spessore di cristallo del paesaggio, come se la “potenza dello sguardo” dei ragazzi fosse capace di attraversarlo da una parte all’altra senza il supporto di strumenti tecnici e di alcuna documentazione. Allo stesso modo l’Educazione al paesaggio avviene senza attraversamenti intermedi, passando dalla contemplazione alla rappresentazione e prescindendo dalle dinamiche trasformative che ne hanno segnato nel tempo i mutamenti anche in maniera profonda. Si prescinde, in altri termini, da quell’immenso deposito di saperi, memorie, pratiche collettive – le «radici sapienti», come le chiama Alberto Magnaghi – che sedimentandosi hanno prodotto il paesaggio storico. E non si capisce come questo sguardo proiettato sulle lunghe distanze e che quasi prescinde dalla complessa rete delle relazioni (degli uomini con l’ambiente e degli uomini fra di loro) possa rilevare specificità e differenze o fare da contrappeso alla visione omologante e aproblematica dello spazio neutro della vecchia geografia. <strong>Né come sia possibile fare Educazione al paesaggio senza dotare preventivamente i ragazzi degli strumenti metodologici indispensabili per un lavoro di questo genere – documenti storici e d’archivio, indagini sul campo, relazioni fra spazio e società, forme e culture materiali, pratiche abitative, trasformazioni più o meno lente delle architetture, deposito stratificato delle impronte umane nelle diverse temporalità, ecc. –, strumenti che Alberto Magnaghi definisce «carte di identità» di un territorio dal punto di vista ambientale, territoriale, urbano, ecc. Le sole in grado di individuarne le invarianti strutturali e lo «statuto»</strong>.</p>
<p>“Alleggerito” di questi elementi, credo che il paesaggio non abbia nulla da raccontare, che mostri solo «la superficie senza spessore dell’impressione soggettiva» (Bonesio), ossia solo ciò che ha <em>ab immemore</em> nei suoi tratti visibili e morfologici: bello se bello, significante se significante, sublime se sublime, ecc.</p>
<p><strong>Sorprende, in particolare, come nel saggio citato il mondo contadino – tappa storica ineludibile per un autentico percorso formativo di ogni generazione venuta dopo – sia del tutto ignorato, come se non ci fosse mai appartenuto</strong>. Una disattenzione presumibilmente dovuta al fatto che l’elemento che più caratterizza questo mondo – la casa contadina con «il plesso di corpi fra loro coordinati», documento architettonico di primaria importanza per lo studio di una civiltà – «non dà solo gradevoli impressioni o suggestioni estetiche», come scriveva Lucio Gambi, ancor meno se questo mondo è guardato con «occhi cittadini»<a href="#_ftn31">[31]</a>. La logica che sottende questo approccio aproblematico ai quadri ambientali non contrasta, piuttosto affianca e corrobora la logica globalizzante che considera il locale e la sua storia come negatività e ostacoli da superare. Alla corrività di questa logica – è qui il caso di ricordare – si deve quella poderosa attività edilizia che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, si è sovrapposta al paesaggio ereditato, cancellandone ogni traccia e senza riuscire a fare nuovo paesaggio; la stessa logica, per citare Magnaghi, che ha prodotto la distruzione di vaste aree del dorso appenninico e dell&#8217;arco alpino, con la marginalizzazione e il trasferimento di un gran numero di persone nei centri industriali<a href="#_ftn32">[32]</a>.</p>
<p>L’impressione che rimane, a conclusione di questi percorsi, finalizzati nelle intenzioni della curatrice all’Educazione al paesaggio come compresenza di uomo e natura, non è quella della “ricompattazione” di paesaggio e territorio (come vuole la CEP), ma piuttosto della “fuga” dal paesaggio ordinario, sovente caotico e oppressivo, per ritemprare lo spirito in un altrove imprecisato: una sorta di “imbarco per Citera” per minori verso lidi ameni ed estranianti, lontani dal frastuono e dai pericoli della città.</p>
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<p><strong> 8 </strong><strong> Tutto il territorio è paesaggio </strong></p>
<p>Beninteso, anche la bella veduta, come la bella musica, affina il gusto estetico e svolge quindi una funzione educativa. Ma, al contrario della musica, che può essere valutata e apprezzata anche tenendo gli occhi chiusi, il paesaggio è vista, immagine. In più è produzione sociale e collettiva, diversamente da tutte le altre arti della visione, che sono generalmente creazioni individuali. Comprendere il paesaggio come artefatto umano, come natura “fecondata” dalla cultura (Magnaghi), vuol dire andare <em>intus et in cute</em> della storia seriale, non scritta, depositata negli strati superficiali, visibili, o in quelli profondi, meno visibili, delle comunità che lo hanno costruito.</p>
<p>Il paesaggio ci fa rivedere come in un teatro quello che si è fatto individualmente e collettivamente (Turri). Sottrarre allo sguardo una parte di esso, bella o brutta che sia – nel nostro caso brutta – è una contraffazione della realtà, spesso non bella, che abbiamo tutti sotto gli occhi, e quindi un falso.</p>
<p>Il compito primario dell’insegnante di geografia – meglio, dello staff di insegnanti consapevoli del valore educativo del paesaggio – è quello di monitorare lo spazio intorno, valutare le <em>chances</em> che esso offre in vista di determinati obiettivi, autonomi o da integrare alle varie attività curriculari in atto, e alla fine decidere, sulla base di essi, quali paesaggi andare a visitare. Perché non sia un “giro a vuoto” nel caleidoscopio dei loro gusti, umori, stati d’animo, vissuti personali – quasi sempre incomunicabili –, o un puro godimento estetico della natura, è fondamentale in primo luogo stabilire preliminarmente un tracciato significativo in funzione di questi obiettivi, che devono essere in ogni caso negoziati, condivisi e predefiniti, e in secondo luogo fare in modo che «La memoria genetica dei luoghi sepolti riaffior[i] ovunque, dalle periferie urbane alle aree periferiche e marginali delle regioni metropolitane, ai luoghi dell’esodo e dei naufraghi dello sviluppo (migranti da catastrofi ambientali, politico-militari, del mondo rurale)»<a href="#_ftn33">[33]</a>.</p>
<p><strong>L’incontro degli alunni col territorio non deve mai accadere in modo casuale</strong>. La distinzione tra paesaggi vicini e paesaggi lontani – sia in senso geografico che temporale – è sì necessaria, ma in ogni caso subordinata alla <em>qualità</em> e alla <em>varietà</em> dei paesaggi da sottoporre alla loro attenzione, proprio in considerazione del valore che essi, singolarmente presi o messi a confronto l’uno con l’altro, possono avere sul piano educativo. Detto in termini ancora più chiari, portare le scolaresche in oasi di pace, dove «la luce e il silenzio risplendono» (i “paesaggi silenti”, cari a Gabriele D’Annunzio), ovvero in paesaggi “ripuliti” – vale a dire “purgati” di tutte le scorie che l’industria dei <em>SolidWorks</em> ha provveduto a depositare altrove – <strong>è come obbligarli a leggere determinati autori piuttosto che altri (Andersen piuttosto che Dante, Santa Caterina da Siena piuttosto che Machiavelli, Bruno Vespa piuttosto che Saviano), per limitare il discorso al solo ambito letterario</strong>. A ben poco serve, a conclusione o durante questi percorsi, compilare schede o moduli «verticali», «orizzontali» ecc., o elaborare sistemi e sottosistemi, se gli spazi attraversati sono quelli in cui la natura mostra il suo volto più cortese e rasserenante; o se la scelta è stata volutamente <em>soft</em> o aleatoria in partenza. Nell’un caso come nell’altro, il paesaggio prescelto da sottoporre all’analisi degli studenti – attraverso percorsi reali o virtuali – funge da dispositivo di esonero del pensiero critico (e mortificazione della loro intelligenza) e rivela, quando non un sotteso progetto, un sistema o prontuario di valori precostituiti, non sempre compatibili con la vera educazione e la formazione della cittadinanza. Altrettanto improprio è parlare di «approccio scientifico» al paesaggio attraverso «processi razionali di analisi e sintesi»<a href="#_ftn34">[34]</a>, se non viene data ai ragazzi la materia prima per queste sintesi: fonti di terreno, assetto viario, rapporti proprietari, pratiche locali di produzione e attivazione delle risorse, effetti d’incrocio delle relazioni tra ambiente e società, ecc., come strumenti concreti di analisi indispensabili per una lettura “densa” del territorio.</p>
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<p><strong> 9 </strong><strong> La lettura corretta della <em>Convenzione europea del paesaggio</em></strong></p>
<p>Le insidie sottese a queste letture estenuate ed esangui della <em>Convenzione europea del paesaggio</em> e documenti allegati sono evidenti e di ordine crescente: <strong>primo, che si ripristini il <em>clichè</em> romantico e celebrativo del paesaggio d’eccellenza, secondo cui esso è buono perché (e finché) è bello, e non per la ragione inversa; secondo, che riaffiori intatta la sagoma della piramide che almeno fino alla legge Galasso<a href="#_ftn35"><strong>[35]</strong></a> ha diviso – nella legislazione e nell’opinione comune – il corpo fisico del nostro paese (e la popolazione che vi dimora) nelle distinte categorie del <em>paesaggio </em>e del <em>territorio</em>, l’uno da tutelare e bachechizzare in quanto patrimonio monumentale e artistico, e l’altro come sottospecie da lasciare al suo destino, quando non alla deriva delle sue dinamiche distruttive; terzo, che quest’idea riprenda corpo proprio nella scuola – e a partire dalle prime classi – dove andrebbe invece definitivamente cancellata</strong>. <strong> </strong></p>
<p>Questa distinzione, che purtroppo è ancora abbastanza diffusa nell’opinione comune non specialistica, continuerebbe a permanere nella legislazione e nell’opinione colta se non l’avesse definitivamente spazzata via la <em>Convenzione</em><em> europea del paesaggio</em>, che ha trasformato il territorio italiano, come quello europeo nella sua totalità, in territorio storico-culturale.</p>
<p>«Quando diciamo “territorio” – scriveva Gambi già nel 1986 – evochiamo non uno spazio qualunque, ma uno spazio definito e determinato da caratteristiche, o per meglio dire da un sistema di rapporti che unificano queste caratteristiche e che sono dovuti o a una omogeneità originale – cioè naturale, e più propriamente geomorfologica – o a una solidarietà conferita da qualche forma di organizzazione umana, soprattutto politico sociale. […] E solo quando gli uomini hanno una cognizione discretamente matura di questa individualità territoriale in cui dimorano, si svolgono quei processi di costruzione che con il loro sedimentare e incrociarsi hanno prodotto il paesaggio»<a href="#_ftn36">[36]</a>. Più sinteticamente nell’Art. 1.a della CEP: «“Paesaggio” designa una parte di territorio così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere risulta dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni».</p>
<p>Detto in generale, un paesaggio senza l’uomo è un paesaggio senza storia. E il paesaggio che non viene messo in questa prospettiva – la prospettiva storica appunto – non può svolgere alcuna funzione educativa, né di altro tipo. E questo per varie ragioni: perché il paesaggio è un organismo vivente, quindi <strong>una realtà dinamica che non può essere cristallizzata o ridotta a un’ombra nella caverna delle nostre rappresentazioni o fumisterie sentimentali</strong>; perché, in quanto prodotto di natura e cultura, il paesaggio non può essere deprivato, decantato, della sua «seconda natura», come la chiamava Goethe, fatta di intelligenza, lavoro creativo, genialità, nella quale il grande poeta europeo faceva consistere l’autentica bellezza del paesaggio italiano, la sua unicità; <strong>e perché, come scriveva Carlo Cattaneo, la terra italiana «per nove dècimi non è opera della nàtura; è òpera delle nostre mani; è una patria artificiale”: “Sono forse tremila anni, aggiungeva Cattaneo, dacché il pòpolo curvo sui campi di questa primitiva landa la va disgombrando dalle reliquie dell’asprezza nativa; i colossi della formazione erràtica si dileguàrono sotto l’assiduo scalpello; l’immensa congerie prese forma di case, di recinti, di selciato […]. Chi potrebbe fare estimazione dei tesori, che vi stanno indivisibilmente incorporati?»</strong><a href="#_ftn37">[37]</a>.</p>
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<p><strong> 10 </strong><strong> L’educazione dei minori attraverso il paesaggio storico</strong></p>
<p>Il momento educativo è conseguente a quello conoscitivo e quello conoscitivo è propedeutico a quello educativo. Per tornare al Rapporto “Education on landscape for children” – che, lo ripetiamo, è destinato ai ragazzi di tutte le fasce d’età, dalla scuola primaria alla scuola secondaria superiore – è importante precisare che l’intelligenza del bambino, come dell’adolescente e del ragazzo, rivolta alla realtà che gli sta intorno – nel nostro caso al paesaggio – non si limita ad associare passivamente gli elementi che la costituiscono, ma li struttura e, nello stesso tempo, struttura se stessa attraverso acquisizioni successive, «assimilando» e «accomodando» il proprio comportamento sulla base delle richieste della realtà stessa. In questo processo, secondo lo studioso dell’età evolutiva Jean Piaget, hanno grande importanza le cosiddette «reazioni circolari», che consentono al bambino (come all’adulto) di mantenere un equilibrio attivo, e non squilibrato o passivo, con l’ambiente<a href="#_ftn38">[38]</a>. Questo vuol dire che, in riferimento alla realtà, non c’è differenza tra l’intelligenza del bambino e quella dell’adulto. Limitatamente al bambino, il suo punto di partenza – stando a Piaget – è sempre costituito dalla realtà che osserva, sulla quale egli modella, «accomoda» la sua azione, destinata a diventare, se non ci sono interventi correttivi, il suo comportamento abituale. Successiva a questa è la fase delle operazioni astratte, che si fa con l’acquisizione delle operazioni della logica, sulle quali si innestano processi di tipo razionale-cognitivo.</p>
<p>E processi di tipo razionale-cognitivo possono essere attivati anche dai paesaggi, compresi quelli, tutt’altro che “gradevoli”, legati al nostro recente passato. Per Educazione al paesaggio – che trae spunto da ciò che esso racconta – dobbiamo intendere anche la discesa nei “gironi infernali” della storia del Novecento, per non andare troppo lontano nel tempo. <strong>Non è un caso che la Risiera di San Sabba, Dachau, Auschwitz, ecc. sono luoghi molto visitati dalle scolaresche di tutta Europa, e proprio perché riconosciuti “siti storici” di alto valore educativo. Questo, per restare nello spirito della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>.</strong></p>
<p>Paesaggio Vicino a Noi (nel tempo) è anche questo.</p>
<p>È appena il caso di aggiungere che escludere aprioristicamente questi luoghi dai «percorsi di scoperta» dei ragazzi per visitare solo quelli gradevoli e «belli» è l’esatto contrario della vera educazione.</p>
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<p><strong> 11 </strong><strong> Il paesaggio storico, «immenso deposito di fatica»</strong></p>
<p>Il momento <span style="text-decoration:underline;">cognitivo</span>-riflessivo è, dunque, assolutamente centrale, non solo per passare dalla soggettività – e dunque dalla polifonia o polisemia dei significati – all’oggettività, unicità e irripetibilità delle memorie che i luoghi custodiscono, ma anche perché fare storia attraverso la geografia ha il vantaggio, sulla storiografia vera e propria, di aprire una più ampia profondità ermeneutica all’analisi della vita sociale, dei sedimenti storici e culturali delle comunità in termini situati e incorporati. Ma ha anche il vantaggio di testimoniare verità più indubitabili e certe – rispetto alla storiografia ufficiale –, perché meno soggetto a interferenze ideologiche e perché dispone di un più ampio ventaglio di elementi prospettici e lineari, qualitativi e quantitativi, da confrontare e valutare in maniera rigorosamente obiettiva.</p>
<p>In tal senso la funzione del museo svolge un ruolo molto importante. Esso offre una conoscenza integrata, che andando dal terreno al documento, fa del territorio un contesto narrativo, oggettivo e univoco, in grado di schiudere scenari inediti allo studio della geografia come scienza dei luoghi e come «scienza dell’umanizzazione del pianeta» (Gino De Vecchis). Le problematiche che, in questa direzione, si offrono alla indagine dei ragazzi sono quelle che emergono da ciascun oggetto osservato, per cui essi utilizzeranno «gli strumenti di ricerca che di volta il volta saranno più pertinenti ad approfondire quelle problematiche» (L. Gambi).</p>
<p>I musei sono strutture visive e, in molti casi, dinamiche, «interlocutori privilegiati nei confronti di tutti coloro che si occupano del paesaggio […]; hanno sia le risorse che le potenzialità per essere mediatori nei processi di responsabilizzazione del cittadino e possono essere promotori di attività educative, di valorizzazione e di ricerca»<a href="#_ftn39">[39]</a>.</p>
<p>Il museo, in quanto struttura strettamente inserita nel contesto che l’ha prodotta, offre ai ragazzi l’occasione di sviluppare un tipo di attenzione che oggi viene poco praticata: quella di rivolgere uno “sguardo lento” sulle cose, e quindi di relazionarsi in modo attivo con ciò che ha prodotto quel paesaggio. Entrare visivamente nella dimensione del fare, testimoniato dagli oggetti materiali e immateriali (gli strumenti d’uso e i saperi) custoditi nei musei, vuol dire educare in un certo senso alla manualità.<strong> </strong></p>
<p>L’<em>Educazione alla manualità</em> è forse la più idonea a cogliere lo spessore diacronico del paesaggio, la distanza che separa il paesaggio <em>percepito</em> dal paesaggio <em>vissuto </em>e <em>costruito</em>. Essa implica di necessità la riscoperta dei valori ergometrici fondativi del paesaggio rurale – «immenso deposito di fatica», secondo la celebre definizione di Carlo Cattaneo –, padre naturale del paesaggio storico: ossia l’enorme mole di lavoro e la pazienza infinita delle generazioni che lo hanno avuto in custodia prima di noi, lavoro e pazienza resisi necessari per costruire il bel paesaggio italiano che tanto ammiriamo.</p>
<p>Ma a rientrare dall’alto nel quadro dell’Educazione al paesaggio è anche l’<em>Educazione alimentare</em>. A questo proposito non sarebbe fuori luogo, né un’indebita interferenza nella <em>privacy</em> delle famiglie dei minori, se le maestre, finito il girotondo sul prato, dessero un’occhiata nei loro zainetti, per verificare in che percentuale le famigerate merendine – solo per fare un esempio di cattiva alimentazione – fanno parte delle loro abitudini alimentari, dentro e fuori l’orario scolastico. Ritengo che l’Educazione alimentare sia un aspetto non secondario del processo educativo. Come l’Educazione alla manualità essa amplia e qualifica l’offerta di proposte educative.</p>
<p><strong>L’Educazione alla visione, l’Educazione attraverso la lettura storico-analitica dei luoghi, l’Educazione alla manualità, l’Educazione alimentare, l’Educazione al rispetto dell’ambiente, l’Educazione civica, l’Educazione stradale, l’Educazione senza aggettivi, sono atti i cui effetti, sommandosi, determinano la qualità del paesaggio. </strong></p>
<p>E il paesaggio, in quanto «volto visibile dell’interazione di cultura e natura» (Bonesio), svolge sempre il ruolo di testimone “oculare” delle nostre azioni, comprese quelle apparentemente meno significative. Educare i bambini al paesaggio vuol dire quindi: in primo luogo aiutarli a leggerne la forma visibile; in secondo luogo aiutarli a scoprire le cose invisibili al di sotto di quelle visibili; in terzo luogo – forse la cosa più importante – aiutarli a capire che il paesaggio non è un’entità astratta e irrelata, né un’unità scomponibile dalle altre unità territoriali, tanto meno dall’ambiente in cui vivono.</p>
<p>Il paesaggio trattiene tutto, come ripete sovente Luisa Bonesio. Ma rivela anche tutto – se diamo credito alla metafora del teatro di Eugenio Turri –, compresi gli effetti causali minimi del nostro agire, quelli ai quali di solito non diamo peso, ma che sono messi in grande risalto dai bravi attori in gestualità e mimiche appena accennate (si pensi a Eduardo de Filippo!). Dallo sguardo dentro gli zainetti dei bambini (per vedere cosa hanno messo dentro le loro mamme o le loro nonne) si può andare ben oltre, senza violare il santuario della <em>privacy</em> delle loro famiglie: <strong>verso gli stili di consumo, il rispetto dell’ambiente e del prossimo, se fanno la raccolta differenziata, se osservano le norme tributarie e fiscali, ecc., sempre restando nella metafora del teatro di Eugenio Turri (e nella <em>Convenzione europea del paesaggio</em>!). Se il paesaggio include nella dimensione del <em>vedere</em> quella del <em>fare</em> (del fare conseguente al vedere), educare al paesaggio vuol dire tutto questo e molto altro ancora.</strong></p>
<p>Siamo lontanissimi, come si vede, dall’idea del paesaggio-spettacolo.</p>
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<p><strong> 12 </strong><strong> La dimensione etica del paesaggio</strong><strong> </strong></p>
<p>L’educazione al paesaggio è, dunque, un’operazione complessa, speculare a tante altre.</p>
<p>Se rispettare il paesaggio comporta l’osservanza di alcune regole concrete (tenere pulito l’ambiente, ridurre al minimo i rifiuti, consumare di meno, accorciare la filiera tra produzione e consumo, rispettare il prossimo, pagare le tasse, non abbandonare gli animali, ecc.), <strong>educare i minori al paesaggio significa predisporli all’osservanza di queste regole, in quanto atti territorializzanti. Il paesaggio, in quanto prodotto umano, le incorpora tutte. La dimensione del paesaggio – lo ripeto – non è una dimensione anonima, è la proiezione di tutto il nostro mondo morale. Parafrasando Shakespeare, potremmo dire che il paesaggio è fatto della stessa pasta di cui è fatta la nostra coscienza, tant’è che la sua qualità dipende dai nostri comportamenti quotidiani.</strong></p>
<p>La coscienza di luogo, scrive Maghaghi, è un «progetto pattizio», si costruisce nelle esperienze di democrazia comunitaria; non si forma semplicemente «[con la] difesa di comunità storiche, di identità passate, ma [con la] costruzione di comunità che crescono nell’esercizio del conflitto e si ritrovano a fondare “un patto” di cura dell’ambiente e del territorio, sviluppando le proprie identità e i propri saperi nel progetto comune […]»<a href="#_ftn40">[40]</a>.</p>
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<p><strong> 13 </strong><strong> Il paesaggio “purgato”</strong></p>
<p>Depositata negli strati superficiali, visibili, o in quelli profondi, meno visibili, il paesaggio è un palinsesto che riassume scandita nelle varie epoche l’intera storia delle generazioni che ci hanno preceduto.</p>
<p>Ma la dimensione che più sfugge ad uno sguardo frettoloso sul paesaggio, o attento ai soli aspetti superficiali, è di solito quella che veramente lo caratterizza. Per questo c’è un filo rosso che lega – di nuovo – il paesaggio all’essere umano sul piano morale: come l’uomo non va giudicato solo sulla base di quello che dice ma per quello che fa, così il paesaggio non va valutato soltanto per ciò che mostra, ma per quello che rivela al di sotto delle sue forme esteriori. Sovente il paesaggio all’apparenza curato e ben conservato è l’esito dell’azione inquinante del nostro progresso ripulita di tutte quelle scorie che lo stesso progresso riversa altrove, lontano dai nostri occhi e dagli altri quattro sensi.</p>
<p>È attraverso il confronto, per esempio tra il paesaggio della cura e quello dell’abbandono, che i ragazzi – come del resto gli adulti – hanno modo di esercitare il loro senso critico. Non solo perché, come scrive S. Piccardi, «Una dialettica comparativa di questo tipo contribuisce a sprovincializzare la cultura e a smantellare le superstizioni nazionalistiche o ideologiche che falsano troppo spesso la cognizione del mondo»<a href="#_ftn41">[41]</a>, ma anche perché, visto da questa prospettiva, il paesaggio si presta ad aperture ermeneutiche spesso più ampie e rivelatrici di quelle che esso mostra singolarmente considerato.</p>
<p>Qualità e difetti, anche sostanziali, possono emergere se si mette a confronto, per esempio, il paesaggio <em>realmente</em> degradato, perché privo di verde, deposito di rifiuti, pieno di insegne pubblicitarie ecc., con il paesaggio <em>apparentemente</em> positivo, dove la calma regna sovrana, il verde fa la sua apparizione e la pubblicità sparisce. È il caso di quei paesaggi o scorci di paesaggio “rimessi a nuovo” da imprenditori e nuovi ricchi, con le loro villette sovente coperte da intonaci di colorazioni disgustose o che ibridano nella loro forma i canoni delle costruzioni cittadine con quelli delle case dei contadini – spesso nella grande deficienza di cognizioni nei confronti della cultura di questi ultimi.</p>
<p>Ma un’analisi comparativa può rivelare aspetti per così dire subliminari del paesaggio. Insospettabili affinità con il paesaggio dell’abuso possono anche rivelarsi laddove l’operazione di cosmesi si è fatta più sapientemente calligrafica o maggiormente attenta al contesto naturale. Tali possono essere, se osservati con attenzione, anche i quartieri eleganti, riservati ai proprietari delle marche, ai capi di società immobiliari o di società di comunicazione. Secondo l’epistemologo francese Michel Serres, questi spazi sono quelli che inquinano di più, mentre i paesaggi dell’incuria o dell’abuso, generalmente abitati dagli indigenti e dai dominati, sono quelli che, paradossalmente, inquinano di meno. E questo perché, secondo l’inesorabile argomentare di Serres, gli indigenti e i dominati non hanno dove scaricare le loro deiezioni, mentre i ricchi nella stragrande maggioranza dei casi scaricano altrove – delocalizzano – i costi del loro benessere, «analogamente ai responsabili dei canali televisivi che proibiscono ai figli di guardare le loro trasmissioni. Ricoprono gli altri di escrementi ma certo risparmiano la loro casa o i propri figli»<a href="#_ftn42">[42]</a>.</p>
<p>L’intelligenza critica dei ragazzi, se saputa guidare, è naturalmente – maieuticamente – portata ad andare oltre queste “operazioni di cosmesi” e a riconoscere la vera qualità del paesaggio, quella che mantiene un rapporto simbiotico con la natura circostante.</p>
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<p><strong> 14 </strong><strong> Funzione educativa del paesaggio degradato</strong><strong> </strong></p>
<p>Il recupero e la riqualificazione del territorio degradato attraverso la sua ricongiunzione al paesaggio <em>tout court</em> costituisce – lo abbiamo già detto – una delle conquiste più importanti della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>. Nell’Art. 2 troviamo scritto infatti che la salvaguardia «…si applica a tutto il territorio degli Stati contraenti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e peri-urbani. […] Comprende gli spazi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, sia i paesaggi della vita quotidiana, sia i paesaggi degradati».</p>
<p>Il paesaggio dell’incuria e del degrado riveste pertanto un valore didattico pari, se non superiore, al paesaggio della cura. Esso è un <em>test</em> di primaria importanza perché non può mai rimanere scenario muto o solo emotivo, ma attiva l’intelligenza critica e rimanda sempre a delle responsabilità..</p>
<p>Nella didattica educativa vanno dunque inclusi anche gli spazi di natura colonizzata e pianificata dalla civiltà industriale, a partire da quella limitrofa alle città, dove inizia l’esproprio dei diritti territoriali e la sommersione della memoria genetica dei luoghi. Qui in molti casi l’esproprio si fa totale: della natura, delle relazioni sociali e ambientali e dei nostri cinque sensi. Non consiste nella riduzione del territorio periurbano a sola discarica, a <em>dumping</em>, di rifiuti duri – le deiezioni della città –, ma anche di rifiuti sonori, visivi e olfattivi: rumori, immagini, accumuli di scarti organici maleodoranti e insegne gigantesche che abbacinano.</p>
<p>È il fenomeno della “città esplosa”: «L’urbanizzazione, guidata da un’attitudine fortemente – spesso ciecamente – pragmatica, è stata letta per lo più come effetto di una colpevole indifferenza nei confronti delle tracce lasciate della storia, di una sorta di “irriverenza” nei confronti di un passato di armonia e bellezza, sacrificato sull’altare del progresso e del bene privato»<a href="#_ftn43">[43]</a>.</p>
<p>Per raggiungere questi <em>non luoghi</em>, spesso sfigurati e martoriati dalle ruspe, non occorre andare lontano dai centri abitati. Magnaghi li chiama <em>siti</em> (luoghi trasformati in siti), che svolgono solo funzioni o segmenti di funzioni, spazi che la tecnoeconomia ha sottratto alla vita trasformandoli in «corridoi» di pura destinazione funzionale (transito, trasporto, commercio, <em>sprawl</em>, spreco del suolo, abusivismo, prelievo di inerti, ecc.). Essi, scrive Magnaghi, «non solo seppelliscono il territorio sottostante, ma muoiono essi stessi se non sono sostenuti dalla logica e dalle protesi della macchina produttiva che li ha generati»<a href="#_ftn44">[44]</a>. Lo spazio asservito alla logica produttiva tende a diventare autoreferenziale, a prendere vita propria: «si auto-organizza e non vive più per assolvere alla funzione costitutiva, ma piuttosto assolve alla funzione costitutiva per vivere»<a href="#_ftn45">[45]</a>.</p>
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<p><strong> 15 </strong><strong> Come vincere una doppia ripugnanza</strong><strong> </strong></p>
<p>Credo abbia senso oggi parlare di Educazione al paesaggio se maestri e professori riescono a vincere la repulsione di mescolare la didattica con queste abominazioni. Paesaggio è dappertutto, secondo la CEP.  Lo sono i luoghi sani e belli come quelli malati e brutti. Anzi soprattutto questi ultimi, come è solito ripetere Riccardo Priore<a href="#_ftn46">[46]</a> ricorrendo a un’efficace metafora: «…nessuno si è sognato di dire che l’aria debba essere tutelata giuridicamente solo quando è perfettamente pura o che occorra farsi carico della qualità dell’aria in funzione del suo valore specifico. Le misure protettive, al contrario, devono essere adottate soprattutto quando l’elemento naturale di cui si parla (acqua, aria, terra, paesaggio) è inquinato o minacciato»<a href="#_ftn47">[47]</a>.</p>
<p>Includendo nei «percorsi di scoperta» anche i luoghi inquinati o minacciati – i paesaggi «non belli» o «problematici», come li chiama la Castiglioni –, si rende possibile un <em>excursus </em>storico, un percorso interattivo di ricerca dei fattori e dei trascorsi che sono all’origine di questa bruttezza.</p>
<p>Lo ripetiamo, ai fini educativi sono altrettanto, se non più importanti i paesaggi «non belli». E per paesaggi «non belli», anzi decisamente osceni, dobbiamo intendere quelli in cui risultano sconvolti i dati primari, fondamentali, dello “stare insieme” come esseri umani.</p>
<p>L’attenzione dei ragazzi va anche rivolta verso questi <em>non luoghi</em>, che possono essere anche lontani, ma mai al punto da essere considerati estranei a loro e loro estranei ad essi e a chi vi dimora stabilmente. Visitati «attraversandoli camminando» o virtualmente attraverso documentari, siti internet, immagini fotografiche o altro, questi luoghi mostrano spesso il volto di una società che ha smarrito i suoi legami di appartenenza, totalmente assuefatta a un concetto di spazio privo di dimensioni e di tempo senza passato e senza futuro. L’intermittente spettacolo delle città invase dalla spazzatura – per spostare il campo d’osservazione al paesaggio urbano – rende visivamente l’idea di come la mancata integrazione o, piuttosto, la disintegrazione tra <em>insider</em> e ambiente stia distruggendo progressivamente i legami sociali e l’ambiente stesso.</p>
<p>L’assuefazione della popolazione a questa convivenza è stupefacente. Ma ancor più il silenzio della scuola che non trova modo, nemmeno attraverso la libertà d’insegnamento, di “sporcare” la propria didattica con queste defecazioni, quanto meno di riscattarsi attraverso una doppia indignazione: quella di vedere offeso il proprio territorio e quella di vedere infangata la propria immagine.</p>
<p>In queste realtà in cui l’azione dello sporcare non arretra di fronte a nessun ostacolo, lo spazio non appartiene più a nessuno. Nemmeno alle mafie che lo gestiscono come inquilini, inquadrandolo in coordinate cartesiane o maglie di controllo che fanno strame di tutti i divieti, disposti, convenzioni, codici, campagne di stampa, denunce e quant’altro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 16 </strong><strong> Il caso Italia</strong></p>
<p>Sinteticamente, una delle grandi novità della <em>Convenzione europea</em> è che non esiste un paesaggio “lontano” da noi: tutto il territorio europeo è assunto nella dimensione della cura, nell’assunzione di responsabilità da parte delle comunità. Un’altra grande novità è che questa cura (<strong>la gestione e la pianificazione finalizzate alla sua salvaguardia</strong>) non è facoltativa ma obbligatoria («è fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato»). Un’altra ancora che i soggetti coinvolti nella gestione, salvaguardia e pianificazione del territorio sono le popolazioni locali – la «democrazia comunitaria», come la chiama Magnaghi –, assieme alle autorità locali e regionali che le rappresentano.</p>
<p>Relativamente al rapporto Italia-Convenzione queste novità rivestono un’enorme importanza, perché comportano delle modifiche della nostra Carta Costituzionale per quanto concerne il rapporto fra diritto internazionale e diritto interno. Le innovazioni che esse introducono nel nostro ordinamento giuridico e, <em>ipso iure</em>, nella nostra Costituzione riguardano proprio la gestione del territorio. Con la sua “costituzionalizzazione” in quanto bene primario della popolazione <strong>la  Costituzione</strong><strong> di fatto modifica se stessa in quelle parti che riguardano il suo governo e rafforza al tempo stesso le misure atte a proteggerlo.</strong></p>
<p><strong>Basilare, a questo proposito, è l’articolo 117, comma 1, il quale stabilisce che la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto degli obblighi internazionali</strong>. (Questi obblighi, detto per inciso, riguardano anche le Regioni e le Province autonome. Nello stesso articolo, al comma 5, viene infatti precisato che le Regioni e le Province autonome devono provvedere nell’ambito delle loro funzioni alla attuazione ed esecuzione degli accordi internazionali).</p>
<p>Gli obblighi internazionali in questione impegnano gli organi nazionali – il legislatore e le autorità amministrative e giurisdizionali – a porre in essere quanto necessario per il loro adempimento. Questi organi sono quindi <em>formalmente</em> impegnati a creare le condizioni normative perché l&#8217;obbligo venga adempiuto sia dalle autorità pubbliche sia dai privati cittadini.</p>
<p><strong>Il compito precipuo delle autorità è dunque quello di vigilare perché il diritto interno si adegui al diritto internazionale – nel nostro caso perché si osservino le norme introdotte <em>ex novo</em> dalla <em>Convenzione europea del paesaggio</em> nell’ordinamento giuridico del nostro paese (Legge 14 del 2006). </strong></p>
<p>Detto in termini ancora più chiari, con questa legge l’Italia ha contratto un obbligo con gli altri paesi europei, analogo a quello contratto in campo economico e monetario con la Comunità europea (<em>Trattato di Maastricht</em> e <em>Trattato di Lisbona</em>): l’obbligo di armonizzare la propria politica paesaggistica con quella degli altri Stati firmatari, anche in assenza delle norme costrittive previste invece dal <em>Trattato di Lisbona</em> che, come noto, nell’articolo 104 stabilisce sanzioni per quelle Parti che vanno pesantemente in rosso (più eufemisticamente, che presentano «disavanzi eccessivi» nei loro bilanci).</p>
<p>Ma finora questa politica di solidarietà – basilare per consentire un’integrazione sempre più accentuata del territorio europeo – ha “funzionato” solo sul piano economico e, in parte, su quello politico. Nessun tipo di sanzione viene invece applicata alle Parti che non adempiono a quanto previsto dalla Legge 14 del 2006, <strong>la quale assegna a ciascuna di esse, e alle relative Amministrazioni regionali e locali, il compito di tutelare, gestire e pianificare il proprio territorio</strong>.</p>
<p>L’enfasi che ha accompagnato in Italia l’elaborazione e poi la ratifica della <em>Convenzione europea del paesaggio</em> è andata via via scemando fino a passare in secondo piano la questione della sua effettiva applicazione all’interno dell’attuale contesto territoriale e legislativo. Non pochi geografi e studiosi del diritto tendono a derubricarla a documento «culturalista» (per non dire «astratto»), quindi di non facile traducibilità operativa, come non pochi ne ignorano addirittura l’esistenza, persino fra gli addetti ai lavori (docenti universitari, ingegneri, insegnanti, amministratori locali, ecc.), e ciò spiega perché non è entrata nel perimetro della scuola, perché la gente comune – il pubblico non specialistico – non sa cosa sia e perché non viene neanche lambita dall’attenzione dei media.</p>
<p>La conclusione è che poco o nulla si fa, a tutela del nostro patrimonio paesaggistico, per l’effettiva applicazione di questa legge come previsto dall’Art. 117, comma 1, della nostra Costituzione; <strong>come poco o nulla si fa per scalfire la “munita fortezza” delle libertà personali e cercare di adeguare al diritto internazionale i comportamenti privati, individuali e collettivi</strong> – nonostante questo sia previsto dall’Art. 41 della stessa Costituzione («L’iniziativa economica privata è libera [ma] non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»), dall’Art. 45 (che riconosce «la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata») e dal Preambolo della <em>Convenzione</em> <em>europea</em> («la sua [del paesaggio] salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione comportano diritti e responsabilità per ciascun individuo»).</p>
<p>Nondimeno è proprio dall’osservanza di questi obblighi che la storia seriale, “evenemenziale” – largamente inesplorata – delle buone pratiche quotidiane (di alcuni) può fecondare e modellare la grande storia (il comportamento dei più). L’attenzione all’unità minima dei luoghi, l’abbattimento dei recinti del nostro egoismo, la ridefinizione giuridica del rapporto tra sfera privata e bene pubblico, la rifondazione della democrazia su basi comunitarie, costituiscono l’alveo, meglio l’ancoraggio fisico dello sguardo e dell’azione che si allargano all’universo, e questo a partire dai nostri «mondi locali di vita», come li chiama Magnaghi, dalle «pratiche di cura» e ove necessario dalla bonifica delle aree compromesse o degradate.</p>
<p>È da un lato per riqualificare e ridare identità e riconoscibilità ai luoghi che la <em>Convenzione</em><em> europea</em> prevede azioni integrate di conservazione, progettazione, educazione e comunicazione dei valori del paesaggio sia da parte pubblica che privata. Ma è dall’altro lato la mancata integrazione di queste due forme di tutela ad esporre le parti più deboli del nostro paese – i luoghi e le persone – ad ogni forma di abuso. L’inseparabilità dell’azione pubblica da quella privata, meglio la somma del loro comporsi in un tutto unico per conseguire comuni obiettivi, è nel riconoscimento del paesaggio come «elemento chiave del benessere dell’individuo e della società”, per cui “la sua salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione comportano diritti e responsabilità per ciascun individuo» (Preambolo).</p>
<p>L’applicazione della Legge 14/2006 dovrebbe entrare nell’agenda delle priorità assolute se si tien conto del tasso di mafiosità presente in vaste aree del nostro paese (circa un terzo del territorio nazionale) e del suo potere di inquinare aree geograficamente anche molto distanti. Se a questo aggiungiamo l’altro inquinamento, quello duro, plumbeo e statisticamente accertato (le 13 mila tonnellate di rifiuti industriali che transitano nel nostro territorio e non si sa dove vanno a finire), dobbiamo convenire che le misure previste in campo economico e monetario dovrebbero essere previste (e applicate), almeno con lo stesso rigore, anche nel campo della politica ambientale.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> 17 </strong><strong> I paesaggi della memoria e i paesaggi dell’attualità</strong></p>
<p>Tutto questo non può non avere conseguenze sul modo di fare geografia. Non può non prefigurare un approccio allo studio dei luoghi profondamente diverso da quello che si è fatto finora. La “svolta” della geografia in senso antropologico e territoriale rendeva necessaria, e da tempo, un’apertura a più vertici d’osservazione, di riflessione e di denuncia: per quanto riguarda il paesaggio italiano («tra i peggiori paesaggi possibili», come scriveva Eugenio Turri in anni non sospetti)<a href="#_ftn48">[48]</a>, proprio partendo dalle sistematiche violazioni dei citati Articoli 9, 41 e 117 della nostra Costituzione. <strong>Ma, a tutt’oggi – anche questo va detto – tra le voci che si levano a denunciare lo scempio sono assai meno quelle degli specialisti praticanti – variamente impegnati nella ricerca, nell’educazione geografica, nello sviluppo sostenibile ecc. –, che non quelle di altri intellettuali di aree di confine o esterne alla geografia</strong>. E questo perché la dimensione teorica dei geografi apre ambiti di ricerca non sempre inerenti all’esistenza, più spesso tesse fili nella tela apparentemente estesissima della geografia umana, in realtà brevissima di interessi collaterali, in genere delimitati e circoscritti. La conclusione, sotto gli occhi di tutti, è che a tenere desta l’attenzione su questa peculiarità tutta italiana – che non ha termini di paragone con il resto d’Europa – non sono tanto i geografi nell’accezione estensiva della categoria, quanto gli operatori dell’informazione, reporters, giornalisti, scrittori, artisti, cineasti, magistrati, ecc., qualcuno anche a prezzo della propria vita.</p>
<p>Se non si integrano i vari specialismi in una visione generale – vigile, costante, rigorosa, intransigente – delle problematiche ambientali, la geografia continua ad essere percepita, non come «una forma dell’azione sociale» capace di innescare «cambiamenti concreti» e di farsi essa stessa motore del cambiamento, ma come un mezzo atto a diffondere informazioni e dati che possono far crescere il livello di consapevolezza, ma non «pongono dinanzi ad esiti visibili»<a href="#_ftn49">[49]</a>.</p>
<p>Detto in modo ancora più chiaro, se il geografo non porta nel perimetro dei suoi interessi, oltre al paesaggio della memoria anche il paesaggio dell’attualità, fare geografia può consistere o nel rimpianto di ciò che è stato ma non è più o nella “nostalgia anticipante” «di ciò che non è ancora qui, ma che sarà qui» (Heidegger) o nella diagnosi cruda e impietosa – ma bloccata nel nulla – degli effetti distruttivi della globalizzazione sommati a quelli delle dinamiche endogene talvolta ancora più distruttive «con effetti di ulteriore degrado, incuria, vandalismo, ma anche disgregazione e malessere sociale»<a href="#_ftn50">[50]</a>.</p>
<p>Lasciate libere di agire – e di contagiare altre aree del nostro paese (e non solo) –, queste forze disgreganti rischiano di diventare esse stesse leggi dinamiche naturali, che ad iniziare dal degrado del territorio costruito producono il degrado dell’ambiente e «il degrado sociale che consegue a entrambi»<a href="#_ftn51">[51]</a>: con effetti distruttivi a catena – bisogna aggiungere –, non solo per le popolazioni autoctone attuali, ma anche per quelle che verranno dopo di loro e per quelle geograficamente vicine a loro.</p>
<p>Per questi motivi anche il Rapporto “Education on landscape for children”, come ogni altro documento finalizzato all’educazione geografica, andrebbe ri-letto nella prospettiva di un suo utilizzo in un contesto, quello italiano, affatto diverso – per tutte queste ragioni – da quello degli altri 30 partners europei che hanno aderito alla Convenzione. <strong>Tanto più perché, come ci ricorda la  Castiglioni, esso è rivolto a «tutti i livelli di istruzione, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria»<a href="#_ftn52"><strong>[52]</strong></a></strong> (p. 13-14).</p>
<p>Nessuna componente del paesaggio, in quanto produzione umana, può essere scissa come un’efflorescenza senza radici. Tutte fanno parte dello spessore semantico del paesaggio – di quanto in esso si è stratificato e sedimentato nel tempo – e tutte vanno tenute presenti nella lettura storica dello stesso. Il paesaggio, in quanto spazio non solo segnato ma anche organizzato, è un <em>unicum</em> in cui si manifesta – ogni volta al singolare – l’azione combinata della natura e dell’uomo.</p>
<p>Tornare a separare la natura dalla cultura – la «duplicità accogliente», come la chiamava Rosario Assunto<a href="#_ftn53">[53]</a> – non è come spegnere e riaccendere sotto altra luce una vecchia rappresentazione della natura, ma un’operazione antistorica e anacronistica. Dietro questa operazione si perdono le tracce del nostro passato. Comporta il rischio dell’assenza stessa di orizzonti. Può essere un modo innocente di ridare vita alla vecchia idea del paesaggio come natura, bellezza panoramica, creazione divina e simili; ma più spesso è un modo intenzionale – un progetto sotteso a un disegno più generale – di allontanare il paesaggio sullo sfondo come un’entità astratta e irrelata – anche se a parole si afferma il contrario – e, di conseguenza, indenne dalle ricadute dell’agire umano, di qualsiasi natura.</p>
<p>La stretta relazione tra territorio e popolazione (e, quindi, tra la visione e la corresponsabilizzazione) è nello spirito, nel testo letterale e nel dettato normativo della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>. Comunque letto, questo testo fondamentale dei diritti/doveri dell’uomo contemporaneo non lascia dubbi che la conoscenza dei luoghi – attraverso la lettura storica e attuale degli stessi – rinsaldi i valori identitari delle comunità e sia alla base dell’educazione alla cittadinanza europea.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Entrambi i testi sono stati pubblicati tra marzo e aprile 2010 dall’Università di Padova – Dipartimento di Geografia “G. Morandini” – in collaborazione con il Museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna. Va anche ricordato che, in occasione del 25° anniversario dalla sua istituzione, il Dipartimento di Geografia di Padova, in collaborazione con la sezione padovana dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e con Informambiente – settore Ambiente del Comune di Padova –, è stato bandito il concorso “Geografo per un giorno” destinato agli alunni dai 3 ai 19 anni (Il concorso, bandito il 30 novembre 2009, si è concluso il 19 maggio 2010).</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> Nonostante la profonda diversità del mio punto di vista da quello della prof.ssa Castiglioni, devo tuttavia esserle grato per avermi dato l’opportunità di entrare nel vivo di questo tema, di rilevarne l’importanza e di chiarire a me stesso alcuni aspetti che forse non avrei avuto altra occasione di mettere a fuoco.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> F. Zagari, <em>Questo è paesaggio. 48 definizioni</em>, i Grandi tascabili di architettura, Mancosu, Roma2006.</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> L. Rocca, “Educazione al, nel, per il territorio”, in <em>Ritrovare i segni, rinnovare i significati</em>, cit., p. 114.</p>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> L. Bonesio, <em>Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale</em>, Diabasis, Reggio Emilia 2007, p. 161.</p>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> Dal “Discorso di Salerno” del 1956.</p>
<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> L. Bonesio, <em>Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale</em> cit., p. 161.</p>
<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> L. Gambi, “Spunti paesistici negli scritti di Alfredo Oriani”, in <em>La cognizione del paesaggio</em>, Scritti di Lucio Gambi sull’Emilia Romagna e dintorni, a cura di Maria Pia Guermandi e Giuseppina Tonet, Bononia University Press, 2008, p. 268.</p>
<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> L. Rocca, Op. cit., p. 112.</p>
<p><a href="#_ftnref10"></a> [10] A. Magnaghi, <em>Il progetto locale: verso la coscienza di luogo</em>, Nuova edizione accresciuta,Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 17.</p>
<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> <em>Ibidem</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref12">[12]</a> L. Rocca, <em>op. cit</em>., p. 106.</p>
<p><a href="#_ftnref13">[13]</a> A. Magnaghi, <em>Il progetto locale</em>, cit., p. 180.</p>
<p><a href="#_ftnref14">[14]</a> L. Rocca, <em>op. cit.,</em> p. 114.</p>
<p><a href="#_ftnref15">[15]</a> Cfr. <em>Il paesaggio rurale: un approccio patrimoniale</em>, a cura di Maria Chiara Zerbi, G. Giappichelli Editore, Torino 2007, p. 351. Nella rappresentazione soggettivistico-rappresentativa, osserva Luisa Bonesio, si ha una sorta di «contrattualità solitaria»: in essa «l’individuo appare come detentore solitario di percezioni e sensazioni relative al paesaggio e manifesta un gusto incomunicabile e umbratile…».</p>
<p><a href="#_ftnref16">[16]</a> L. Rocca, <em>op. cit</em>., p. 113.</p>
<p><a href="#_ftnref17">[17]</a> A. Magnaghi, <em>Il progetto locale</em>, cit., p. 70.</p>
<p><a href="#_ftnref18">[18]</a> Massimo Quaini, “Rapporto annuale 2009; I paesaggi italiani fra nostalgia e trasformazione”, Ed. Società geografica italiana, Genova 2009, p. 56.</p>
<p><a href="#_ftnref19">[19]</a> Questo Trattato internazionale, come noto, è diventato legge della nostra Repubblica, essendo entrato in vigore il 1° settembre del 2006 (Legge 14).</p>
<p><a href="#_ftnref20">[20]</a> L. Rocca, <em>op. cit</em>., p. 115.</p>
<p><a href="#_ftnref21">[21]</a> Cfr. M. Heidegger,<strong> <em>Costruire abitare pensare</em>, in “Saggi e discorsi”, a cura di G. Vattimo, Ed. Mursia, Milano 1991, p. 96.</strong></p>
<p><a href="#_ftnref22">[22]</a> Questo Rapporto, redatto in versione italiana da Benedetta Castiglioni e presentato dalla stessa nel marzo 2009 alla V Conferenza del Consiglio d’Europa per l’applicazione della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>, contiene indicazioni specifiche per l’Educazione al paesaggio nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle prime classi alla maturità.</p>
<p><a href="#_ftnref23">[23]</a> B. Castiglioni, <em>op. cit</em>., p. 11.</p>
<p><a href="#_ftnref24">[24]</a> E. Turri, <em>Il paesaggio come teatro</em>, Marsilio, Venezia 1998, p. 25.</p>
<p><a href="#_ftnref25">[25]</a> Un potente contributo alla marginalizzazione della scuola lo dà la  Riforma Gelmini, quanto meno limitatamente alla drastica riduzione (che prelude alla scomparsa) delle ore di geografia dai programmi d’insegnamento.</p>
<p><a href="#_ftnref26">[26]</a> A. Magnaghi, <em>Il progetto…, </em> cit., p. 22.</p>
<p><a href="#_ftnref27">[27]</a> L. Gambi, “La marineria romagnola, l’uomo, l’ambiente”, in <em>La cognizione…,</em> cit., p. 190.</p>
<p><a href="#_ftnref28">[28]</a> Questo tipo di sperimentazione è stato attuato, per citare un esempio a me noto, nella scuola media statale di Carbonera (TV) negli anni compresi tra il 1974 e il 1977.</p>
<p><a href="#_ftnref29">[29]</a> L. Gambi, <em>Geografia fisica e geografia umana</em>, in <em>Questioni di geografia</em>, Napoli 1964, p. 12.</p>
<p><a href="#_ftnref30">[30]</a> E. Raimondi, <em>Sguardo al paesaggio</em>, in “IBC”, marzo 2007.</p>
<p><a href="#_ftnref31">[31]</a> Espressioni tratte dal saggio gambiano <em>“La casa dei contadini”</em>, in <em>La cognizione del paesaggio,</em> cit., pp. 119-161.</p>
<p><a href="#_ftnref32">[32]</a> A. Magnaghi, “Oltre la globalizzazione: verso una municipalità allargata e solidale”, in <em>Atti del seminario: “Tutela e valorizzazione del territorio come patrimonio culturale e identitario”</em>, a cura di A. Marino, Treviso 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref33">[33]</a> A. Magnaghi, <em>Il progetto locale</em>, cit., p. 116.</p>
<p><a href="#_ftnref34">[34]</a> B. Castiglioni, <em>Educare al paesaggio,</em> cit., p. 50.</p>
<p><a href="#_ftnref35">[35]</a> Con questa legge, emanata nel 1985, si faceva un notevole salto di qualità rispetto alle legislazioni precedenti: veniva sottoposto a tutela quasi la metà del territorio nazionale, esattamente il 46,14%. Bisognerà aspettare la  <em>Convenzione</em><em> europea</em> (2006) perché la coincidenza fra territorio e paesaggio diventi completa, ma è sicuramente un notevole passo avanti.</p>
<p><a href="#_ftnref36">[36]</a> L. Gambi, “La costruzione dei piani paesistici”, in <em>La cognizione del paesaggio,</em> cit., pp. 209-210.</p>
<p><a href="#_ftnref37">[37]</a> Carlo Cattaneo, <em>Opere scelte</em>, a cura di Deia Castelnuovo Frigessi, “Scritti 1839-1846 – Industria e morale”, p. 472. Già Cicerone, nel <em>De natura deorum</em>, aveva chiara l’idea che il paesaggio fosse il prodotto del lavoro dell’uomo, identifificandolo con le sue mani. É con le mani, scriveva Cicerone, che l’uomo crea città, mura, case, templi, semina frumento, pianta alberi, feconda la terra irrigandola, trattiene i fiumi nel loro letto, ne devia il corso; col lavoro delle nostre mani cerchiamo di creare nella natura quasi un’altra natura (“in rerum naturam quasi alteram naturam efficere conamur”).</p>
<p><a href="#_ftnref38">[38]</a> Questo vuol dire che l’intelligenza del bambino si sviluppa su una base «pratica», ossia sulla realtà. Le ricerche di Piaget sulla psicologia dell&#8217;età evolutiva sono, a questo proposito, estremamente indicative. Spostando di peso gli esiti di queste ricerche nel campo dell’Educazione al paesaggio – che vada oltre l’aspetto meramente ludico e/o contemplativo – non si può non tenere conto dell’evoluzione dell’intelligenza del bambino. Secondo l’epistemologo svizzero, l’assimilazione (l&#8217;incorporazione nei propri schemi mentali delle offerte dell&#8217;ambiente) e l&#8217;accomodamento (la modificazione del comportamento sulla base delle richieste ambientali) fanno parte del corredo innato del bambino. Tra assimilazione e accomodamento c’è un’equilibrazione continua, che regola tutte le relazioni con gli altri fattori di sviluppo: del sistema nervoso, dell’apprendimento attraverso la pratica dell’osservare, delle trasmissioni sociali e culturali. La intelligenza del bambino, in altri termini, non si limita ad associare passivamente gli elementi esterni, ma si struttura essa stessa attraverso acquisizioni successive, «assimilando» e «accomodando» il proprio comportamento sulla base delle richieste dell’ambiente che osserva.</p>
<p><a href="#_ftnref39">[39]</a> Monica Celi, <em>Il paesaggio Vicino a Noi</em>, Atti del convegno, Dipartimento di Geografia “G. Morandini” dell’Università di Padova, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, Sez. Veneto, Museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna, Padova 2007, pp. 91-92. Il Convegno si è tenuto a Padova, Palazzo del Bo, il 24 marzo 2006.</p>
<p><a href="#_ftnref40">[40]</a> A. Magnaghi, <em>Il progetto locale</em>, cit., p. 133.</p>
<p><a href="#_ftnref41">[41]</a> S. Piccardi, <em>Il paesaggio culturale</em>, Bologna, Patron, 1986, p. 169.</p>
<p><a href="#_ftnref42">[42]</a> M. Serres, <em>Il mal sano</em>, Il melangolo, Genova 2009, p. 61.</p>
<p><a href="#_ftnref43">[43]</a> Viviana Ferrario, <em>Il paesaggio vicino a noi</em>, cit., p. 63.</p>
<p><a href="#_ftnref44">[44]</a> A. Magnaghi, <em>Il progetto locale</em>, cit., p. 25.</p>
<p><a href="#_ftnref45">[45]</a> L. Rocca, <em>op. cit</em>., p. 111.</p>
<p><a href="#_ftnref46">[46]</a> Riccardo Priore è Dirigente del Segretariato Generale del Consiglio d’Europa, Direttore della RECEP (Rete Europea degli Enti locali e regionali per l’attuazione della <em>Convenzione europea del paesaggio</em>) e Docente di Politiche e Diritto europeo del paesaggio presso il Politecnico di Torino e l’Università di Camerino. È inoltre Responsabile del Comitato di redazione del progetto di Convenzione (1994-2000) del Consiglio d’Europa.</p>
<p><a href="#_ftnref47">[47]</a> Fa parte del testo della Conferenza “La Convenzione europea del paesaggio: un cambiamento concreto di idee e di norme”, organizzata a Treviso l’11 novembre 2004 dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche.</p>
<p><a href="#_ftnref48"></a> [48] E. Turri, <em>Il paesaggio come teatro </em>cit., p. 15. La responsabilità, secondo Turri, è delle nostre Istituzioni che non hanno vigilato abbastanza o che «hanno operato al di fuori di ogni superiore urgenza ideale, di rispetto dei valori acquisiti, divenendo pesantemente responsabili dei nostri paesaggi, tra i peggiori paesaggi possibili se si considerano le disgiunzioni, gli scollamenti operati tra ieri e oggi, tra cultura ed economia, e perfino tra storia e geografia».</p>
<p><a href="#_ftnref49">[49]</a> L. Rocca, <em>op. cit</em>., p. 105.</p>
<p><a href="#_ftnref50">[50]</a> L. Bonesio, <em>Paesaggio, identità e comunità</em>, cit., p. 194.</p>
<p><a href="#_ftnref51">[51]</a> A. Magnaghi, <em>Il progetto locale</em>, cit., p. 72.</p>
<p><a href="#_ftnref52">[52]</a> B. Castiglioni, <em>Educare al paesaggio</em>, cit., pp. 13-14.</p>
<p><a href="#_ftnref53">[53]</a> R. Assunto, <em>Il paesaggio e l’estetica</em>, Novecento Editrice, Palermo 1994, p. 351.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/educare-al-paesaggio-e-attraverso-il-paesaggio.doc"></a></p>
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		<title>La bellezza ci salverà. La forza risanatrice del bello in un’architettura straordinaria</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 15:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[architettura razionalista]]></category>
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		<description><![CDATA[Domenicale art. Morelli Filed under: Sanatori alpini Tagged: architettura razionalista, Luisa Bonesio, Paesaggio, patrimonio culturale, Villaggio Morelli<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=101&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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		<title>Fai il pieno di cultura – Programma Alta Valtellina 24-25-25 settembre 2010</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2010 17:06:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geofilosofia</dc:creator>
				<category><![CDATA[geofilosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Iniziative & News]]></category>
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		<category><![CDATA[Alta Valtellina; beni culturali; Luisa Bonesio]]></category>

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		<description><![CDATA[Fai il pieno di cultura Alta Valle 2010 Con “Fai il pieno di cultura” attività e incontri per conoscere e apprezzare il nostro territorio Una tre giorni di eventi per avvicinarsi all’arte, alla natura, alla storia locale e ancora per acquisire elementi per far crescere in un ambiente stimolante i nostri figli. Il significato poliedrico [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geofilosofia.wordpress.com&amp;blog=15613779&amp;post=69&amp;subd=geofilosofia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/fai-il-pieno-di-cultura-alta-valle-2010_pagina_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-72" title="Fai il pieno di cultura Alta Valle 2010_Pagina_1" src="http://geofilosofia.files.wordpress.com/2010/09/fai-il-pieno-di-cultura-alta-valle-2010_pagina_1.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a><strong><em>Fai il pieno di cultura Alta Valle 2010</em></strong></p>
<p><strong>Con “Fai il pieno di cultura” attività e incontri per conoscere e apprezzare il nostro territorio</strong></p>
<p>Una tre giorni di eventi per avvicinarsi all’arte, alla natura, alla storia locale e ancora per acquisire elementi per far crescere in un ambiente stimolante i nostri figli. Il significato poliedrico del termine cultura sarà ben illustrato nell’ultimo week-end di settembre in occasione della manifestazione “Fai il pieno di cultura”, promossa dalla Regione Lombardia. Giunta ormai alla sua terza edizione, la manifestazione prevede oltre 300 eventi realizzati nelle 12 province lombarde.</p>
<p>Particolarmente denso il calendario degli appuntamenti in Alta Valtellina: mostre, spettacoli, visite guidate di carattere sia storico sia naturalistico, laboratori per bambini e famiglie. Un’offerta molto eterogenea, resa possibile dall’attiva cooperazione degli enti e delle associazioni presenti sul territorio. Numerosi eventi in programma riguarderanno i giovanissimi e il loro rapporto con la lettura, naturalmente mediato dalle figure genitoriali.</p>
<p>Venerdì 24 settembre alle ore 14.30, presso la scuola dell’infanzia di S. Rocco a Livigno, e sabato 25 settembre alle ore 14.00, al palazzo comunale di Sondalo, Rita Valentino Merletti e Paola Bertolina illustreranno il progetto “Nati per leggere”; la prima in qualità di madrina di questa campagna in Italia, la seconda quale bibliotecaria membro del gruppo di lavoro provinciale. Il progetto <em>Nati per leggere</em>, che ha preso avvio nel 1999,  ha l’obiettivo di promuovere la lettura ad alta voce ai bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. Molteplici i vantaggi derivanti dalla semplice abitudine di prendere in braccio i propri figli per leggere loro un libro, sia sul piano cognitivo sia della relazione.</p>
<p>E dopo una presentazione più prettamente teorica, i genitori avranno modo di sperimentare da subito la pratica. Presso il Mulino Salacrist a Bormio sarà allestita una mostra con le risorse bibliografiche scelte dal gruppo di lavoro provinciale che rientrano nel progetto “Nati per leggere” e disponibili al prestito in tutte le biblioteche dell’Alta Valtellina. Libri morbidi e cartonati, con inserti da toccare, per avvicinare i piccoli al libro come a un gioco; o ancora volumi con filastrocche o brevi storie per trasmettere ai piccoli la musicalità della lingua. La mostra resterà aperta al pubblico venerdì 24 dalle ore 16.30 alle 18.30 e nella giornata di sabato 25 dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.30.</p>
<p>Il programma prevede anche un momento di attività rivolta proprio ai bambini dai 3 ai 6 anni, accompagnati dai genitori. Sempre al mulino Salacrist, dalle ore 14.30 alle 16.00 di venerdì 24 si terrà un laboratorio con Emanuela Bussolati, vincitrice del premio Andersen 2010 con il suo libro “Tararì tararera”. Dopo la lettura delle avventure di Piripù bibi, protagonista del libro, i piccoli saranno coinvolti in un’attività manuale; il tutto studiato a loro misura per garantire un pomeriggio divertente e arricchente per bambini, mamme e papà.</p>
<p>In parallelo alla mostra di <em>Nati per leggere</em>, Sondalo ripropone “Per grazia ricevuta: gli ex voto delle chiese di Sondalo”. L’esposizione, curata da Manuela Gasperi, Dario Cossi e Gisella Schena del Centro Studi Storici Alta Valtellina, darà l’occasione di apprezzare le preziose tavolette degli ex-voto, testimonianze di fede ed esempi di arte popolare.</p>
<p>La mostra, allestita presso l’oratorio dei disciplini adiacente alla chiesa di S. Maria Maggiore a Sondalo, sarà visitabile il 24, il 25 e il 26 settembre dalle 15.00 alle 18.00 e dalle 20.30 alle 22.00.</p>
<p>Sondalo ospiterà anche due inusuali quanto interessanti visite guidate all’ospedale Morelli. Considerato negli anni ’30 del secolo scorso il più grande sanatorio d’Europa, esso fa trasparire in ogni suo aspetto l’attento disegno terapeutico che ne ha guidato la costruzione. Sabato 25 settembre alle ore 9.15, Luisa Bonesio dell’Università di Pavia condurrà la visita “L’architettura e il paesaggio dell’ospedale Morelli”;</p>
<p>sempre sabato, alle 14.15, Francesco Cossi, dott. in Scienze Forestali, ne illustrerà l’aspetto più prettamente vegetazionale nella visita intitolata “Il parco dell’ospedale Morelli”.</p>
<p>Esempio di sensibilità e di attenzione degli enti locali nei confronti di strutture ed edifici storici  è anche l’inaugurazione, che fa seguito a un intervento conservativo, delle antiche ferriere di Premadio, in programma per sabato 25 settembre alle ore 17.00. La storia e le modalità di funzionamento di questo complesso siderurgico, che ancora oggi testimonia la significativa attività di estrazione e lavorazione del ferro condotta in Valdidentro sin dal Medioevo, saranno illustrati nel corso di una conferenza in loco da Lorenza Fumagalli e Stefano Zazzi.</p>
<p>Ma la storia e la cultura locale non può prescindere dall’aspetto naturalistico del nostro territorio che ha condizionato e contribuito a forgiare abitudini, attività e mentalità delle popolazioni locali. Da qui una serie di appuntamenti che vedono l’ambiente naturale come protagonista.</p>
<p>Sabato 25 settembre alle ore 21.00 nella <em>sc’tua granda</em> di palazzo de Simoni a Bormio, Giacomo Occhi appassionerà i presenti con le letture tratte da “Cose della montagna e della caccia” di Attilio Peloni, regalando uno spaccato di vita dell’Alta Valtellina nella prima metà del secolo scorso.</p>
<p>Nello stesso edificio, precisamente nei locali adibiti a Museo civico, venerdì 24 alle ore 17.00 avrà luogo il gioco didattico “A caccia di animali”, destinato ai bambini dai 7 agli 11 anni. Un itinerario attraverso le opere d’arte conservate nel museo alla ricerca degli animali in  esse rappresentati.</p>
<p>Destinato a famiglie anche con bambini piccoli sono invece le attività laboratoriali proposte al Centro visite del Parco Nazionale dello Stelvio a S. Antonio Valfurva e presso la Riserva Naturale del Paluaccio di Oga.</p>
<p>Il Parco Nazionale dello Stelvio, propone, nella sala multimediale del nuovo centro visite, due laboratori per famiglie, curati dalla biologa Anna Pisapia. Venerdì 24 settembre alle 16.30 sarà la volta di “Giochiamo con i suoni”, un percorso attraverso i rumori della natura. Sabato alle ore 10.00, invece, con il  laboratorio “Il cugino d’America” sarà trattata in modo ludico la tematica sempre più attuale dell’immissione di specie, intenzionale o accidentale, in territori diversi da quelli di origine.</p>
<p>Nella tre giorni di cultura sarà dato spazio anche ad una piccola riserva del nostro territorio. Sabina Colturi, biologa, sabato 25 alle ore 14.30 accompagnerà i visitatori nel cuore della riserva naturale del Paluaccio di Oga. Area umida dalla storia millenaria nasconde tra la sua vegetazione specie di origine sub-artica e boreale, piante carnivore e particolari muschi che, con il passare dei secoli, hanno dato origine all’imponente accumulo di torba.</p>
<p>Particolarmente suggestiva la proposta del Museo Vallivo “Mario Testorelli” e della Biblioteca comunale di Valfurva. Sabato 21 settembre alle ore 21.00 il museo aprirà le porte per dare vita a “Bianca e nera, una notte al museo!”, serata di letture animate, giochi di ombre e filastrocche di un tempo. Momenti dal sapore antico che culmineranno nella assegnazione del titolo di Superlettori ai bambini che hanno aderito ad una gara di lettura promossa dalle biblioteche dell’Alta Valtellina. A tutti i bambini di Valfurva sarà data l’opportunità di trascorrere l’intera nottata al museo (avranno precedenza i partecipanti al concorso SuperElle).</p>
<p>“Fai il pieno di cultura” si traduce quindi in tante attività e altrettanti spunti di approfondimento; e il tutto gratuito e a portata di mano… aspetto che assume particolare rilievo nel nostro territorio, spesso considerato marginale in termini di offerta culturale. Tuttavia, è doveroso sottolineare il forte impegno nella promozione di attività di interesse culturale messo in atto dagli enti locali negli ultimi anni. Se da un lato, tali proposte ampliano l’offerta turistica del comprensorio, dall’altro vanno a vantaggio delle popolazioni locali e delle nuove generazioni, che hanno sempre più opportunità per conoscere e apprezzare le proprie radici culturali. “Fai il pieno di cultura” si propone quindi quale “estratto” dell’offerta culturale locale. L’invito di Regione Lombardia, enti e associazioni locali, è dunque quello di  approfittare di questa iniziativa, scegliendo il menù culturale che più soddisfa interessi, curiosità e passioni dei singoli.</p>
<p>In concomitanza a “Fai il pieno di cultura”, il Consiglio d’Europa propone <em>Le giornate europee del patrimonio culturale</em>, iniziativa che vede 49 Paesi festeggiare all’unisono le bellezze artistiche, architettoniche e paesaggistiche del continente. Anche in questo contesto, molto più amplificato, si intende favorire la maturazione di una consapevolezza di appartenenza culturale, pur declinata nelle diverse entità.<br />
In Italia, il Ministero dei beni culturali e ambientali, con lo slogan “Italia, tesoro d’Europa”, attraverso manifestazioni, aperture straordinarie di musei e biblioteche, itinerari naturalistici, storici e eno-gastronomici, cercherà di enfatizzare l’importanza della cultura nazionale nel contesto continentale.</p>
<p>In provincia di Sondrio il Parco delle incisioni rupestri di Grosio, le città di Sondrio e Morbegno oltre a Teglio e Talamona aderiranno con convegni e mostre a entrambe le iniziative.</p>
<p><em>Comunicato stampa Ufficio Cultura Comunità Montana Alta Valtellina</em></p>
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